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[....] àn venit ìn votum àttalicìs ex ùrbibus ùna?
àn Lebedùm laudàs odiò maris àtque viàrum?
«scìs Lebedùs quid sìt? Gabiìs desèrtior àtque
Fìdenìs vicùs; tamen ìllic vìvere vèllem
òblitùsque meòrum, oblìviscèndus et ìllis,
Nèptunùm procul è terrà spectàre furèntem»?
sèd neque quì Capuà Romàm petit, ìmbre lutòque
àdspersùs volet ìn caupòna vìvere; nèc qui
frìgus còllegìt, furnòs et bàlnea làudat
ùt fortùnatàm plenè praestàntia vìtam;
nèc si tè validùs iactàverit àuster in àlto,
ìdcircò navìm trans Aègaeùm mare vèndas.
ìncolumì Rhodos ét Mytilène pùlchra facìt quod
paènula sòlstitiò, campèstre nivàlibus àuris,
pèr brumàm Tiberìs, Sextìli mènse camìnus. [...] [...]
Testo senza metrica
an venit in votum Attalicis ex urbibus una?
an Lebedum laudas odio maris atque viarum?
scis Lebedus quid sit? Gabiis desertior atque
Fidenis vicus; tamen illic vivere vellem
oblitusque meorum, obliviscendus et illis,
Neptunum procul e terra spectare furentem?
sed neque qui Capua Romam petit, imbre lutoque
adspersus volet in caupona vivere; nec qui
frigus collegit, furnos et balnea laudat
ut fortunatam plene praestantia vitam;
nec si te validus iactaverit Auster in alto,
idcirco navem trans Aegaeum mare vendas.
incolumi Rhodos et Mytilene pulchra facit quod
paenula solstitio, campestre nivalibus auris,
per brumam Tiberis, Sextili mense caminus.
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Orazio Nove Discere
Un giorno topo di campagna accolse nella sua povera tana il topo di città, vecchio ospite. Il topo di campagna pose con generosità sulla mensa ceci, avena, acini secchi di uva e lardo mezzo mangiato. Ma l'altro, schizzinoso, poiché era abituato ad una cena squisita e sontuosa, toccava a malapena i modesti cibi con dente superbo. Alla fine disse al topo di campagna: "Come puoi, amico, condurre una vita tanto abietta in un albero dirupato? Perché preferisci il bosco selvaggio alla città? Prendi la strada e vieni con me! Gli esseri viventi vivono una vita breve e non possono sfuggire alla morte in nessun modo. Perciò vivi felice e memore della brevità della vita negli agi e nei piaceri della città!".
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Olim prisci Romani frugalem vitam degebant parceque vivebant, at recentiores clari fue runt ob crapulam et iniemperantzam: nunc narraturi sumus celeberrimam Rufi IVasidie ni coenam, quae ab Horatio poita in “Sermoni copiose describitur Nam dives Nasi dienus, eques Romanus, epulas exquisitissimas suis hospitibus paravit quae in primam lucem protractae sunt: convivator ita declaravii: «In primis aprum Lucanum cum laclu ca et radicihus gustaturi estis el vinum Caecubum bibituri estis vel Falernum. Postea vobis proponentur aves, conchylia, pisces, inter quos murena cum garo de sucis piscium Hiberorum. Murena, quam sumpivri estis, gravida est: posi partum enim deterior carne est». Denique a pueris discerpta membra gruis apposita suni, iecur albae anseris ci lepo rum avulsi armi cum lumbis. lure Lucilius poita de Romanis suis aequalibus scripsit: « Vivite lu rcones, comedones, viviie ven tres !»
TRADUZIONE
Un tempo i Romani trascorrevano una vita modesta vivevano moderatamente, ma i più giovani furono famosi per la sbornia e per la superbia: ora stiamo per narrare la famosissima cena di Rufo Nasidieno, che è descritto dal poeta Orazio nelle sue numerose "Satire". Infatti il ricco Nasidieno, cavaliere Romano, preparò squisitissimi banchetti ai suoi ospiti che furono protratti fino alle prime luci del giorno: l'anfitrione così dichiarò: "Per primo state per gustare un cinghiale Lucano con lattuga e radici e state per bere un vino Cecubo o Falerno. Dopo vi saranno offerti uccelli, ostriche, pesci, tra questi una murena con un sugo (alla garo) di pesci spagnoli. La murena, che state per prendere, è gravida: dopo il parto infatti è peggiore in quanto a carne". E alla fine le membra dell'uccello fatte a pezzi furono servite dai giovani schiavi, (iecur albae anseris et leporum avulsi armi cum lumbis). Con giustizia il poeta Lucilio scrisse sui Romani suoi coetanei: "Vivete ghiottoni, dissipatori, vivete!”
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PARADIGMI:
dego, is, degi, ere trascorrere vivo, is, vixi, victum, vivere
sum, es, fui, esse essere
narro, as, avi, atum, are, narrare
descrivo, is, descripsi, descriptum, ere descrivere
paro, is, avi, atum, are preparare
protraho, is, protasi, protratum ere protrarre
declamo, as, avi, atum, are, affermare
gusto, as, avi, atum, are gustare
ibo, is, bibi, bitum ere bere
propono, is, proposui, propositum, ere offrire
sumo, is, sumpsi, sumptum, ere consumare
disverno, is, decreti, decretum, ere sminuzzare
appono, is, apposui, appositum, ere mettere in tavola
scribo, is, scripsi, scriptum, ere scrivere
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Carpe diem Versione di latino di Orazio
Traduzione Tu non chiedere, non è dato saperlo, quale a me, quale a te termine ultimo abbiano dato gli dei, Leucono, non tentare i numeri babilonesi. Quale che esso sia! Sia che Giove abbia concesso molti inverni, sia che (abbia assegnato) come ultimo (inverno) questo che ora fiacca sulle opposte scogliere il mar Tirreno: sii saggia, filtra i vini e, poiché la vita è breve, riduci la luna speranza. Mentre parliamo, il Tempo invidioso sarà già fuggito: cogli l’attimo il meno possibile fiduciosa nel domani.
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Ode di Orazio XXXVII dedicata alla morte di Cleopatra
Versione latino Orazio
Traduzione CLEOPATRA: (strofa alcaica): Ora si deve bere (Alceo) ora si deve battere la terra coi piedi scalzi e ornare il letto degli dei, era ormai tempo, con vivande dei Salii, o amici. Prima d’ora era sacrilegio trarre il Cecubo dalle cantine degli avi, finche una folle regina (ipallage) preparava rovine al Campidoglio e sterminio all’impero con una gregge appestatao di uomini turpi(cum grege contaminatio=con un impuro gregge; contaminatio+ morbo=con un gruppo di uomini ripugnanti x un'impura malattia; abl assoluto=essenso stata diffusa la malattia), incapace di sperare(grecismo impotens sperare)alcunché e inebriata dalla fortuna propizia(ironico). Ma diminuì la sua follia una sola nave superstite al fuoco e Cesare(=Ottaviano)riportò la sua mente sconvolta dal Mareotico ai veri timori, incalzandola a forza di remi al volo dall’Italia con le sue navi come lo sparviero incalza le tenere colombe(omero: achille insegue ettore)o il veloce cacciatore la lepre(Callimaco)sui campi nevosi della Tessaglia per mettere in catene quel prodigio del destino. Ma essa, cercando di morire più nobilmente, né da donna temette la spada né raggiunse remoti liti sulla veloce flotta, anzi osò vedere la reggia abbattuta con volto sereno e, coraggiosa, maneggiare i serpenti aspidi, per assorbirne il mortale veleno col corpo, più fiera dopo aver deciso la morte, non accettando di esser portata via dalle navi liburniche per un superbo trionfo come donna comune lei, donna non umile.