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Inutilità degli indovini
versione latino di Gellio e traduzione dal
libro Latinitatis voces pag. 300 N° 382 e
Versioni latino per il biennio pagina 351 numero 392
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Cum Achilles Hectorem in acie necavisset, corpus adversari circa moenia ter curru suo traxit et in castra Graecorum transportavit. Magnus tunc fuit in Troiae moenibus luctus vehementissimoque dolore pater Priamus se excruciabat: corpus enim filii mortui in urbem reportare desiderabat ut illud in rogum imponeret et iusto honore cremaret. Itaque Mercurii ausilio ad castra Graecorum properavit, in Achillis tabernaculum intravit et eum magna vi lacrimarum exoravit ut sibi corpus miseri fili redderet. "Huius doloris species" inquit "animum tuum moveat et mihi misericordiam tuam paret. Redde mihi filium meum ut eum in urbem sepeliam. Tibi propter hanc mansuetudinem dii gratiam reddant". Achilles haec verba non neglexit: diu tacuit; tandem summa cum benignitate Priamum senem secum adduxit in tabernaculum ubi Hector mortuus iacebat et filii corpus miserrimo patri reddidit.
Achille, dopo aver ucciso Ettore nel combattimento, trascinò con il carro il corpo del (suo) avversario vicino alle mura e lo trasportò nell’accampamento dei greci. Grande allora fu entro le mura di Troia il lutto e il padre, Priamo, per il dolore si tormentava. Infatti desiderava riportare in città il corpo del figlio morto per poterlo porre sopra il rogo e cremare con il dovuto onore. Pertanto con l’aiuto di Mercurio si affrettò all’accampamento dei greci, entrò nella tenda di Achille e lo supplicò con una grande quantità (vi) di lacrime, affinché gli rendesse il corpo dello sfortunato figlio. “La vista di questo dolore” disse “muova l’animo tuo e predisponga (congiuntivo da paro) la tua misericordia. Rendimi mio figlio affinché lo seppellisca in città. Per la tua bontà gli dei ti renderanno grazie. ” Achille non tralasciò queste parole, a lungo tacque, infine condusse con se l’anziano priamo con generosità nella tenda dove giaceva Ettore morto e restituì il corpo del figlio allo sventuratissimo padre.
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Recte etiam a Theophrasto est laudata hospitalitas. Est enim, ut mihi quidem videtur, valde decorum patere domos hominum inlustrium hospitibus inlustribus idque etiam rei publicae est ornamento homines externos hoc liberalitatis genere in urbe nostra non egere. Est autem etiam vehementer utile iis, qui honeste posse multum volunt, per hospites apud externos populos valere opibus et gratia. Theophrastus quidem scribit Cimonem Athenis etiam in suos curiales Laciadas hospitalem fuisse; ita enim instituisse et vilicis imperavisse, ut omnia praeberentur, quicumque Laciades in villam suam devertisset.
Teofrasto loda, a giusta ragione, l'ospitalità; è assai decoroso, pure secondo il mio parere, che le case degli uomini insigni siano aperte ad ospiti insigni, ed è anche motivo di lustro per lo Stato che gli stranieri non manchino in Roma di questo genere di liberalità. E' peraltro anche assai utile per coloro che vogliono onestamente acquistare un gran nome, avere molto credito e favore presso i popoli stranieri per mezzo degli ospiti. Teofrasto scrive che Cimone in Atene era ospitale anche verso i suoi compaesani Laciadi; infatti aveva impartito istruzioni ed ordini ai suoi fattori che qualunque Laciade capitasse nella sua tenuta fosse rifornito di ognì cosa.