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Lacedaemonius quidam, cuius ne nomen quidem proditum est, mortem tantopere contempsit, ...«Idcirco», inquit, «genueram, ut esset, qui pro patria mortem non dubitaret occumbere».
Uno spartano, di cui in verità non è stato tramandato il nome, disprezzò a tal punto la morte che, mentre condannato dagli efori veniva condotto a morte, poiché era di volto lieto e sereno, avendogli un nemico domandato: "Sfidi forse le leggi di Licurgo?", rispose: "Per la verità io nutro una grandissima riconoscenza per lui, che mi ha condannato ad una pena tale che posso risolvere senza pagare un debito". O uomo degno di Sparta colui che fu di un animo tanto grande! Anche la nostra città generò uomini simili. Ma perché dovrei elencare comandanti e uomini illustri, quando Catone scrive che le legioni partirono spesso gioiose verso quei luoghi da cui ritenerono che non sarebbero (mai) tornate? Con lo stesso coraggio gli Spartani caddero alle Termopili. Uno di loro, poiché un nemico Persiano gli aveva detto, vantandosi, durante una conversazione: "Non vedrete il sole per il grande numero di giavellotti e di dardi", rispose: "Allora combatteremo all'ombra". Ricordo gli uomini: di quale natura fu da ultimo quella donna di sparta? Quella (donna) che, dopo aver inviato il figlio in battaglia e che dopo aver appreso che era stato ucciso, disse: "Per questo motivo l'avevo generato, perché non esitasse a perire per la patria".
Versione tratta da Cicerone
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Caesar admodum iuvenis, cum a piratis in Asia captus esset, ita se per omne spatium temporis, quo ab iis retentus est,... suffixit cruci. Omnia aec fuerunt honori Caesari, dedecori Iunco, avaro et imbelli proconsuli.
Cesare, alquanto giovane, quando fu fatto prigioniero in Asia dai pirati, si comportò nei loro confronti, per tutto il tempo in cui fu da essi trattenuto, in modo tale da essere per loro nella stessa misura motivo di timore e rispetto. Sarebbe lungo raccontare ogni vicenda, ma riferiamo un solo esempio dell'audacia e della forza d'animo di un uomo così grande: dopo esser stato riscattato grazie al denaro pubblico dello Stato, Cesare, da privato cittadino, radunata velocemente una flotta, andò nel luogo in cui stavano i suoi rapitori: mise in fuga una parte della loro flotta, ne affondò un'altra parte, catturò alquante navi e molti uomini; e felice del trionfo della spedizione notturna fece ritorno dai suoi. Affidati ad un corpo di guardia i pirati che aveva catturato, andò in Bitinia dal proconsole Iunco, chiedendogli di giustiziare i prigionieri. Poichè Iunco aveva risposto che non lo avrebbe fatto e che avrebbe venduto i prigionieri, Cesare, ritornato al mare con straordinaria velocità, prima che le lettere del proconsole su questa sua decisione fossero consegnate a qualche magistrato, fece crocifiggere tutti i pirati che aveva preso. Tutti questi avvenimenti furono motivo di onore per Cesare, di ignominia per Iunco, avido e codardo proconsole.
Versione da Velleio Patercolo
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Muli duo angusta via procedebant; lenti erant, quia multis sarcinis onerabantur. Unus tamen fiscos cum pecunia vehebat...miseris quidem obscura vita est, sed semper secura».
Due muli procedevano per una strada stretta; erano lenti, poiché erano appesantiti da molte some. Uno tuttavia trasportava casse con denaro e con il collo agitava un sonaglio squillante: infatti era contento e superbo, poiché le sue spalle erano appesantite da monete d'argento; l'altro sosteneva sacchi pieni di molto orzo: sopportava il pesante carico con animo sereno e, quando con il bastone era indirizzato dal padrone verso erti pendii, non esternava lamenti sulla sua sorte. All'improvviso dei briganti accorrono da un'imboscata: mettono in fuga il padrone, atterrano e feriscono il mulo che trasportava il denaro, mentre rompono le casse e rubano le monete; invece non tengono in conto l'altro mulo, poiché l'orzo non è prezioso e si trova con facilità sia nei campi sia nei granai dei contadini. Allora, mentre il mulo che era stato depredato piange la sua sorte, il mulo illeso dice: "Per quale motivo io non venivo ferito né i miei sacchi venivano rubati? Perché i briganti disprezzano l'orzo. Perciò la ricchezza è infida, poiché procura una vana superbia e grandi pericoli; i poveri hanno senza dubbio una vita triste, ma sempre sicura".
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Diu Pericles Athenienses egit et versavit arbitrio suo; cumque adversus voluntatem populi loqueretur, iucunda nihilominus...nisi quod ille armatus tyrannidem gessit, hic vero sine armis Athenienses in potestatem suam redegit.
Pericle governò a lungo e guidò gli Ateniesi secondo la sua volontà; e pur parlando contro la volontà del popolo, tuttavia la sua voce era piacevole e popolare. E quindi i poeti maldicenti della commedia antica, benché desiderassero colpire l'autorità dell'uomo, ammettevano tuttavia che sulle labbra dell'uomo c'era una piacevolezza più dolce del miele e dichiaravano che negli animi di coloro che lo avevano udito venivano lasciati come, per così dire, degli aculei. Si racconta che un tale ateniese, dopo aver partecipato molto anziano alla prima assemblea di Pericle ragazzo, poichè aveva anche egli stesso da giovane udito Pisistrato assai anziano ancora mentre effettuava discorsi, non si trattenne dall'esclamare che sarebbe opportuno avere timore di quel cittadino, poiché la sua oratoria era assai simile a quella di Pisistrato. E di certo poiché potrei dire non in modo sbagliato, che lui avvisava di questi pericoli i suoi concittadini. Perché infatti che differenza c'è stata tra Pisistrato e Pericle, se non che quello esercitò la tirannide in armi, questo invece ridusse in suo potere gli Ateniesi disarmato.
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Post repentinam ruinam turris, hostes, urbis direptione perterriti,... Haec atque eiusdem generis complura ut ab hominibus doctis magna cum misericordia fletuque pronuntiantur.
Dopo l'improvviso crollo della torre, i nemici, impauriti dal timore di un saccheggio della città, si precipitarono tutti quanti fuori dalla porta senza le armi e con le sacre bende, e tesero le mani supplici verso i luogotenenti e l'esercito. Presentatasi questa singolare scena tutte le operazioni di guerra cessarono e i soldati, distolti dal combattimento, si lasciarono trascinare dal desiderio di ascoltare e di conoscere. Quando i nemici giunsero davanti ai luogotenenti e all'esercito, si gettarono tutti ai loro piedi; li pregarono di aspettare l'arrivo di Cesare: vedevano che la loro città era stata espugnata, le opere d'assedio erano state condotte a termine, la torre abbattuta; pertanto rinunciavano alla difesa. Non poteva sorgere nessun ostacolo a che, quando Cesare fosse giunto, se non avessero eseguito gli ordini prontamente, venissero subito saccheggiati. Spiegarono che, se la torre fosse crollata completamente, non si sarebbero potuti contenere i soldati dall'irrompere in città con la speranza di fare bottino e dal distruggere la città. Queste e parecchie argomentazioni dello stesso tenore, com'è da uomini istruiti, furono dette tra le lacrime e suscitando molta pietà. (da Cesare)