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CARICLEA VEGLIA TEAGENE FERITO
VERSIONE DI GRECO di Eliodoro
TRADUZIONE dal libro Versioni di greco per il triennio
TRADUZIONE
Da lontano erano giunti a breve distanza e dalla nave e dai corpi quando si presentò loro uno spettacolo più misterioso di prima: una fanciulla stava seduta sulle pietre, di una bellezza inestimabile da far pensare che fosse una dea, essendo molto addolorata per coloro che soccorreva e spirava ancora una nobile forza d'animo. da una corona di alloro era cinta la testa e le pendeva una faretra sulle spalle e dal braccio sinistro sostenuto l'arco. l'altro braccio era sollevato sconsideratamente. sostenendo con la coscia destra il gomito quello rimanente e avendo volto alle dita la guancia, sotto facendo segno con il capo e esaminando un giovane giacente alzò il capo. Quello era stato maltrattato dalle ferite e sembrava che riemergeva come dalla profondità del sonno della morte da poco, e giungendo in questa maschile bellezza e le guance grondavano di sangue facendole diventare rosse faceva risplendere di più il candore. i dolori abbassavano i suoi occhi, la vista della ragazza li tirava su per quella e questo soltanto li costringeva a vedere, a vedere lei.
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LA BELLISSIMA CARICLEA, FORSE UNA DEA
VERSIONE DI GRECO di Eliodoro

I predoni presi sul monte presi da ammirazione e timore, come se fossero colpiti da una folgorante visione, si nascondevano chi sotto un cespuglio, chi sotto un altro. Levatasi in piedi, sembrò loro (di vedere) qualcosa di più grande e di più divino, quando le frecce con improvviso movimento sibilarono e la veste ricamata d’oro brillò al sole e la chioma, sciolta sotto la corona, secondo il rituale bacchico, ondeggiava e copriva buona parte della schiena. Anche questo li intimoriva, l’ignoranza più di ciò che vedevano che di ciò che era avvenuto. Alcuni dicevano che era una dea, la dea Artemide, o la dea del luogo (di quei luoghi) Iside: altri (dicevano) che era solo una sacerdotessa presa da divino furore.
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Ritrovamento della figlia
VERSIONE DI GRECO di Eliodoro
TRADUZIONE dal libro klimax
Ούκέτι κατεΐχεν ή Περσίννα, άλλ' άθρόον τε άνήλατο του θρόνου και προσδραμοϋσα περιέβαλε τε και περιφυσα την Χαρίκλειαν έδάκρυέ τε και προς τό άκατάσχετον της χαράς μυκηθμῷ τινι προσεοικός άνωρύετο. Ό δε Ύδάσπης ήλέει μεν την γυναίκα όδυρομένην ορών και εις συμπάθειαν έκάμπτετο την διάνοιαν, τό όμμα δε οιονεί κέρας ή σίδηρον εις τά όρώμενα τείνας είστήκει προς τάς ώδΐνας τών δακρύων άπομαχόμενος• και της ψυχής αύτῷ πατρικῷ τω πάθει και άνδρείῳ τῷ λήματι κυματουμένης και της γνώμης ύπ' αμφοτέρων στασιαζομένης και προς έκατέρου καθάπερ υπό σάλου μετασπωμένης, τελευτών ήττήθη της τά πάντα νικώσης φύσεως και πατήρ ουκ είναι μόνον έπείθετο άλλά και πάσχειν όσα πατήρ ήλέγχετο• και τήν Περσίνναν συγκατενεχθεΐσαν τή θυγατρί και συμπεπλεγμένην άνεγείρων ούκ ελαθε και τήν Χαρίκλειαν έναγκαλιζόμενος και δακρύων επιρροῇ πατρικά προς αυτήν σπενδόμενος.
TRADUZIONE
Persinna non si trattenne più, ma la massa veniva cacciata dalla reggia e poiché correva contro circondava e anche avendo abbracciato Clariclea piangeva pure per qualcosa irrefrenabile di gioia ululava qualcosa che assomigliava ad un muggito. Mentre Idaspe piangeva vedendo la moglie che si lamentava e si commuoveva per la compassione, avendo puntato lo sguardo come un arco o un'arma verso le cose visibili si era alzato opponendosi al dolore delle lacrime; poiché si agitava il cuore per la sofferenza per lo stesso padre e per l'animo virile si ribellava la ragione da parte di entrambi e poiché per ciascuno dei due giungeva come da uno scotimento, alla fine vinse tutto poiché prevalse la natura e non solo credeva di essere il padre ma anche si convinceva di soffrire in quanto padre; e dopo che Persinna si lasciò prendere dalla figlia e abbracciare rianimandosi abbracciò inaspettatamente Clariclea e pianse a dirotto da padre e si riconciliò con lei.
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Cariclea visione divina e amante appassionata
VERSIONE DI GRECO di Eliodoro
Ταῦτα ὁρῶντες οἱ Αἰγύπτιοι πρὸς ἑτέρας ἐννοίας τὴν γνώμην μετέβαλλον, καὶ "ποῦ ταῦτ' ἂν εἴη θεοῦ τὰ ἔργα," λέγοντες "ποῦ δ' ἂν νεκρὸν σῶμα φιλοίη δαίμων οὕτω περιπαθῶς;" τολμᾶν ἑαυτοῖς παρεκελεύοντο καὶ πορευθέντες ἐγγύθεν λαμβάνειν τὴν τῶν ἀληθῶν γνῶσιν. Ἀναλαβόντες οὖν ἑαυτοὺς καταθέουσι καὶ τὴν κόρην ἔτι πρὸς τοῖς τραύμασιν οὖσαν τοῦ νεανίου καταλαμβάνουσι· καὶ ἐπιστάντες ὄπισθεν εἶχον ἑαυτοὺς οὔτε τι λέγειν οὔτε τι πράττειν ἀποθαρροῦντες. Κτύπου δὲ περιηχήσαντος καὶ τῆς ἐξ αὐτῶν σκιᾶς τοῖς ὀφθαλμοῖς παρεμπεσούσης ἀνένευσεν ἡ κόρη καὶ ἰδοῦσα αὖθις ἐπένευσε, πρὸς μὲν τὸ ἄηθες τῆς χροιᾶς καὶ τὸ λῃστρικὸν τῆς ὄψεως ἐν ὅπλοις δεικνυμένης οὐδὲ κατὰ μικρὸν ἐκπλαγεῖσα, πρὸς δὲ τὴν θεραπείαν τοῦ κειμένου πᾶσαν ἑαυτὴν τρέψασα. Οὕτως ἄρα πόθος ἀκριβὴς καὶ ἔρως ἀκραιφνὴς τῶν μὲν ἔξωθεν προσπιπτόντων ἀλγεινῶν τε καὶ ἡδέων πάντων ὑπερφρονεῖ, πρὸς ἓν δὲ τὸ φιλούμενον καὶ ὁρᾶν καὶ συννεύειν τὸ φρόνημα καταναγκάζει.
TRADUZIONE LIBERA
(gli utenti dei primi anni la rendano più letterale)
Gli egiziani vedendo ciò cominciavano a cambiare opinione "ma come", si chiedevano "sarebbe questo il comportamento di una dea?" come potrebbe una divinità baciare con tanta passione un cadavere?" Perciò si incitavano ad avere coraggio e ad avvicinarsi per prendere conoscenza della verità. Riavutisi scendono di corsa e trovano la ragazza ancora prona sulle ferite del giovane e si trattenevano fermi alle sue spalle senza osare parlare o agire. Al rumore dei loro passi e al proiettarsi della loro ombra nei suoi occhi, la ragazza volse il capo e appena gettata un'occhiata lo abbassò di nuovo non fu minimamente sconvolta dal colore della loro pelle e dalla vista delle loro armi brigantesche ma si volse per didicarsi tutta al giovane per terra. E così che un desiderio profondo ed un amore puro, trascurano ogni avvenimento esterno sia doloroso e piacevole e costringono a concentrare sguardo e pensiero unicamente sull'oggetto amato
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"Ταυτα με, ω θειοτατε μεμυηκας", εη ο Κνημων· "Αιγυπτιον δε Ομηρον αποκαλουντος σου πολλακις, ο των παντων ισως ουδει ακηκοεν εις την σημερον, ... και του την ουσαν αποκρυπτειν πασαν εαυτω πολιν πατριδα μνωμενος."
Disse Cnemone: “Così, o divinissimo, mi hai iniziato ai misteri”, ma riguardo a quel tuo insistere nel chiamare Omero egizio, cosa che nessuno avrà sentito fino ad oggi, non posso crederci, ma ne sono assai meravigliato, e ti supplico di non andare avanti senza aver fatto chiarezza su questo punto”. “O Cnemone”, rispose, “anche se è fuori luogo trattare ora questo argomento, tuttavia, ascolta quanto ti riferirò brevemente. Omero, mio caro, venga pure chiamato da uno in un modo, da altri in un altro, ed ogni città sia pure la patria di questo saggio. Ma in verità era del nostro paese, egizio, e la sua città era Tebe, “che ha cento porte”, secondo la sua stessa espressione. Il suo presuntopadre era un sacerdote, ma il padre vero era Ermes, di cui suo padre putativo era sacerdote. Infatti, mentre la moglie di questo faceva un sacrificio tradizionale e dormiva nel tempio, il dio le si unì e generò Omero, che recava un certo segno di quell’unione non omogenea: poiché su una delle cosce, già dalla nascita, abbondavano dei peli molto lunghi. È da ciò che ricevette il nome, mentre andava errando e cantava i suoi poemi fra altri popoli e, soprattutto, tra i Greci: eppure egli non pronunciava il proprio nome, anzi non nominava neppure la sua città o la sua famiglia; ma a forgiarne il nome furono quanti erano a conoscenza della sua imperfezione fisica”. “E a che scopo, padre, taceva la sua patria”. “O si vergognava di essere esiliato: infatti, fu cacciato dal padre quando doveva essere iscritto tra gli efebi consacrati agli dei, e perché portava sul corpo una macchia, fu riconosciuto come bastardo; ovvero, faceva questo ad arte, cioè, nel desiderio che, tenendo nascosta quella vera, ogni città fosse sua patria”.