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Bello Peloponnesio huius consilio atque auctoritate Athenienses bellum Syracusanis indixerunt;...pertinere existimabatur.
Durante la guerra del Peloponneso grazie al suo piano e alla sua autorità gli Ateniesi dichiararono guerra ai Siracusani; per realizzarla fu designato egli stesso come condottiero, gli furono dati due colleghi, Nicia e Lamaco. Dopo che questa fu preparata, prima che la flotta uscisse, avvenne che in una sola notte tutte le Ermei, che c'erano nella città ad Atene, furono fatti cadere tranne una, che era dinanzi alla casa di Andocide. E così in seguito quello fu descritto (come) il Mercurio di Andocide. Risultando che questo era stato fatto non senza un grande consenso di molti, che riguardava non una cosa privata ma pubblica, nella moltitudine fu insinuato un grande timore, che una qualche forza improvvisa sussistesse in città, che sopprimesse la libertà del popolo. Questo sembrava accordarsi particolarmente verso Alcibiade, perché era considerato sia più potente sia maggiore di un privato. Infatti aveva legato molti con la prodigalità, parecchi pure li aveva resi suoi con l'attività forense. Perciò accadeva, che gli occhi di tutti, ogniqualvolta fosse uscito in pubblico, li attirasse su di sé e che nessuno nella città si ponesse pari a lui. Così non solo avevano massima speranza in lui, ma anche timore, poiché poteva sia giovare che nuocere moltissimo. Si spargeva pure la cattiva fama, perché si diceva che in casa sua si celebravano misteri; e questo era sacrilego secondo la tradizione degli Ateniesi, e la stessa cosa si pensava non rivolgersi alla religione, ma alla congiura.
Versione tratta da Cornelio Nepote
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Cum primum Romam veni, fuitque cui recte ad te litteras darem, nihil prius ,... Capitolio miranda multitudo erat. Postridie senatui gratias egimus. (da Cicerone)
Quando sono giunto a Roma, e trovato qualcuno al quale potessi consegnare una lettera per te, la prima cosa che ho ritenuto di dover fare è stata di esprimere a te che eri assente la gratitudine del mio (lett. nostro) ritorno. Sono partito da Durazzo, il giorno stesso in cui fu presentata la legge che mi riguardava; il giorno seguente sono giunto a Brindisi. Qui c'era in attesa la mia Tulliola, nello giorno stesso del suo compleanno che per caso coincideva con l'anniversario della fondazione della colonia; venutasi a sapere la cosa, fu celebrata con molta dimostrazione di gioia da una grande folla. ...(continua)
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Q. Fabius Maximus vir optimo animo fuit; multa in eo preclara cognovi, sed ninil admirabilius quam ...(da Cicerone)
Q. Fabio Massimo fu un uomo di ottimo animo; sondai in lui molte splendide qualità, ma nessuna fu più ammirevole rispetto al modo in cui costui sopportò la morte del figlio, un uomo ed un consolare illustre; fu nelle mani di tutti (accessibile a tutti) l'elogio funebre, che nel momento in cui lo leggiamo, che filosofo non teniamo in conto? 2. in verità costui non era solo grande in pubblico e nello sguardo dei cittadini, ma era anche molto notevole nell'intimità della sua casa. 3. Che discorso (modo di parlare), che precetti, quanta cognizione storica (quanta conoscenza dell'antichità), quanta conoscenza del diritto augurale....(continua)
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Orestes Agamemnonis et Clytaemnestrae filius postquam in puberem aetatem venit, studebat patris sui mortem exsequi; itaque consilium capit cum Pylade et Mycenas venit ad matrem Clytaemnestram, dicitque se Aeolium hospitem esse nuntiatque Orestem esse mortuum, quem Aegisthus populo necandum demandaverat. Nec multo post Pylades Strophii filius ad Clytaemnestram venit urnamque secum affert dicitque ossa Orestis condita esse; quos Aegisthus laetabundus hospitio recepit. Qui occasione capta Orestes cum Pylade noctu Clytaemnestram matrem et Aegisthum interficiunt. Quem Tyndareus cum accusaret, Oresti a Mycenensibus fuga data est propter patrem; quem postea furiae matris exagitarunt.
Quando Oreste, figlio di Agamennone e di Clitennestra, giunse alla giovinezza, non aveva altro in mente che vendicare la morte del padre; fece perciò un piano insieme a Pilade, si recò a Micene dalla madre Clitennestra, le disse che era uno straniero giunto dall’Eolia e le annunciò la morte di Oreste, che Egisto voleva far uccidere dal popolo. Non molto tempo dopo Pilade, figlio di Strofio, si presentò a Clitennestra portando con se un’urna e disse che questa conteneva le ossa di Oreste; al che Egisto, tutto contento, accolse amichevolmente entrambi. Cogliendo l’occasione, Oreste uccise nottetempo, con l’aiuto di Pilade, la madre Clitennestra ed Egisto. Quando Tindaro lo trascinò in giudizio, gli abitanti di Micene concessero a Oreste di andare in esilio, a causa di suo padre; in seguito fu perseguitato dalle Furie della madre.
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Dionysius, cum fanum Proserpinae Locris expilavisset, navigabat Syracusas; isque cum secundissumo vento cursum teneret, ridens 'Videtisne', inquit, 'amici, quam bona a dis inmortalibus navigatio sacrilegis detur?' Atque homo acutus cum bene planeque percepisset, in eadem sententia perseverabat. Qui quom ad Peloponnesum classem appulisset et in fanum venisset Iovis Olympii, aureum ei detraxit amiculum grandi pondere, quo Iovem ornarat e manubus Carthaginiensium tyrannus Gelo, atque in eo etiam cavillatus est aestate grave esse aureum amiculum, hieme frigidum, eique laneum pallium iniecit, cum id esse ad omne anni tempus diceret. Idemque Aesculapi Epidauri barbam auream demi iussit; neque enim convenire barbatum esse filium, cum in omnibus fanis pater imberbis esset. Iam mensas argenteas de omnibus delubris iussit auferri, in quibus, quod more veteris Graeciae inscriptum esset BONORUM DEORUM, uti se eorum bonitate velle dicebat. Idem Victoriolas aureas et pateras coronasque, quae simulacrorum porrectis manibus sustinebantur, sine dubitatione tollebat eaque se accipere, non auferre dicebat; esse enim stultitiam, a quibus bona precaremur, ab is porrigentibus et dantibus nolle sumere
Dionisio, dopo aver depredato a Locri il tempio di Proserpina, stava navigando verso Siracusa. Visto che il viaggio procedeva bene con il favore del vento: « Vedete » disse ridendo «o amici, che bella navigazione gli dèi immortali offrono ai sacrileghi? ». Da uomo acuto quale era, considerata bene ogni cosa, perseverò nello stesso atteggiamento. Sbarcato nel Peloponneso e giunto nel tempio di Giove Olimpio spogliò la statua dei Dio del pesante mantello d'oro di cui l'aveva ornata Gelone servendosi del bottino tolto ai Cartaginesi e non si peritò di fare dello spirito sulla cosa dicendo che un mantello d'oro è fastidioso d'estate e freddo d'inverno: rivesti perciò la statua di un mantello di lana col pretesto che essa si adattava a tutte le stagioni. Analogamente ad Epidauro ordinò che si asportasse la barba d'oro di Esculapio col pretesto che non era bello che il figlio avesse la barba quando in tutti i templi il padre era raffigurato senza barba. Fece anche asportare da tutti i templi le mense d'argento e poiché queste recavano, secondo l'antico uso greco, l'iscrizione « degli dèi buoni » diceva di voler fruire di questa loro bontà. Non sì faceva neppure scrupolo di prelevare le piccole Vittorie d'oro, le tazze e le corone sorrette dalle mani protese delle statue e affermava che questa era una accettazione, non una sottrazione, in quanto sarebbe stata una sciocchezza chiedere dei beni agli dèi per poi non volerli accettare quando sono essi stessi ad offrirceli con le loro stesse mani.