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La guerra tra i Romani e i Sanniti
versione latino traduzione libro PROXIME
Praesentium nota est clades, quae apud Furculas Caudinas, quae...proelia reparare statuerunt, donec hostes tam protervi victi essent.
Fra le più manifeste è rinomata la sconfitta che l'esercito romano subì alle Forche Caudine, costituite da strette della catena del Taburno e un' angusto passo nei dintorni di Caudio, presso la cittadina sannitica sull'Appia. Infatti Ponzio, condottiero nemico, voleva distruggere le schiere romane, dopo che erano state intrappolate dai Sanniti, ma Erranio suo padre obiettò "I sanniti non devono né lasciar andare né massacrare i Romani, poiché dopo non vi sarà pace sicura tra Sanniti e Romani". Quindi la discorde demenza paterna salvò i soldati romani, che Ponzio avrebbe voluto annientare. Allora i vincitori Sanniti escogitarono una grave offesa: i Romani, spogliati delle armi, furono fatti passare sotto un giogo, per primi i consoli, quasi seminu, poi le legioni una ad una, mentre intorno stavano gli avversari armati, che oltraggiavano e si facevano beffe dei vinti. A causa di quest'oltraggio poi i Romani decisero di rinnovare i combattimenti, fino a che non fossero stati battuti nemici tanto arroganti
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Testo latino: Pluto, Inferorum deus, Proserpiman, Iovis, et Cereris filiam, valde cupiebat; qua re in coniugium a patre Iove eam petivit. Dubitationes multae erant Iovi, quod nuptiae certe Cereri haud placerent, quia semper in Tartari tenebris filiam amatam Pluto haberet. Iuppiter igitur Plutonem ad virginis raptum incitabit. Itaque, dum Proserpina in monte Aetna cum Venere et Diana et Minerva flores legit, Pluto quadrigis venit et in Tartareas umbras ducturus puellam rapuit. Proserpina quoque postea Plutonem adamavit, sed Ceres mater magno dolore affecta est, quoniam filiam invenire non valebat, etsi eam die noctque ubicunque in terris quaerebat. Tum demum, postquam Iovem, omnium deum huminumque patrem, diu supplicaverat, impetravit hoc: filia dimidiam anni partem in terris cum matre, dimidiam partem sub terris cum Plutone vivet. Ita anni tempora originem habuerunt.
Traduzione italiana: Il dio degli Inferi, Plutone, desiderava ardentemente Proserpina, figlia di Giove e di Cerere; per questo la chiese in moglie al padre Giove (che era comunque fratello di Plutone). Giove aveva molti dubbi, perché le nozze certamente non sarebbero piaciute a Cerere, perché Plutone avrebbe tenuto sempre nelle tenebre del Tartaro l'amata figlia. Giove quindi esortò Plutone a rapire la fanciulla. E così mentre Proserpina coglie fiori sul monte Etna insieme a Venere e Diana e Minerva, Plutone arriva su di una quadriga e rapisce la ragazza per portarla nelle ombre del Tartaro. Anche Proserpina poi amò molto Plutone, ma la madre Cerere fu colpita da un grande dolore, perché non era capace di ritrovare la figlia, benché la cercasse giorno e notte dappertutto sulla terra. Ma alla fine, dopo che aveva a lungo scongiurato Giove, padre di tutti gli dei e degli uomini, ottenne questo: la figlia vivrà per metà dell'anno sulla terra con la madre, per l'altra metà sottoterra con Plutone. E così ebbero origine le stagioni dell'anno.
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C. Flaminius, inauspicato consul creatus, cum apud Trasumennum lacum cum Hannibale confligere statuisset, equo, qui super caput eius ruerat, humi prostatus est. Minime prodigio nefasto inhibitus, signiferis imperavit ut signa convellerent; signiferi tamen, mirum fuit, signa removere sua sede non potuerunt, ita ut per minas consul malum magnum, nisi ea continuo effodissent, militibus iactaret. Verum sua temeritas utinam sua clade tantum, non etiam populi Romani clade poenas pependisset! Nam in acie quindecim milia Romanorum caesa, sex milia capta, decem milia fugata sunt. Consulis obtruncati corpus ut funeraretur ab Hannibale quaesitum est, qui Trasimena clade Romanum imperium quoque sepelierat.
Questa elevazione d'animo, che si fa notare nei pericoli e nelle fatiche, se è disgiunta dalla giustizia e non combatte per la comune prosperità, ma per il proprio vantaggio, è colpevole; non solo infatti non è virtù, ma è proprio contraria ad ogni sentimento di umanità. Perciò nessuno che meritò la fama di forte con malizie a con insidie, s'acquistò mai la lode: nulla che sia contrario alla giustizia può essere onesto. Bellissima, dunque, quella frase di Platone: « Non solo quel sapere, che è disgiunto da giustizia, va chiamato furfanteria piuttosto che sapienza, ma anche il coraggio che affronta i pericoli, se è mosso, non dal bene comune, ma da un suo personale interesse, abbia il nome di audacia piuttosto che di fortezza». Noi vogliamo pertanto che gli uomini forti e coraggiosi siano, nel medesimo tempo, buoni e schietti, amanti della verità e alieni da ogni impostura. Ma ciò che è veramente biasimevole è che in questa elevatezza e grandezza d'animo facilmente nascono le caparbietà allo smodato desiderio di predominio.