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La villa rustica del capofamiglia
Versione di latino di Cicerone
LIBRO Novo genus
Traduzione
È utile che il capofamiglia abbia una villa rustica ben costruita, una cantina olearia, una vinaria, molte botti per il riposo affinché si voglia aspettare il rincaro dei prezzi: ciò gioverà al patrimonio, al merito, alla buona fama. È necessario avere buoni torchi, affinché il lavoro possa essere ben svolto. Appena siano raccolte le olive, si faccia subito l'olio affinché non si perdano. Pensa che ogni anno giungono grandi intemperie e le olive sono solite cadere. Se le raccoglierai subito e saranno pronti i vasi del torchio, non deriverà alcun danno dalle intemperie e l'olio sarà più verde e di buona qualità. Se l'oliva resterà troppo a lungo in terra o sul tavolato, imputridirà e l'olio risulterà di gusto sgradevole; da qualsiasi specie di olive si può fare buon olio verde, se rispetterai i tempi.
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Venio nunc ad istius, quem ad modum ipse appellat, studium, ut amici eius, morbum et insaniam, ut Siculi, latrocinium; ego quo nomine appellem nescio; rem vobis proponam, vos eam suo non nominis pondere penditote. Genus ipsum prius cognoscite, iudices; deinde fortasse non magno opere quaeretis quo id nomine appellandum putetis. Nego in Sicilia tota, tam locupleti, tam vetere provincia, tot oppidis, tot familiis tam copiosis, ullum argenteum vas, ullum Corinthium aut Deliacum fuisse, ullam gemmam aut margaritam, quicquam ex auro aut ebore factum, signum ullum aeneum, marmoreum, eburneum, nego ullam picturam neque in tabula neque in textili quin conquisierit, inspexerit, quod placitum sit abstulerit. Magnum videor dicere: attendite etiam quem ad modum dicam. Non enim verbi neque criminis augendi causa complector omnia: cum dico nihil istum eius modi rerum in tota provincia reliquisse, Latine me scitote, non accusatorie loqui. Etiam planius: nihil in aedibus cuiusquam, ne in quidem, nihil in locis communibus, ne in fanis quidem, nihil apud Siculum, nihil apud civem Romanum, denique nihil istum, quod ad oculos animumque acciderit, neque privati neque publici neque profani neque sacri tota in Sicilia reliquisse.
Traduzione
Di costui vengo ora al vezzo, come lo appella egli stesso, alla morbosa mania, come la definiscono i suoi sodali, al ladrocinio, come lo etichettano gli abitanti della Sicilia. Io ignoro con quale nome chiamare ciò. Avanzerò una proposta nei vostri confronti: giudicate la questione in virtù della sua gravità, e non per il nome che le viene attribuito. Uditene in primis la sorta; dopodichè, probabilmente, non tenterete con ogni sforzo di trovare il nome con cui s'ha da appellare. Io nego che nella Sicilia tutta, provincia tanto opulenta, tanto doviziosa, tanto ricca di città e d'abbienti casate, vi sia mai stato alcun vaso d'argento di Corinto o di Delo, alcuna gemma o perla, alcun manufatto plasmato dall'oro o dall'avorio, alcuna statua bronzea, marmorea o eburnea, nego che vi sia mai stato alcun dipinto in quadro o in arazzo di cui egli non sia andato in cerca, che non abbia ispezionato e sottratto ai legittimi proprietari, qualora questo avesse incontrato il suo gradimento. Forse pare che io stia esagerando: ma badate anche a come esporrò i fatti. Difatti, non ricapitolerò (lett: presente) ogni cosa nel tentativo di prolungare l'orazione e l'accusa. Quando affermo che costui non ha lasciato alcuna delle rarità di siffatto genere nell'intera provincia, sappiate che mi esprimo in latino, e non con le esagerazioni tipiche d'un accusatore. Sarò ancora più esplicito: sappiate che costui nulla nell'abitazione di un residente, nulla in quella d'un villeggiante occasionale, nulla nei luoghi pubblici, nulla neppure nei templi, nulla presso un Siciliano, nulla presso un Romano, infine nulla di ciò che gli capitasse sotto gli occhi e gli accendesse il desiderio, che fosse pubblico o privato, profano o sacro, lasciò nell'intera Sicilia.
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Nondum maturus imperio Ascanius Aeneae filius erat; tamen id imperium ei ad puberem aetatem incolume mansit; tantisper tutela muliebri—tanta indoles in Lavinia erat—res Latina et regnum avitum paternumque puero stetit. Haud ambigam—quis enim rem tam veterem pro certo adfirmet?—hicine fuerit Ascanius an maior quam hic, Creusa matre Ilio incolumi natus comesque inde paternae fugae, quem Iulum eundem Iulia gens auctorem nominis sui nuncupat. Is Ascanius, ubicumque et quacumque matre genitus—certe natum Aenea constat—abundante Lavinii multitudine florentem iam ut tum res erant atque opulentam urbem matri seu novercae relinquit, novam ipse aliam sub Albano monte condidit quae ab situ porrectae in dorso urbis Longa Alba appellata. Inter Lavinium et Albam Longam coloniam deductam triginta ferme interfuere anni. Tantum tamen opes creuerant maxime fusis Etruscis ut ne morte quidem Aeneae nec deinde inter muliebrem tutelam rudimentumque primum puerilis regni movere arma aut Mezentius Etruscique aut ulli alii accolae ausi sint. Pax ita conuenerat ut Etruscis Latinisque fluuius Albula, quem nunc Tiberim vocant, finis esset. Silvius deinde regnat Ascani filius, casu quodam in siluis natus; is Aeneam Silvium creat; is deinde Latinum Silvium. Ab eo coloniae aliquot deductae, Prisci Latini appellati. Mansit Silviis postea omnibus cognomen, qui Albae regnarunt. Latino Alba ortus, Alba Atys, Atye Capys, Capye Capetus, Capeto Tiberinus, qui in traiectu Albulae amnis submersus celebre ad posteros nomen flumini dedit. Agrippa inde Tiberini filius, post Agrippam Romulus Silvius a patre accepto imperio regnat. Aventino fulmine ipse ictus regnum per manus tradidit. Is sepultus in eo colle qui nunc pars Romanae est urbis, cognomen colli fecit. Proca deinde regnat. Is Numitorem atque Amulium procreat, Numitori, qui stirpis maximus erat, regnum vetustum Silviae gentis legat. Plus tamen vis potuit quam voluntas patris aut verecundia aetatis: pulso fratre Amulius regnat. Addit sceleri scelus: stirpem fratris virilem interemit, fratris filiae Reae Silviae per speciem honoris cum Vestalem eam legisset perpetua virginitate spem partus adimit.
Ascanio figlio di Enea non era ancora maturo per il regno; tuttavia tale regno gli fu conservato incolume fino all'età adulta; intanto il governo latino e il regno ereditato dal padre rimase al fanciullo sotto la tutela della donna, tanto era l'ingegno in Lavinia. Che io non discuta - chi infatti affermerebbe per certa una cosa così antica? - se proprio questo Ascanio o uno più anziano, nato dalla madre Creusa ad Ilio ancora incolume e dopo compagno della fuga paterna, il medesimo Iulio che la gente Giulia chiama autore del suo nome. Questo Ascanio in ogni luogo e da qualunque madre fosse stato partorito - è certamente evidente che discenda da Enea - essendo abbondante la popolazione in Lavinio, lasciò alla madre o matrigna la città già ricca e fiorente, così erano le cose allora, e egli stesso ne fondò una nuova ai piedi del monte Albano, la quale fu chiamata Alba Longa per il posto esteso sul dorso del colle. Tra la fondazione di Lavinio e della colonia di Alba Lonfa trascorsero quasi trent'anni. Tuttavia tanto si erano sviluppate le ricchezze soprattutto dopo aver sconfitto gli Etruschi che neppure alla morte di Enea, né durante la tutela femminile e i primi inizi del regno del fanciullo né gli abitanti di Mesenzio né gli Etruschi osarono muovere guerra contro i popoli vicini. Così fu stabilita la pace che il fiume Abula fosse il confine tra gli Etruschi e i Latini il quale ora è chiamato Tevere. In seguito regnò Silvio, figlio di Ascanio, nato per caso in un bosco. Lui generò Enea Silvio; egli in seguito Latino Silvio. Da lui sono state fondate alcune colonie chiamate dei Prischi Latini. Poiu a tutti rimase il nome di Silvii, i quali regnarono su Alba. Da Latino nacque Alba, da Alba Atis, da Atis Capis, da Capis Capeto, da Capeto Tiberino il quale essendo affogato nel corso del fiume Albula diede il famoso nome al fiume per i posteri. Quindi regnò Agrippa figlio di Tiberino, dopo avendo ricevuto il regna dal padre Agrippa. Egli stesso colpito da un fulmine lasciò in eredità il regno ad Aventino. Egli sepolto in quel monte che ora è parte della città di Roma diede il nome al monte. Dopo regnò Proca. Egli generò Numitore e Amulio; Numitore che era il più grande della stirpe passò il vecchio regno alla gente Silvia. Tuttavia valse di più la violenza che il volere del padre o l'ingenuità dell'età. Cacciato il fratello regnò Amulio. Aggiunse delitto a delitto; distrusse la stirpe maschile del fratello e alla nipote Rea Silvia avendola nominata Vestale con il pretesto di onorarla, tolse con la perpetua verginità la speranza del parto.
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Ubi sunt ergo isti, qui iracundiam utilem dicunt - potest utilis esse insania? - aut naturalem? An quicquam est secundum naturam, quod fit repugnante ratione? Quo modo autem, si naturalis esset ira, aut alius alio magis iracundus esset, aut finem haberet prius quam esset ulta, ulciscendi lubido, aut quemquam paeniteret, quod fecisset per iram? Ut Alexandrum regem videmus, qui cum interemisset Clitum familiarem suum, vix a se manus abstinuit; tanta vis fuit paenitendi. Quibus cognitis quis est qui dubitet quin hic quoque motus animi sit totus opinabilis ac voluntarius? Quis enim dubitarit quin aegrotationes animi, qualis est avaritia, gloriae cupiditas, ex eo, quod magni aestumetur ea res ex qua animus aegrotat, oriantur? Unde intellegi debet perturbationem quoque omnem esse in opinione.
Traduzione
Dove sono quindi coloro che dicono che la collera sia utile(può essere utile una pazzia?) o naturale? Forse qualcosa è contro natura, che succede in opposizione alla ragione? Mentre in che modo, qualora la collera fosse naturale, o uno potrebbe essere più iracondo di un altro o la brama di vendetta avesse avuto fine prima di essersi vendicata o di punire qualcuno di ciò che ha fatto spinto dall'ira? Vediamo così ilre Alessandro che avendo ucciso Clito il suo familiare trattenne le mani da se con difficoltà: così grande fu la forza del pentimento. Conosciute queste cose chi è che potrebbe dubitare che questo moto dell'animo sia del tutto opinabile e volontario? Infatti chi potrebbe dubitare che i mali dell'animo, quale è l'avarizia, il desiderio di gloria nascano dal fatto che viene stimata quella cosa per la quale l'animo si ammala? Onde si deve percepire che ogni turbamento consiste anche nell'essere in opinione.
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Ibi a Viridomaro atque Eporedorige Haeduis appellatus discit cum omni equitatu Litaviccum ad sollicitandos Haeduos profectum; opus esse ipsos antecedere ad confirmandam civitatem. Etsi multis iam rebus Haeduorum perfidiam Caesar perspectam habebat atque horum discessu admaturari defectionem civitatis existimabat, tamen eos retinendos non censuit, ne aut inferre iniuriam videretur aut daret aliquam timoris suspicionem. Discedentibus his breviter sua in Haeduos merita exposuit, quos et quam humiles accepisset, compulsos in oppida, multatos agris, omnibus ereptis sociis, imposito stipendio, obsidibus summa cum contumelia extortis, et quam in fortunam quamque in amplitudinem deduxisset, ut non solum in pristinum statum redissent, sed omnium temporum dignitatem et gratiam antecessisse viderentur.
Traduzione
Chiamato dagli edui Viridomaro e da Eporedorige impara che Litavicco con tutta la cavalleria era partito per istigare gli edui; era necessario che essi stessi andassero per primi per rafforzare la nazione. Anche se per molte cose Cesare aveva accettato la slealtà degli edui e riteneva che con la loro partenza si affrettava la ribellione della nazione, tuttavia penso di mondo eroi trattenere affinché non sembrasse di arrecare un oltraggio o ridare qualche sospetto di paura. Quando essi partivano brevemente espose i suoi meriti verso gli edui, quali e quanto deboli li aveva accolti, chiusi nelle città, penalizzati per i campi, sottratte tutte le truppe, imposto un tributo, sottrarre gli ostaggi con grandissimo disonore ed verso quale sorte e quale ricchezza li aveva portati, che non solo erano ritornati allo stato di origine, ma sembravano aver superato il prestigio ed il favore di tutte le epoche.