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- Scritto da Anna Maria Di Leo
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Nec quicquam illi minus quam multitudo militum defuit. Cuius tum universae aspectu admodum laetus, purpuratis solita vanitate spem eius inflantibus, conversus ad Charidemum Atheniensem belli peritum et ob exilium infestum Alexandro, —quippe Athenis iubente eo fuerat expulsus, —percontari coepit satisne ei videretur instructus ad obterendum hostem. At ille et suae sortis et regiae superbiae oblitus: "Verum", inquit, "et tu forsitan audire nolis, et ego, nisi nunc dixero, alias nequiquam confitebor. Hic tanti apparatus exercitus, haec tot gentium et totius Orientis excita sedibus suis moles finitimis potest esse terribilis: nitet purpura auroque, fulget armis et opulentia, quantam, qui oculis non subiecere, animis concipere non possunt. Sed Macedonum acies, torva sane et inculta, clipeis hastisque immobiles cuneos et conferta robora virorum tegit. Ipsi phalangem vocant, peditum stabile agmen. Vir viro, armis arma conserta sunt; ad nutum monentis intenti, sequi signa, ordines servare didicerunt; quod imperatur, omnes exaudiunt. Obsistere, circumire, discurrere in cornu, mutare pugnam, non duces magis quam milites callent. Ac ne auri argentique studio teneri putes, adhuc illa disciplina paupertate magistra stetit: fatigatis humus cubiculo est; cibus, quem occupati parant, satiat; tempora somni artiora quam noctis sunt.
Nulla mancava a Dario, tranne il numero di soldati. E mentre egli appariva oltremodo soddisfatto al vedere tale moltitudine e mentre i suoi cortigiani, con la consueta piaggeria, ne solleticavano la speranza, rivoltosi verso l’ateniese Caridemo, esperto stratega e avverso ad Alessandro, causa del suo esilio, in quanto su suo ordine era stato espulso da Atene, cominciò ad informarsi se appariva abbastanza preparato a distruggere il nemico. Ma costui, dimentico della propria sorte e della fierezza del re, rispose: “Ti dirò la verità, che tu forse non vuoi sentire e che io, se non te la dirò oggi, la dirò invano un’altra volta. Questo grande apparato militare, questa massa di tante genti e d tutto l’Oriente, fatta venir qui dalle proprie sedi, può essere terribile per i popoli confinanti: risplende di porpora e d’oro, rifulge di armi e di ricchezze, quante non possono immaginare coloro che non le hanno viste di persona. Ma l’esercito macedone, terribile e selvaggio, cela dietro una selva di scudi e di lance, reparti ben saldi e una forza compatta di uomini. Chiamano questa formazione ‘falange’, un serrato schieramento di fanti: tutti i soldati sono a stretto contatto, armi contro armi, e ad un cenno del loro comandante hanno imparato diligentemente a tener dietro alle insegne, mantenendo l’ordine nei ranghi. Tutti eseguono gli ordini come un sol uomo: resistere al nemico, aggirarlo, portarsi sulle ali, cambiare fronte di battaglia, sono operazioni familiari ai soldati non meno che ai loro comandanti. E non credere che sia la brama di oro o di argento a tenerli assieme: finora la disciplina della povertà è stata la loro maestra: la terra è il loro giaciglio quando sono stanchi, il primo cibo che trovano li sfama, la durata del loro sonno non è mai pari a quella di una notte.
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Adnotasse videor facta dictaque virorum feminarumque alia clariora esse alia maiora. Confirmata est opinio mea hesterno Fanniae sermone. Neptis haec Arriae illius, quae marito et solacium mortis et exemplum fuit. Multa referebat aviae suae non minora hoc sed obscuriora; quae tibi existimo tam mirabilia legenti fore, quam mihi audienti fuerunt. Aegrotabat Caecina Paetus maritus eius, aegrotabat et filius, uterque mortifere, ut videbatur. Filius decessit eximia pulchritudine pari verecundia, et parentibus non minus ob alia carus quam quod filius erat. Huic illa ita funus paravit, ita duxit exsequias, ut ignoraret maritus; quin immo quotiens cubiculum eius intraret, vivere filium atque etiam commodiorem esse simulabat, ac persaepe interroganti, quid ageret puer, respondebat; 'Bene quievit, libenter cibum sumpsit.' Deinde, cum diu cohibitae lacrimae vincerent prorumperentque, egrediebatur; tunc se dolori dabat; satiata siccis oculis composito vultu redibat, tamquam orbitatem foris reliquisset. Praeclarum quidem illud eiusdem, ferrum stringere, perfodere pectus, extrahere pugionem, porrigere marito, addere vocem immortalem ac paene divinam: 'Paete, non dolet.' Sed tamen ista facienti, ista dicenti, gloria et aeternitas ante oculos erant; quo maius est sine praemio aeternitatis, sine praemio gloriae, abdere lacrimas operire luctum, amissoque filio matrem adhuc agere.
Mi sembra di aver osservato che i fatti e le parole degli uomini e delle donne siano alcuni più celebri, altri più importanti. La mia opinione è stata rafforzata dal discorso di ieri su Arria. Questa (è) nipote di quella famosa Arria, che fu di conforto alla morte del marito e di esempio. Riferiva molte cose di sua nonna non meno importanti di questo, ma meno note; io ritengo che, per te che le leggi, saranno tanto stupefacenti, quanto lo furono per me che le ascoltavo. Cecina Peto, suo marito, era malato, era malato anche suo figlio e tutt’e due in pericolo di morte, come sembra. Morì il figlio, di straordinaria bellezza, pari modestia, e per i genitori non meno caro per altri aspetti che per il fatto che era il figlio. Ella (così) preparò il funerale per il figlio e (così) condusse le esequie in modo che il marito restasse ignaro; che anzi, quante volte entrava nella sua stanza, tante volte fingeva che il figlio vivesse e (inoltre faceva) anche (credere) che stesse meglio, e rispondeva al marito che chiedeva spessissimo cosa faceva il ragazzo:<>. Poi, quando le lacrime a lungo trattenute avevano la meglio e sgorgavano, usciva; allora si abbandonava al dolore; sfogatasi, con occhi asciutti e volto ricomposto, tornava, come se avesse lasciato fuori (il dolore per) la mancanza. Senza dubbio famosissimo di lei quel gesto, impugnare l’arma, trafiggersi il petto, estrarre il pugnale, porgerlo al marito, aggiungere una frase immortale e quasi divina: <>. Ma tuttavia, mentre ella lo faceva, le stavano davanti agli occhi la gloria e l’eternità; ma più grande di ciò è, senza il vantaggio dell’eternità, senza il vantaggio della gloria, nascondere le lacrime, celare il dolore e, perso il figlio, recitare ancora la madre.