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LICURGO DECIDE DI DARE UNA NUOVA
COSTITUZIONE AGLI SPARTANI
VERSIONE DI GRECO di Plutarco
TRADUZIONE dal libro Phronemata - pagina 230
INIZIO: οι δε Λακεδαιμονιαι τον Λυκουργον εποθουν
FINE: πολυ κρατιστη των αλλων εσται πολιτειων
TRADUZIONE
Gli spartani rimpiangevano Licurgo che era lontano e spesso lo mandavano a chiamare poiché pensavano che i loro re avevano fama e onore, ma non possedevano nessun altra cosa che li distinguesse dagli altri; invece in quello c'era una natura egemonica e forza di attirare gli uomini. Tuttavia la presenza dell'uomo era gradita anche ai re, ma speravano di servirsi meno, quando era presente, dei più che commettevano ingiustizia. Tornato dunque da loro che erano in quella situazione, subito si accingeva a mutare la situazione presente e a cambiare il governo, pensando che non vi sarebbero stati proprio né risultati né utilità delle singole leggi, come se ad un corpo malato e pieno di ogni genere di malattie avesse eliminato la terapia che c'era e la avesse cambiata con nuovi farmaci, comincerà una nuova vita. Con questa intenzione andò a Delfi, sacrificato e fatte le se domande al dio, tornò facendo conoscere quell'oracolo, secondo il quale Pizia si rivolse a lui come a un dio piuttosto che come a un uomo e diceva che il dio lo ringraziava e che gli concedeva la costituzione che sarebbe stata la migliore delle altre.
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L'ODIO DI CATONE PER I TIRANNI
VERSIONE DI GRECO di Plutarco
TRADUZIONE dal libro Triakonta - pagina 359
Ἔτυχε δὲ καὶ φίλος ὢν ὁ Σύλλας πατρικὸς αὐτοῖς, καί ποτε προσηγάγετο καὶ προσωμίλησεν, ὀλίγοις πάνυ νέμων τὴν τοιαύτην φιλοφροσύνην διὰ βάρος καὶ ὄγκον ἧς εἶχεν ἀρχῆς καὶ δυνάμεως. μέγα δὴ ποιούμενος ὁ Σαρπηδὼν τοῦτο πρὸς τιμὴν ἅμα καὶ ἀσφάλειαν, ἦγεν ἀσπασόμενον τὸν Κάτωνα συνεχῶς εἰς τὴν οἰκίαν τοῦ Σύλλα, μηδὲν τότε προσιδεῖν ἀσεβῶν χώρου διαφέρουσαν ὑπὸ πλήθους τῶν ἀγομένων καὶ στρεβλουμένων. ἦν μὲν οὖν ἔτος ἐκεῖνο τῷ Κάτωνι τεσσαρεσκαιδέκατον· ἰδὼν δὲ κεφαλὰς ἀνδρῶν ἐπιφανῶν λεγομένων ἐκκομιζομένας, καὶ κρύφα τοὺς παρόντας ἐπιστένοντας, ἠρώτησε τὸν παιδαγωγόν, ὅ τι δὴ τοῦτον τὸν ἄνθρωπον οὐδεὶς ἀποκτίννυσιν. εἰπόντος δ' ἐκείνου "φοβοῦνται γὰρ αὐτὸν ὦ παῖ μᾶλλον ἢ μισοῦσι, " "τί οὖν" εἶπεν "οὐκ ἐμοὶ ξίφος ἔδωκας, ἵν' αὐτὸν ἀνελὼν ἀπήλλαξα δουλείας τὴν πατρίδα; " τοῦτον τὸν λόγον ἀκούσας ὁ Σαρπηδών, ἅμα δὲ καὶ τὸ βλέμμα καὶ τὸ πρόσωπον αὐτοῦ πιμπλάμενον ὀργῆς καὶ μένους κατιδών, οὕτως ἔδεισεν, ὥστε τὸ λοιπὸν ἤδη προσέχειν ἀκριβῶς καὶ παραφυλάττειν, μή τι τολμήσῃ παραβολώτερον.
TRADUZIONE
Silla fu a loro per caso anche amico del padre e ogni tanto li abbracciava e conversava usando con pochi questa gentilezza a causa dell'orgoglio e del peso del potere che aveva. sarpedone facendo fortemente questo per l'onore a allo stesso tempo per sicurezza, guidava continuamente catone per salutarlo verso la casa di silla, la quale non si distingueva a vedersi per niente da un luogo di dannati a causa della moltitudine di coloro che venivano condotti e coloro che venivano torturati. dunque per catone quello era il quattordicesimo anno; vedendo le teste degli uomini che erano detti illustri portate via e che in segreto coloro che c'erano si lamentavano, interrogò il pedagogo sul perché nessuno uccise questo uomo. parlando quello " infatti lo temono o figlio piuttosto che odiarlo" " perché dunque" disse" non mi hai dato la spada per, uccidendolo, liberare la patria dalla schiavitù?" ascoltando questo discorso sarpedone riempiendo allo stesso tempo di ira il suo volto sia il suo atteggiamento e avendo visto la forza così temette che per il resto già lo ascoltava con esattezza e lo custodì affinché non osasse qualcosa di troppo temerario.
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LA SCONFITTA IN SICILIA
VERSIONE DI GRECO di Plutarco e traduzione
Αθηναιοις δε φασι την συμφοραν ουχ ηκιστα δια τον αγγελον απιστον γενεσθαι. Ξενος γαρ τις ως εοικεν αποβας εις Πειραια και καθισας επι κουρειον, ως εγνωκοτων ηδη των Αθηναιων λογους εποιειτο περι των γεγονοτων. Ο δε κουρευς ακουσας, πριν αλλους πυνθανεσθαι, δρομω συντεινας εις το αστυ και προσβαλων τοις αρχουσιν ευθυς κατ' αγοραν ενεβαλε τον λογον. Εκπληξεως δε και ταραχης ως εικος γενομενης, οι μεν αρχοντες εκκλησιαν συναγαγοντες εισηγαγον τον ανθρωπον: ως δ' ερωτωμενος παρ' ου πυθοιτο, σαφες ουδεν ειχε φραζειν, δοξας λογοποιος ειναι και ταραττειν την πολιν, εις τον τροχον καταδεθεις εστρεβλουτο πολυν χρονον, εως επηλθον οι το παν κακον ως ειχεν απαγγελλοντες. Ουτω μολις ο Νικιας επιστευθη παθων α πολλακις αυτοις προειπεν
TRADUZIONE
Dicono che per gli Ateniesi la (notizia della) sconfitta risultò non credibile soprattutto a causa del messaggero. Infatti uno straniero, come sembra, sbarcato al Pireo e andatosi a sedere nella bottega di un barbiere, faceva dei discorsi circa i fatti accaduti, pensando che (oppure: come se) gli Ateniesi (li) avessero già saputi. Il barbiere allora, avendo ascoltato, prima che altri (ne) venissero a conoscenza, lanciatosi di corsa verso la città e recatosi dagli arconti, subito sparse la notizia per il mercato. Sorti sbigottimento e confusione, com’è naturale, gli arconti, radunata un’assemblea, (vi) condussero l’uomo; e poiché, alla domanda da chi l’avesse saputo, non sapeva dire nulla di preciso, avendo dato l’impressione di essere un ciarlatano e di sconvolgere la città, fu legato alla ruota e torturato per molto tempo, finché (non) giunsero i messaggeri a raccontare tutta la catastrofe così com’era. A tal punto a fatica si poté credere che Nicia avesse subìto ciò che spesso aveva predetto loro
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LA RIVALITA' TRA CESARE E SILLA
VERSIONE DI GRECO di Plutarco
αἰτία δὲ Καίσαρι τῆς πρὸς Σύλλαν ἀπεχθείας ἡ πρὸς Μάριον οἰκειότης ἦν· Ἰουλίᾳ γὰρ πατρὸς ἀδελφῇ Καίσαρος ὁ πρεσβύτερος συνῴκει Μάριος, ἐξ ἧς ἐγεγόνει Μάριος ὁ νεώτερος, ἀνεψιὸς ὢν Καίσαρος. ὡς δ' ὑπὸ πλήθους φόνων ἐν ἀρχῇ καὶ δι' ἀσχολίας ὑπὸ Σύλλα παρορώμενος οὐκ ἠγάπησεν, ἀλλὰ μετιὼν ἱερωσύνην εἰς τὸν δῆμον προῆλθεν οὔπω πάνυ μειράκιον ὤν, ταύτης μὲν ἐκπεσεῖν αὐτὸν ὑπεναντιωθεὶς Σύλλας παρεσκεύασε· περὶ δ' ἀναιρέσεως βουλευόμενος, ἐνίων λεγόντων ὡς οὐκ ἔχοι λόγον ἀποκτιννύναι παῖδα τηλικοῦτον, οὐκ ἔφη νοῦν ἔχειν αὐτούς, εἰ μὴ πολλοὺς ἐν τῷ παιδὶ τούτῳ Μαρίους ἐνορῶσι. ταύτης τῆς φωνῆς ἀνενεχθείσης πρὸς Καίσαρα, συχνὸν μέν τινα χρόνον πλανώμενος ἐν Σαβίνοις ἔκλεπτεν ἑαυτόν· ἔπειτα δι' ἀρρωστίαν εἰς οἰκίαν ἑτέραν μετακομιζόμενος κατὰ νύκτα, περιπίπτει στρατιώταις τοῦ Σύλλα διερευνωμένοις ἐκεῖνα τὰ χωρία καὶ τοὺς κεκρυμμένους συλλαμβάνουσιν. ὧν τὸν ἡγεμόνα Κορνήλιον πείσας δυσὶ ταλάντοις, ἀφείθη, καὶ καταβὰς εὐθὺς ἐπὶ θάλατταν ἐξέπλευσεν εἰς Βιθυνίαν πρὸς Νικομήδην τὸν βασιλέα. παρ' ᾧ διατρίψας χρόνον οὐ πολύν, εἶτ' ἀποπλέων, ἁλίσκεται περὶ τὴν Φαρμακοῦσσαν νῆσον ὑπὸ πειρατῶν, ἤδη τότε στόλοις μεγάλοις καὶ σκάφεσιν ἀπλέτοις κατεχόντων τὴν θάλατταν.
TRADUZIONE
Causa dunque per Cesare della sua inimicizia nei confronti di Silla fu l’amicizia che nutriva nei confronti di Mario: Mario, infatti, abitava con la sorella Giulia del padre di Cesare. Poiché dunque egli da principio, malvisto da Silla per le sue occupazioni e per il gran numero di delitti, non lo trattò affabilmente, anzi si presentò in assemblea aspirando alla dignità sacerdotale quando non era ancora un ragazzo, Silla, oppostogli, fece in modo che perdesse la carica; mentre poi trattava della sua impresa, poiché alcuni dicevano che non era ragionevole uccidere un ragazzo così giovane, disse che essi sragionavano se non riuscivano a scorgere in quel ragazzo molti Marii. Dopo che venne tenuto questo discorso contro di lui, a lungo Cesare si nascose errando nelle Sabine; in un secondo tempo, sceso in direzione della costa, tornò in barca in Bitinia presso il re Nicomede. E, trascorso non molto tempo presso quest’ultimo, fu catturato dai pirati presso Farmacomisi, sulla strada del ritorno per mare. I pirati, infatti, già allora controllavano il mare con grandi equipaggi ed enormi navi.
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LO SCUDO E LA SPADA DI ROMA
VERSIONE DI GRECO di Plutarco
TRADUZIONE dal libro Greco nuova edizione
Inizia co n Annibou d'embalontos eis Italian ...
TRADUZIONE
Avendo Annibale invaso l’Italia, Marcello fu mandato in Sicilia per condurre l’esercito: dopo l’insuccesso a Canne e la morte in battaglia di moltissimi soldati romani, i sopravissuti, si erano rifugiati a Canne, mentre tutti temevano che Annibale avanzasse dritto alla volta di Roma. Innanzitutto Marcello per mezzo delle navi inviò alla città mille e cinquecento uomini, come difesa, poi mostratasi la volontà del senato, giunse a Cenosa, e trovati i soldati che si erano radunati là, uscì dalle mura per non distogliersi dal suo obiettivo. Alcuni dei più valorosi e preparati comandanti romani morirono in queste battaglie, ma Fabio Massimo, avendo una grandissima considerazione della lealtà e della perspicacia, si applicava con troppa precisione nell’uso della ragione per non comportarsi passivamente, che lo giudicarono inoperoso e privo di ardore; e ritenendo che avesse questo le qualità adatte per la difesa, ma non per l’attacco ricorsero a Marcello e adattando e temperando la sua operosità e audacia all’accortezza e alla previdenza di quello, talvolta eleggendo entrambi consoli, talora separatamente, mandavano uno in qualità di console l’altro di proconsole. Dunque Poseidone dice di nomirare Fabio “lo scudo”, Marcello “la spada”.