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Postero die Poeni quieverunt: Romani, in aciem copiis eductis, postquam neminem signa...
L'indomani i Cartaginesi stettero tranquilli: i Romani, fatte uscire fuori le truppe in campo aperto, dopo che videro invece che nessuno portava fuori le insegne, ordinarono di raccogliere le spoglie dei nemici caduti e di seppellire i corpi dei loro ammucchiati in un unico luogo. Dopo alquanti giorni Annibale alla terza veglia, lasciati i frequenti incendi e le tende e i pochi numidi, che si mostravano nella trincea e nelle porte, procedendo fu determinato a dirigersi verso la Puglia. Non appena fece giorno, l'esercito romano schierato a battaglia subentrò nella trincea, e i Numidi si fecero vedere in ben composta schiera un poco sulle porte e nella trincea, e eludendo i nemici per qualche tempo, spronati i cavalli seguirono l'esercito in marcia dei loro. Il console, non appena scrutò il silenzio nell'accampamento e neppure i pochi che all'alba camminavano in alcuna direzione, mandati avanti due cavalieri per osservare bene Nell'accampamento, dopo che fu accertato che ogni cosa era abbastanza sicura, ordinò di attaccare, e indugiando soltanto lì, fino al momento che i soldati corsero qua e là per il bottino, poi suonò la ritirata e ricondusse molto prima della notte le truppe. L'indomani, all'alba procedendo, a marce forzate seguendo quanto si diceva e le orme dell'esercito in marcia seguì il nemico non lontano da Venosa. Lì vi fu anche uno scontro improvvisato; furono distrutti più di duemila cartaginesi. Da lì a marce notturne e montane il cartaginese, per non offrire l'occasione di combattere, si diresse verso il Metaponto.
(By Maria D. )
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Aemilius, postquam omissas in Lycia res et Livium profectum in Italiam cognovit...
Emilio, dopo che seppe che erano state tralasciate le cose in Cilicia e che Livio era partito verso l'Italia, questo stesso mentre ritornava da Efeso verso Samo sospinto da una tempesta essendo stato vanificato il progetto, ritenendo vergognoso che Patara era stata attaccata inutilmente, decise di partire in quel luogo con l'intera flotta e di attaccare la città con somma forza. Trascinando Mileto e tutta l'altra costa degli alleati nell'insenatura del Bargilietico fecero sbarco (sbarcarono) a Iaso. Il presidio regale deteneva la città; i Romani spopolarono ostilmente il campo intorno. Inviati poi quelli, per tentare gli animi per i colloqui tra le persone più ragguardevoli e i magistrati, dopo che risposero che non c'era nulla in loro potere, indusse ad attaccare la città. C'erano gli esuli degli Giasensi con i Romani; questi numerosi decisero d'implorare gli abitanti di Rodi, di non acconsentire di distruggere la città e quella vicina e imparentata con loro rimasta illesa. I Rodiesi mossi dalle preghiere da un lato commemorando le loro necessità, dall'altro commiserando la situazione della città assediata dal presidio regale vinsero completamente in modo tale da astenersi dall'attacco. Partendo da lì costeggiando la costa dell'Asia, giunsero a Lorima – cioè il porto di fronte a Rodi. Lì Emilio avendo interrogato i Rodiesi dopo che erano stati convocati se tutta quanta la flotta potesse stare nel porto a Patara, avendo risposto che non era possibile, ricondusse le navi a Samo.
(By Maria D.)
Versione tratta da Livio
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Oppidum Alesia a Romanis militibus obsidebatur; itaque, postquam frumentum consumptum est, de civitatis fortunis populus in concilio disputabat.....
La città di Alesia era posta sotto assedio dai soldati Romani; perciò, dopo che il grano fu esaurito, la popolazione in assemblea dibatteva sulle sorti della città. Una parte pronunciava parole a favore della resa, una parte proponeva un'incursione, finché le energie erano sufficienti. Critognato, invece, diede questo parere, che verrà ricordato per la (sua) crudeltà: Non sono intenzionato a parlare dell'opinione di coloro che chiamano con l'appellativo di resa un'indegna servitù, perché questo è un crimine nei confronti della cittadinanza, parlerò invece dell'incursione. Dopo che nell'incursione saremo stati uccisi, sottrarremo il nostro supporto a coloro che hanno ignorato il proprio rischio per la nostra salvezza; pertanto molte popolazioni verranno sottomesse, non appena, a causa della nostra stupidità e incoscienza, l'intera Gallia sarà stata umiliata e sottoposta a una perpetua servitù. I nostri alleati ancora non sono arrivati ad Alesia perché sono bloccati dalle opere di fortificazione romane, ma arriveranno. Questo è il mio parere: a causa della scarsità di cibo, sfameremo la nostra gente con i cadaveri degli anziani.
Versione tratta da: Cesare
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Apion litteris homo multis praeditus rerumque Graecarum plurima....Apion dicit accersitumque a Caesare Androclum quaesitamque causam mirifici eventi.
Apione fu uomo molto portato nelle lettere ed fu (un uomo) di grande e varia conoscenza della storia (lett. delle cose greche) greca. In un famoso libro scrisse d'aver visto con i suoi occhi un evento straordinario: "Al circo Massimo -egli racconta - si offriva al popolo lo spettacolo di una caccia vastissima. Vi erano molte fiere selvagge e tutte di una bellezza e ferocia mai viste. Ma sopra tutte le altre cose destò stupore e ammirazione la grandezza smisurata dei leoni e su tutti gli altri in particolare uno. Questo leone aveva attratto su di lui l'attenzione e gli sguardi di tutti per l'impetuosità e per le dimensioni, per il ruggito spaventoso e rimbombante, per la muscolatura e la criniera fluttuante sulla testa. Fra molti altri era stato fatto entrare nell'arena per combattere con le belve Androclo, schiavo di un ex console. Quando il leone da lontano lo vide, improvvisamente si fermò e poi piano e in modo placido si avvicinò all'uomo. Poi agitò (lett. pres. "muove") la coda dolcemente e carezzevolmente, secondo la maniera e le abitudini dei cani che vogliono fare le feste e con la lingua delicatamente lambibì (lett. presente) le gambe e le mani dell'uomo quasi svenuto dal terrore. Androclo, tra le lusinghe della terribile belva, ritrovò (lett. pres. ) il coraggio perso, e un po' alla volta rivolse (lett. pres. ) il viso al leone". Apione afferma che a quello spettacolo tanto straordinario si levarono dal popolo altissime grida e Androclo fu mandato a chiamare dall'imperatore e gli venne chiesta la causa dell'evento straordinario.
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Ibi Androclus rem mirificam narrat atque admirandam. «Provinciam - inquit - Africam proconsulari imperio...Androclum, floribus spargi leonem».
Qui trovi - L'uomo che curò un leone (I) - A scuola di latino 1 pagina 356 numero 76
Da allora Androclo racconta un fatto straordinario e stupefacente "Il mio padrone ha ottenuto il comando - disse - dell'Africa proconsolare; io lì fui obbligato alla fuga dalle sue quotidiane ed ingiuste bastonate e mi sono rifugiato nei campi e nelle sabbie del deserto. Allora mentre il sole era al massimo violento e bruciante mi imbatto in una spelonca lontana e colma di nascondigli, vi entro e mi nascondo. Dopo non molto giunge nella spelonca questo leone, mentre emetteva un gemito facendo vedere una zampa insanguinata. E disse che in un primo momento fu spaventato vedendo l'arrivo del leone e che il suo animo fu pieno di terrore." Ma dopo che fece ingresso - disse - il leone nella spelonca, mi scorge, placido e mansueto mi si avvicina, mi mostra e mi porge la zampa. Allora io estraggo dalla pianta della sua zampa un'enorme spina infilata e medico la ferita. Allora, sollevato dalla mia cura si sdraiò e si addormentò, e da quel giorno per un triennio intero io ed il leone vivemmo nella stessa spelonca. Ma io, vinto dalla noia di una vita selvaggia, ho lasciato la grotta e scoperto dai soldati sono stato catturato e riportato al mio padrone a Roma dall'Africa. Sono stato subito condannato ad essere sbranato dalle fiere. Ora comprendo che il leone, anche lui catturato, mi ha restituito ora il piacere del beneficio e della cura". Apione tramandò che Androclo fu liberato e prosciolto dalla condanna e che il leone gli fu donato per suffragio del popolo. "Dopo - disse - vedevamo Androclo ed il leone, legato con un sottile guinzaglio, camminare per tutta la città intorno alle taverne, e che ad Androclo veniva donato denaro, ed il leone veniva cosparso di fiori".
Versione tratta da Gellio
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