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Temporibus priscis pulix lacerasse potentes dicitur atque inopes dira podagra viros. Sed pulix noctu ditis dum carperet artus, protinus adlato lumine captus erat. Altera dum plantis sese occultaret egeni, stare nequibat egens, fessa erat illa satis. Sic quoque consumpti fatis agebantur amaris, ille timore necis, illa labore viae. Convenere simul, referunt sua damna vicissim et placet alterne has agitare vices. Divitis interea gressus lacerare podagra, at pulix stratum coepit, egene, tuum; hinc vacat et recubat. Requies tibi magna, podagra, est. Tu, pulix, tutus viscera fessa comes.
Si dice che nei tempi antichi una pulce lacerò i potenti e gli uomini non conoscevano la podagra funesta. Ma la ricca pulce di notte mentre staccava le giunture, fu catturata subito dalla luce che era apparsa. L’una mentre si nascondeva tra le piante dell’indigente, dato che era indigente non poteva stare, l’altra (quella) era abbastanza stanca. Consumati anche dall’amaro destino si agiva così, quello per il timore della morte, quella per la fatica della strada. Giunsero contemporaneamente, riferirono i propri danni a vicenda e piacque (furono contente) di raccontare alternativamente queste vicissitudini. Frattanto la ricca podagra facendosi avanti lacerava, ma la pulce, indigente, cominciò la tua coperta; da quel momento fu senza impegni e si distese. Il riposo è fondamentale per te, podagra. Tu, pulce, osservando le viscere indebolite divorerai (By Maria D.)
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Quaerebat maerens matrem per prata vitellus. Cruribus huic longis obvia venit avis, dicit "Io frater, cur tristis pectore mugis, vel cur turbatus florida rura teris?"Cui sic respondit: "Soror, est iam tertia nunc lux, quod lac non tetigi et famulentus eo."Verba refert ales: "Ne cures talia, demens; nam quia non suxi, tertius annus abit."Ad quam indignatus fertur dixisse vitellus: "Quo sis pasta cibo, en tua crura docent."
Un vitello afflitto cercava per i prati la madre. Un uccello dalle lunghe zampe gli corse incontro, disse “oh fratello, perché muggisci triste nell’animo, o piuttosto perché turbato logori le floride campagne?” Gli rispose così: “Sorella, ora è ormai il terzo giorno, che non bevo (tocco) latte e mi aggiro affamato. ” L’uccello replicò le parole: “tu, demente, non preoccuparti di tali cose; infatti dato che non hai succhiato, il terzo anno svanirà (non verrà vissuto)”. ” Si narra che indignato per tale cosa il vitello abbia detto: “ con che cibo ti sei nutrita, ecco le tue zampe insegnano (parlano da sole). (By Maria D. )
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Leo aeger, vulpis et ursus. Aegrum fama fuit quondam iacuisse leonem paeneque supremos iam tenuisse dies. Iste feras dum rumor adit maestissimus omnes, regem namque suum intoleranda pati, concurrunt flentes cunctae medicosque vocantes, ne careant tanto principis auxilio. Hic aderant bubali, magni quoque corporis uri, asper adest taurus, affuerantque boves, discolor et pardus necnon pariter platocervus, hic sonipes pariter hoc comitatus iter. His nec defuerant monstrantes cornua cervi, capreolique simul, caprigenumque pecus; dentibus hic aper est fulgentibus, asper et ursus unguibus haud sectis, hic lepus atque lupus. Huc veniunt linces, huc confluxere bidentes, iungunturque canes atque simul catuli. Vulpis sola tamen turmis non affuit istis, nec dignata suum visere nam dominum. Has tunc ante alios voces emittere fertur ursus et has iterum sic iterare minas: "O rex magne, potens, princeps invicte ferarum, auribus haec placidis suscipe verba tuis, Audiat atque cohors tota haec quae subdita magno, o rex iuste, tuo noscitur imperio. Quae tam dira fuit vulpi dementia quaeve tantillam potuit ira subisse feram, ut regem, quem cuncta sibi plebs subdita visit, hunc haec sola quidem non adiisse velit? Magna est ista quidem vulpis protervia mentis, atque decet magnis subdier illa malis." Haec dum dicta refert ursus, rex omnibus inquit: "Iam moritura cito dilacerata cadat!" Tunc plebs tota simul voces ad sidera tollit: "Istum iudicium principis atque bonum!" Hoc vulpi innotuit, se quae in plurima vertit, atque diu notos praeparat ipsa dolos: indumenta pedum multa et conscissa requirit inponensque humeris regia castra petit. Quam rex dum vidit, placato pectore risit, exspectatque diu quid malefida velit. Cumque ante ora ducum staret, sic rex prior inquit: "Quid moritura feres, quae lanianda venis?" Illa diu trepidans, timidoque in pectore versans haec subiecta refert praecogitata cito: "Rex pie, rex clemens, rex invictissime noster, accipe nunc animo quae tibi dicta fero. Haec, dum namque vias terrarum lustro per omnes indumenta scidi ob studium medici, Qui posset regis magno succurrere morbo, atque tuis magnam demere maestitiam. Tandem praecipuum medicum vix inveniebam, sed tibi, rex, vereor dicere quae docuit." Rex quoque ait: "Si vera refers, dulcissima vulpis, dic mihi, quid citius dixerit hic medicus." Vulpis ad haec ursi non immemor improba dixit: "Cautius haec famulae suscipe verba tuae. Ursino si te possum circumdare tergo, non mora, languor abit sanaque vita redit." Continuo iussu domini distenditur ursus a sociis propriis detrahiturque cutis. Qua cum gestirent obducere pelle leonem, aufugit penitus languidus ille dolor. At cum post ursum vulpis sic corpore nudum viderat, haec laetis dicta refert animis: "Quis dedit, urse pater, capite hanc gestare tyaram, et manicas vestris quis dedit has manibus?" Servulus ecce tuus depromit hos tibi versus. Fabula quid possit ista, require valens.
Si diffuse che un leone una volta giaceva malato e a stento sosteneva (viveva) ormai gli ultimi giorni. Mentre questa diceria molto funesta si propagava tra tutte le fiere, che il re proprio il loro sopportava (dolori) insostenibili, accorsero tutte piangendo e chiamando i medici, per non essere manchevoli del supporto tanto importante del principe. Erano presenti in quel luogo i bufali, anche i bisonti di enorme corporatura, era presente un feroce toro, e c'erano i buoi, ed un leopardo di diversi colori e allo stesso modo un cervo, qui un destriero allo stesso modo quell'andirivieni del seguito. Non mancavano tra questi i cervi che mostravano le corna, ed insieme i caprioli, ed il gregge di capre; qui c'era un cinghiale dai denti splendenti, ed un feroce orso con le unghie affilate, qui (c'erano una lepre ed un lupo. Giunsero là le linci, confluirono lì quelli con due denti, e si unirono i cani ed insieme i cuccioli. Tuttavia una sola volpe non era presente tra questa moltitudine, non era stata infatti giudicata degna di visitare il proprio signore. Allora si narra che l'orso emise queste parole dinanzi agli altri e rinnovò per la seconda volta queste minacce così: "O grande re, potente, principe invincibile delle fiere, sostieni queste parole con le tue orecchie tranquille, e che ascolti tutta questa coorte, che assoggettata al tuo grande potere, o re giusto, è ammessa (ritenuta degna). Quale stravaganza fu per la volpe tanto funesta o per meglio dire quale ira ebbe il potere che una fiera tanto piccola subisse a tal punto che effettivamente questa sola in verità non volle accostarsi a questo re, che tutta la plebe essendosi sottomessa visitò? Effettivamente questa petulanza della mente della volpe è grande, e quella si confà subdolamente alle enormi disgrazie. ” Mentre l’orso proferiva tali parole, il re disse a tutti: “che cada ormai quella destinata a morire presto perché dilaniata!” Allora tutta la plebe sollevò contemporaneamente le grida al cielo: “questo giudizio del principe è giusto ed onesto!” Questo venne reso noto alla volpe, che si appigliò a moltissime cose, e la stessa preparò a lungo i noti inganni: ricercò molti indumenti lacerati di fanteria e dopo esserseli messi sulle spalle si diresse verso l’accampamento regale. Il re per tutto il tempo che la vide, rise con il cuore ben disposto, ed attese a lungo cosa la malefica desiderasse. E stando al cospetto dei condottieri, il re precedente disse così: “tu che stai per morire che giungi per essere dilaniata cosa addurrai?” Quella trepidando a lungo, ed agitando nell’animo timoroso queste cose subite riferì in fretta i pensieri: “pio re, re clemente, nostro re veramente invincibile, accetta ora con il cuore le parole che io ti riferisco. Mentre in verità percorrevo in mezzo a tutti le vie del mondo, ho lacerato quest’indumenti per la passione del medico, che potrebbe offrire aiuto alla grave malattia del principe, e togliere ai tuoi la grande tristezza. Alla fine trovai a stento un medico singolare, ma ho paura, re, di dirti quelle cose che insegnò. ” Anche il re disse: “se riporti cose vere, dolcissima volpe, dimmi, al più presto cosa abbia detto questo medico. ” La volpe disonesta ponendo attenzione (non immemore) nei confronti delle parole dell’orso disse: sostieni più cautamente queste parole della tua schiava. Se posso ricoprirti con la schiena (pelle della schiena) di orso, senza indugio, svanirà la fiacchezza e la vita ritornerà sana. ” Immediatamente dopo per ordine del signore l’orso si distese e fu strappata l’acute dai propri compagni. Avendo in qualche modo manifestato con gesti di coprire il leone con la pelle, quel languido dolore interno sparì. Ma quando poi la volpe aveva visto l’orso così senza niente addosso (nudo nel corpo), pronunciò con lieti sentimenti queste parole: “chi dispose, padre orso, di portare questo turbante sul capo, e chi dispose queste maniche per le vostre mani?” Ecco il tuo schiavetto ti ricava questi versi. Questa favola, che serve a ricercare, potrebbe contare qualcosa. (By Maria D. )
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Favola I. Leo aeger, vulpis et ursus. - Il leone malato, la volpe e l'orso
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1 Lugentum lacrimis populorum roscida tellus Principis hec magni nobile corpus habet. H ic namque in cunctis recubans celeberrimus heros, Prepollens Arichis, ho decus atque dolor! 5 Tullius ore potens cuius vix pangere laudes U t dignum est posset, vel tua lingua Maro. Stirpe ducum regumque satus, asenderat ipse Nobilior generis culmina celsa sui, Formosus, validus, suabis, moderatus et acer, 10 Facundus, sapiens, luxque decorque fuit. Quod logos et phisis moderansque quod ethica pangit, Omnia condiderat mentis in arce sue, Strenuus eloquii divini cultor et index, Pervigil in lacrimis tempora noctis agens, 15 Anteibat iuvenes venatu, viribus, armis; Flaminibusque ipsis famina sancta dabat. Ter binis luxtris patrie sic rexit abenas, Fluctibus ut lintrem navita doctus agit. Sollicite (patriam ) pacis servavit amator, 20 Consilio cautus, providus atque sagax; Cum natis proprium nil ducens tradere censum, Insuper et patrie promtus amore mori. Mestorum solamen erat, solamen egentum, Hos satagens verbis, hos relevare manu. 25 Ornasti patriam doctrinis, moenibus, aulis; Hinc in perpetuimi laus tua semper erit. Tu requiesque tuis portusque salusque fuisti, Gloria, delicie, tu generalis amor! Heu mihi! quam subito perierunt omnia tecum 30 Gaudia, prosperitas, paxque quiesque simul! Planctus ubique sonat; te luget sexus et etas Omnis, et ante omnes tu Benevente doles. Nec minus excelsis nuper que condita muris, Structorem orba tuum, clara Salerne, gemis. 35 Apulus et Calaber, Vulgar, Campanus et Umber, Quosque Siler potat Romuleusque Tibris, Quique bibunt Ararim te flent Histrumque Padumque, Extimus adfinis, seu peregrina falans. Tarn felix olim, nunc namque miserrima, coniux, 40 Regali in thalamo quam, tibi iunxit amor, Eheu perpetuo pectus transfixa mucrone, Languida membra trahens, te moribunda dolet. Viderat unius hec nuper funera nati, Ast alium extorrem, Gallia dura, tenes! 45 Huic gemine nate vernanti flore supersunt, Solamenque mali, sollicitusque timor; Has cernens reddi vultus sibi credit amatos; He ne preda fiant, fluctuabunda pavet. Solatur tantos spes hec utcumque dolores, 50 Quod te pre meritis nunc paradysus habet. O regina potens, Virgo genitrixque Creantis, Prosit ei huc sacro membra dedisse lari.
Intrisa dalle lacrime delle popolazioni piangenti, questa terra conserva la nobile salma di un grande Principe. Qui infatti ha trovato riposo — onore e dolore! — il potentissimo Arechi, celebre oltre misura in tutti i campi. Potrebbero in misura adeguata cantare le sue lodi solamente Tullio, re della parola, o la tua lingua, Virgilio Marone. Discendente da stirpe di duchi e di sovrani, fattosi da sé più nobile aveva raggiunto le più alte vette della sua gente. Allo stesso tempo bello, forte, gentile, calmo ed impetuoso; facondo, sapiente: fu luce e decoro. Quel che proclamano la logica e la fisica e l ’etica, regolatrice dell’umana condotta, egli aveva radunato tutto nella rocca del suo intelletto. Infaticabile cultore e annunciatore della parola sacra, vegliando in lacrime durante le notturne ore di preghiera, superava i giovani nella caccia, nel vigore, nella milizia; e agli stessi leviti era in grado di suggerire liturgiche norme. Tenne per trenta anni le redini dello stato in quella guisa con cui un esperto nocchiero conduce la sua imbarcazione tra i flutti. Pur tra ansie, egli, amante della pace, cauto nei disegni, preveggente e sagace, riuscì a sollevare lo stato; ed inoltre, stimando quasi sacrificio da nulla offrire con i figli il proprio tesoro, si rivelò pronto a morire per amore della patria. Era sollievo dei sofferenti, sollievo dei poveri, gli uni preoccupandosi di soccorrere con le parole, gli altri con la mano. Adornasti la patria con le scienze, le fortificazioni, i palazzi: e perciò la tua gloria si perpetuerà nel tempo. Per i tuoi, tu fosti pace, porto di quiete, salvezza, gloria, delizia; tu, l’amore di tutti. Ahimè! come improvvisamente tramontarono insieme con te tutte le gioie, la prosperità, la pace e la tranquillità. Dappertutto risuona il lamento: te piangono uomini e donne d’ogni età; e, prima fra tutte, tu, o Benevento ne sei costernata. Né in misura minore rimpiangi il tuo costruttore tu, o illustre Salerno, ormai orbata, tu che recentemente sei stata fondata con eccelse mura. Sono rattristati Apuli e Calabri, Bulgari, Campani, Umbri, e quanti son dissetati dal Seie e dal romano Tevere e quanti 'bevono la Saóne, il Danubio, il Po: stranieri e alleati, e schiere di esuli. Ed affranta è la tua consorte, un giorno felice ma ora fra tutte misera, che l’amore a te unì nel regale talamo; per sempre trafitta, ahimè!, dalla spada, trae le stanche membra, quasi prossima a morte. Costei aveva assistito poco fa alle esequie di un figlio: e un altro, o dura Gallia, tu trattieni lontano dalla patria. Le rimangono, sollievo nella sventura ed insieme fonte d ’inquieto timore, due figlie nel fiore dell’età: contemplandole, può illudersi che le siano restituiti gli amati volti; ma, ansiosa insieme, ha paura che le possano essere tolte in ostaggio. Una speranza, però, allevia così grandi timori: che il paradiso abbia accolto te in ricompensa dei meriti. O 'potente Regina, vergine e madre del Creatore, sia a lui di giovamento l’avere affidato la sua spoglia a questo sacro tempio.