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Huius generis est plenus Novius, cuius iocus est familiaris "sapiens si algebis, tremes" ... "vellem hoc esset" inquit "laborare."
Di questo genere di spiritosaggini è ben provvisto Novio, del quale è nota la battuta "o saggio, se prenderai freddo, rabbrividirai" e moltissime altre. Spesso potresti anche perdonare con arguzia all' avversario quella stessa battuta che quegli prende da te; come Gaio Lelio, quando un tale di oscuri natali gli aveva detto che era indegno dei suoi antenati, "ma per Ercole", rispose, "tu sei degno dei tuoi". Spesso vengono pronunciate anche facezie in tono sentenzioso, come Marco Cincio quando, nel giorno in cui presentò una legge sulle donazioni e sulle elargizioni, gli si era presentato Gaio Centone e, abbastanza oltraggiosamente, gli aveva chiesto "cosa proponi, o Cincetto?," rispose, "che tu comperi, o Gaio, se vuoi usufruire". Spesso si desiderano anche quelle cose che non possono avvenire; come Marco Lepido quando, mentre gli altri si allenavano sul campo, ed essendosi egli stesso sdraiato sull'erba, "Vorrei", disse, "che questo fosse il lavorare"
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Ergo die quodam solus solettus in arvo valde lavorabat, stentans zappare fasolos. Ianque visentinis spuntabat Phoebus ab alpis, Zambellum iam iam mangiandi voia grezabat, qui per ventronem vacuas rosegare budellas ireque per cistam grances et gambara sentit. Sed quia nessunus pendet carnerus in ulmo, quo saltem tozzi sint muffi aut crusta casetti, sed quia vinessae nullus barilottus aquatae, qua queat almancum boccam bagnare sugatam, trat zappam longe ceu desperatus et alto pectore suspirum sborrat per utrumque canalem. Inde caput grattans dextra culumque sinistra, non satiare potens ventrem, vuit pascere griffas. Brontolat in dentes calcataque verba sussurrat, atque strepit veluti buliens pignata ravarum, blasphemat, maledicit, ait convitia Baldo, nanque umberlicus schenae taccatur arentum. Impatiens tandem magna sic voce gridavit: «0 cordis lancum, o vermocagnus, et oyde, oyde meus venter, mea panza meusque budellus! Sic taceam sempre? Marza sic famme crepabo? Strangossabo miser? Nec quemquam cerco socorsum?».
Un giorno dunque solo soletto in campagna lavorava faticando assai a zappare fagioli. Febo (=Il sole) spuntava ormai dalle Alpi Vicentine, già ormai la voglia di mangiare tormentava Zambello che sente le budella vuote che rumoreggiano (rosicchiano) nella pancia e vagare per la cesta granchi e gamberi. Ma poiché nessun carniere penzola dall'olmo nel quale ci siano almeno tozzi di pane ammuffiti o una crosta di formaggio, e (ma) poiché (non c' è ) nessuna botticella di vino annacquato con il quale possa almeno bagnare la bocca secca, come un disperato lancia lontano la zappa e dal profondo del petto esala un sospiro da entrambi i canali. Poi grattandosi il capo con la destra e il fondoschiena con la sinistra, non potendo colmare la pancia, vuole nutrire le unghie. Brontola tra i denti e sussurra parole soffocate, e strepita come una pentola di rape che bolle, bestemmia, maledice, pronuncia parole di scherno contro Baldo, e infatti l'ombelico sta toccando la sua spina dorsale. Infine, perduta la pazienza, così gridò a gran voce: " 0 mal del lanco nel cuore, o cisti da echinococco, e oh Dio, o Dio mio, il mio ventre, la mia pancia, e le mie budella! Così, tacerò per sempre? Morirò di fame? Disgraziato, butterò sangue? E non cerco un qualsiasi aiuto?"
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Difficile enim dictu est, quaenam causa sit, cur ea, quae maxime sensus nostros impellunt voluptate et specie prima acerrime commovent, ab eis celerrime fastidio quodam et satietate abalienemur. Quanto colorum pulcritudine et varietate floridiora sunt in picturis novis pleraque quam in veteribus! Quae tamen, etiam si primo aspectu nos ceperunt, diutius non delectant; cum eidem nos in antiquis tabulis illo ipso horrido obsoletoque teneamur. Quanto molliores sunt et delicatiores in cantu flexiones et falsae voculae quam certae et severae! Quibus tamen non modo austeri, sed, si saepius fiunt, multitudo ipsa reclamat. Licet hoc videre in reliquis sensibus unguentis minus diu nos delectari summa et acerrima suavitate conditis quam his moderatis, et magis laudari quod terram quam quod crocum olere videatur; in ipso tactu esse modum et mollitudinis et levitatis. Quin etiam gustatus, qui est sensus ex omnibus maxime voluptarius quique dulcitudine praeter ceteros sensus commovetur, quam cito id, quod valde dulce est, aspernatur ac respuit! Quis potione uti aut cibo dulci diutius potest?
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Versione da Operativamente pag 138 n°94
Et forte belua inusitatae magnitudinis, super ipsos fluctus dorso eminens, ad molem quam Macedones iecerant ingens corpus adplicuit, diverberatisque fluctibus adlevans semet utrimque conspecta est: deinde a capite molis rursus alto se mersit, ac, modo super undas eminens magna sui parte, modo superfusis fluctibus condita, haud procul munimentis urbis se mersit. Vtrisque laetus fuit beluae aspectus: Macedones iter iaciendo operi monstrasse eam augurabantur, Tyrii Neptunum, occupati maris vindicem, abripuisse beluam, ac molem brevi profecto ruituram; laetique omine eo ad epulas dilapsi oneravere se vino; quo graves, orto sole navigia conscendunt redimita floribus coronisque. Adeo victoriae non omen modo, sed etiam gratulationem praeceperant!
E per caso un animale di staordinaria grandezza, affiorando col dorso sugli stessi flutti, accostò il suo enorme corpo al molo che avevano costruito i Macedoni, ed elevandosi al di sopra dei flutti sferzati, fu avvistato da entrambi i contendenti: quindi si immerse di nuovo in profondità dalla punta del molo e ora sollevandosi sulle onde con gran parte del corpo, ora nascondendosi tra i flutti ribollenti, emerse non lontano dalle fortificazioni della città. Entrambe le parti furono liete per l’apparizione dell’animale: i Macedoni traevano l’auspicio che esso avesse indicato la via all’opera da intraprendere, i Tirii che Nettuno, vendicatore del mare occupato, avesse mandato l’animale e che certamente il molo in breve tempo sarebbe crollato. E lieti per quel presagio, abbandonatisi a bagordi, si riempirono di vino, appesantiti dal quale, al sorger del sole, si imbarcarono su navigli agghindati di fiori e di corone: a tal punto avevano anticipato non solo il presagio della vittoria, ma addirittura il ringraziamento!
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Iusiurandum apud Romanos inviolate sancteque habitum servatumque est. Id et moribus legibusque multis ostenditur, et hoc, quod dicemus, ei rei non tenue argumentum esse potest. Post proelium Cannense Hannibal, Carthaginiensium imperator, ex captivis nostris electos decem Romam misit mandavitque eis pactusque est, ut, si populo Romano videretur, permutatio fieret captivorum et pro his, quos alteri plures acciperent, darent argenti pondo libram et selibram. 3 Hoc, priusquam proficiscerentur, iusiurandum eos adegit redituros esse in castra Poenica, si Romani captivos non permutarent. Veniunt Romam decem captivi. Mandatum Poeni imperatoris in senatu exponunt. Permutatio senatui non placita. Parentes cognati adfinesque captivorum amplexi eos postliminio in patriam redisse dicebant statumque eorum integrum incolumemque esse ac, ne ad hostes redire vellent, orabant. Tum octo ex his postliminium iustum non esse sibi responderunt, quoniam deiurio vincti forent, statimque, uti iurati erant, ad Hannibalem profecti sunt.
Il giuramento presso i romani è stato fedelmentemantenuto. Dopo la battaglia di Canne, Annibale, comandante dei Cartaginesi, scelti dieci tra i nostri prigionieri li mandò a Roma e li affidò a quelli affinché se sembrasse opportuno al popolo romano, si conseguisse uno scambio di prigionieri. Prima di partire questi prestarono questo giuramento: che sarebbero ritornati negli accampamenti dei Cartaginesi se i Romani non scambiassero i prigionieri. I dieci prigionieri giungono a Roma. I cartaginesi espongono in senato il mandato dell'Imperatore. Lo scambio non è gradito al Senato. I parenti, i cognati e i conoscenti dei prigionieri abbracciati dicevano che quelli ritorneranno in patria e che la loro condizione era integra. e pregavano perché non volevano che ritornassero dai nemici. Allora risposero che il rientro in patria non era giusto e subito come era stato giurato tornarono da Annibale