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Demosthenis quoque astutia mirifice cuidam ancillae succursum est, qua pecuniam depositi nomine a duobus hospitibus acceperat, ea condicione, ut illam simul utrisque redderet. Quorum alter, interiecto tempore, tamquam morto socio squallore obsitus, deceptae omnes nummos abstulit. Supervenit deinde alter, et depositum petere coepit. Haerebat misera in maxima pariter et pecuniae et defensionis penuria, iamque de laqueo et suspendio cogitabat. Sed opportune Demosthnes ei patronus affulsit, qui ut in advocationem venit, "" Mulier"", inquit, " parata est depositi se fide solvere; sed nisi socium adduxeris, id facere non potest; quoniam ut ipse vociferaris haec dicta est lex ne pecunia alteri sine altero numeretur"". Versione dal libro i gradi del latino
Anche Demostene venne in aiuto mirabilmente ad una certa ancella, la quale aveva ricevuto del denaro a titolo di deposito da due ospiti, alla condizione che lo restituisse insieme ad ambedue. Uno dei due, passato un certo tempo, coperto di sporcizia come se il socio fosse morto, ingannandola (lett. all'ingannata) portò via tutte le monete. Sopraggiunse poi l'altro, e cominciò a chiedere il deposito. La poveretta era parimenti imbarazzata per la mancanza di denaro e di difesa, ed ormai pensava ad impiccarsi con una corda. Ma fortunatamente si presentò a lei Demostene come avvocato, il quale, quando arrivò in udienza: "La donna" disse " è pronta a restituire fedelmente il deposito; se non porterai qui anche il socio, non può farlo; perché come tu stesso hai affermato con queste parole è stato pattuito (lett. è diritto) che il denaro non possa essere restituito all'uno senza l'altro".
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Cotidie praeter oculos nostros transeunt hominum notorum ignotorumque funera; nos tamen aliud agimus, et subitum id putamus esse quod nobis tota vita denuntiatur futurum esse. Non est itaque ista fatorum iniquitas, sed mentis humanae pravitas insatiabilis rerum omnium: quae indignatur inde se extire quo admissa est precario. Quanto ille iustior, qui, nuntiata filii morte, dignam magno viro vocem emisit: " ego cum genui, tum moriturum scivi". Non accepit tamquam novum nuntium filii mortem. Quid est enim novi hominem mori, cuius tota vita nihil aliud quam ad mortem iter est? Alium alio tempore fata comprehendent; neminem praeteribunt. In procinctu stet animus et id quod necesse est numquam timeat.
Ogni giorno passano sotto i nostri occhi funerali di uomini noti ed ignoti. Noi, tuttavia facciamo altro, e riteniamo che immediatamente avvenga quello che per tutta la vita ci viene predetto che accadrà. Quindi questa non è ingiustizia del fato, ma una perversione dell’umana mente insaziabile di ogni cosa: che si sdegna di uscire da lì dove è stata accolta in modo precario. Quanto è più giusto colui che, essendogli stata annunziata la morte del figlio, pronunziò una frase degna di un grand'uomo "Quando lo generai, allora sapevo che sarebbe morto" Non ricevette come insolita notizia la morte del figlio. Che c’è infatti di nuovo nella morte dell'uomo, la cui vita intera altro non è se non un viaggio verso la morte? L’ora fatale afferrerà uno in un momento, uno in un altro; ma non si scorderà di nessuno. L'animo sia pronto e mai tema quel che è inevitabile.
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Infans autem relictus a patre, ac per omne fere pueritiae atque adulescentiae tempus variis et tenacibus morbis conflictatus est, adeo ut animo simul et corpore hebetato, ne progressa quidem aetate ulli publico privatoque muneri habilis existimaretur. Diu sub pedagogo fuit; quem barbarum ex industria sibi appositum (esse), ut se quibuscumque de causis quam saevissime coerceret, ipse quondam libello conqueritur. Disciplinis tamen liberalibus ab aetate prima non mediocrem operam dedit. Verum ne sic quidem quicquam dignitatis assequi aut spem de se commodiorem in posterum facere potuit. Mater Antonia portentum eum hominis dictitabat; ac si quem socordiae argueret, stultiorem aiebat filio suo Claudio. Avia Augusta pro despectissimo semper habuit, non affari nisi rarissime, non monere nisi acerbo et brevi scripto solita. Soror Livilla cum audisset quandoque imperaturum (esse), tam iniquam et tam indignam sortem populi Romani palam et clare detestata est.
Abbandonato da piccolo dal padre, per quasi tutto il periodo dell'infanzia e dell'adolescenza fu anche afflitto da diverse e persistenti malattie, al punto che, debole sia nella mente e insieme nel corpo, non fu ritenuto idoneo per alcun incarico pubblico e privato anche in età più avanzata. Per lungo tempo rimase sotto un pedagogo, che egli stesso, in un determinato scritto, lamenta fosse un barbaro preso dalla manovalanza, che gli era stato messo accanto perché lo riprendesse molto severamente per qualsiasi motivo. Tuttavia, fin dall'infanzia si dedicò con buoni risultati alle discipline liberali. Ma non pote' così conseguire alcunché di dignità né realizzare una più opportuna speranza di sé per il futuro. La madre Antonia ripeteva spesso che era un mostro d'uomo; e riprendeva qualcuno per l'ottusità, diceva che era più scemo di suo figlio Claudio. La nonna Augusta lo ritenne sempre disprezzatissimo, non gli rivolgeva la parola che rarissimamente, era solito non ammonirlo se non duramente e con un breve scritto. La sorella Livilla, quando ebbe appreso che prima o poi sarebbe diventato imperatore, apertamente e pubblicamente maledisse una sorte così ingiusta e indegna del popolo romano.
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quid loquor? te ut ulla res frangat? tu ut umquam te corrigas? tu ut ullam fugam meditere?tu ut ullum exilium cogites? Utinam tibi istam mentem di inmortales duint! tametsi video, si mea voce perterritus ire in exilium animum induxeris quanta tempestas invidiae nobis, si minus in praesens tempus recenti memoria scelerum tuorum, at in posteritatem impendeat. Sed est tanti, dum modo ista sit privata calamitas et a rei publicae periculis seiungatur. 3 Sed tu ut vitiis tuis commoveare, ut legum poenas pertimescas, ut temporibus rei publicae cedas, non est postulandum. Neque enim is es, Catilina, ut te aut pudor umquam a turpitudine aut metus a periculo aut ratio a furore revocarit. Quam ob rem, ut saepe iam dixi, proficiscere, ac, si mihi inimico, ut praedicas, tuo conflare vis invidiam, recta via perge in exilium; vix feram sermones hominum, si id feceris, vix molem istius invidiae, si in exilium iussu consulis ieris, sustinebo. Sin autem servire meae laudi et gloriae mavis, egredere cum inportuna sceleratorum manu, confer te ad Manlium, concita perditos cives, secerne te a bonis, infer patriae bellum, exsulta impio latrocinio, ut a me non eiectus ad alienos, sed invitatus ad tuos isse videaris.
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Ubi ex vulnere primum convaluit, diu dissimulatum bellum Atheniensibus infert. Quorum causae Thebani se iunxere metuentes ne, victis Atheniensibus, veluti vicinum incendium belli ad se transiret. Facta igitur inter duas, paulo ante infestissimas, civitates societate, legationibus Graeciam fatigant; communem hostem putant communibus viribus submovendum esse, neque enim cessaturum Philippum, si prospere prima successerint, nisi omnem Graeciam domuerit. Motae quaedam civitates Atheniensibus se iungunt; quasdam autem ad Philippum belli metus traxit. Proelio commisso, cum Athenienses longe maiore militum numero praestarent, adsiduis bellis indurata virtute Macedonum vincuntur. Non tamen inmemores pristinae gloriae ceciderunt; quippe adversis vulneribus omnes loca, quae tuenda a ducibus acceperant, morientes corporibus texerunt. Hic dies universae Graeciae et gloriam dominationis et vetustissimam libertatem finivit.
Non appena fu guanto dalla ferita, dichiara guerra, dopo averne tenuta a lungo nascosta l'intenzione, agli Ateniesi. Alla causa dei quali si unirono i Tebani, nel timore che, dopo aver vinto gli Ateniesi, come un incendio incombente la guerra si trasmettesse a loro. Stipulata quindi un'alleanza fra le due città fino a poco prima nemicissime, assillano la Grecia con ambascerie; ritengono che il comune nemico debba essere tenuto lontano con l'unione delle forze e che Filippo non si sarebbe fermato, se avesse avuto successo all'inizio, se non dopo aver soggiogato tutta la Grecia. Alcune città, convinte, si alleano con gli Ateniesi; ma il timore della guerra ne trasse altre dalla parte di Filippo. Attaccata battaglia, benché gli Ateniesi dispongano di un numero molto maggiore di soldati, sono vinti con combattimenti incalzanti dal temprato valore dei Macedoni. Ma non caddero immemori dell'antica gloria; infatti morendo per le ferite nemiche coprirono con i loro corpi tutti i luoghi che avevano avuto da difendere dai comandanti. Questo giorno pose termine e alla gloria della dominazione e all'antichissima libertà di tutta la Grecia.