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Nullum vitium taetrius est, ut eo, unde digressa est, referat se oratio, quam avaritia, praesertim in principibus et rem publicam gubernantibus. Habere enim quaestui rem publicam non modo turpe est, sed sceleratum etiam et nefarium. Itaque, quod Apollo Pythius oraclum edidit, Spartam nulla re alia nisi avaritia esse perituram, id videtur non solum Lacedaemoniis, sed etiam omnibus opulentis populis praedixisse. Nulla autem re conciliare facilius benivolentiam multitudinis possunt ii, qui rei publicae praesunt, quam abstinentia et continentia.
Nessun vizio, è più vergognoso (per riportare il discorso là donde si è allontanato), dell'avidità, soprattutto nei capi e negli amministratori di uno Stato. Considerare, difatti, lo Stato come fonte di guadagno non solo è vergognoso, ma anche scellerato ed empio. Perciò quell'oracolo proferito da Apollo Pizio, e cioè che Sparta non sarebbe perita per nessun'altra causa se non per l'avidità, mi sembra che sia stato predetto non solo per gli Spartani, ma anche per ogni popolo ricco. Coloro che sono a capo di uno Stato non possono con alcun altro mezzo procacciarsi più facilmente la benevolenza della moltitudine che con l'integrità morale e la moderazione.
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Archiam poetam ego non diligam? non admirer? non omni ratione defendendum putem! Atque sic a summis hominibus eruditissimisque accepimus, ceterarum rerum studia et doctrina et praeceptis et arte constare: poetam natura ipsa valere, et mentis viribus excitari, et quasi divino quodam spiritu inflari. Qua re suo iure noster ille Ennius sanctos appellat poetas, quod quasi deorum aliquo dono atque munere commendati nobis esse videantur. Sit igitur, iudices, sanctum apud vos, humanissimos homines, hoc poetae nomen, quod nulla umquam barbaria violavit. Saxa et solitudines voci repondent, bestiae saepe immanes cantu flectuntur atque consistunt: nos, instituti rebus optimis, non poetarum voce moveamur? Homerum Colophonii civem esse dicunt suum, Chii suum vindicant, Salaminii repetunt, Smyrnaei vero suum esse confirmant, itaque etiam delubrum eius in oppido dedicaverunt: permulti alii praeterea pugnant inter se atque contendunt
Non dovrei dunque amare il poeta Archia? Non dovrei ammirarlo, non dovrei pensare di difenderlo in tutti i modi? Ma noi abbiamo appreso da uomini di grande valore e grande cultura che lo studio delle altre discipline è fatto di dottrina, di regole, di tecnica, mentre il poeta vale per la sua naturale inclinazione, è animato da forza intellettiva, è come pervaso da uno spirito divino. Perciò giustamente quel nostro celebre poeta che fu Ennio chiama sacri i poeti, perché sembrano esserci stati assegnati come per un dono e un favore degli dei. Sia dunque sacro davanti a voi, o giudici, che meritate pienamente il nome di uomini, questo nome di poeta che nemmeno alcun popolo barbaro potè mai violare. Le pietre e i deserti rispondono alla parola della poesia, spesso le bestie feroci si piegano all'armonia del canto e si fermano e noi, educati nelle migliori discipline, non dovremmo lasciarci commuovere dalla voce dei poeti? Gli abitanti di Colofone dicono che Omero è loro concittadino, quelli di Chio lo rivendicano come proprio, quelli di Salamina lo reclamano, quelli di Smirne garantiscono che è uno di loro e gli dedicarono anche un santuario in città molti altri centri combattonoper lui e se lo contendono.
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Contendere de re publica, cum id defendas quod esse optimum sentias, et fortium virorum et magmorum hominum semper putavi, neque huic umquam labori officio muneri defui. Sed contentio tamdiu sapiens est quamdiu aut proficit aliquid aut si non proficit non obest civitati. Voluimus quaedam, contendimus, experti sumus; optenta non sunt: dolorem alii, nos luctum maeroremque suscepimus. Cur ea quae mutare non possumus, convellare malumus quam tueri? C. Caesarem senatus et genere supplicationum amplissimo ornavit et numero dierum novo. Idem in angustiis aerari victorem exercitum stipendio adfecit, imperatoridecem legatos decrevit, lege Sempronia succedentum non censuit. Harum ego sententiarum et princeps et auctor fui, neque me dissensioni meae pristinae putavi potius adsentiri quam praesentibus rei publicae temporibus et concordiae convenire.
Cesare e Cicerone versione Cicerone dal libro Exedra
Io ho pensato sempre sia tra i maschi più forti sia tra i grandi uomini di aspirare alla Repubblica, benché tu difenda ciò che tu intenda sia una cosa ottima, né ho mancato mai a questo lavoro di dovere d’ufficio. Ma la tensione tanto a lungo è sapiente quanto o giova qualcosa o se non giova non nuoce alla cittadinanza. Vogliamo alcune cose, contendiamo, siamo pratici; non ci sono scuse. Alcuni dolore, noi suscitiamo lutto e tristezza. Perché non possiamo cambiare queste cose, desideriamo abbattere piuttosto che difendere? Il senato onorò Cesare con un vastissimo genere di preghiere di ringraziamento e con una nuova quantità di giorni. Lo stesso in ristrettezze dell’erario stipendiò l’esercito vincitore, assegnò 10 luogotenenti al comandante, non decretò con la legge Sempronia dei successori. Io fui il principale e fautore di queste decisioni, né ho pensato di assentire più alla mia discordia di prima che nelle circostanze presenti della Repubblica convenire ad un accordo.
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Inizio: T. Pomponius Atticus, ab origine ultima stirpis Romanae generatus, perpetuo a maioribus acceptam equestrem obtinuit dignitatem. Patre usus est diligente ...
Tito Pomponio Attico, discendente da un'antichissima famiglia romana, mantenne sempre la dignità equestre ereditata dagli antenati. Ebbe un padre oculato indulgente e per i tempi di allora, ricco e assai studioso delle lettere. Questi, siccome egli stesso amava gli studi, fece istruire il figlio in tutte le dottrine nelle quali deve essere istruito un giovane. Il fanciullo poi aveva oltre alla facilita di imparare, una meravigliosa dolcezza nella pronuncia, così che non solo imparava facilmente quanto gli veniva insegnato, ma anche lo esponeva in modo eccellente. Per questo da giovane veniva considerato particolare tra i coetanei e si metteva in mostra più di quanto i nobili compagni di studi potessero sopportare di buon animo. Pertanto con la sua applicazione incitava tutti; tra costoro vi furono L. Torquato, C. Mario il figlio, M. Cicerone: con i suoi modi li conquistò al punto che nessuno nel futuro fu a loro più caro.
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Aristophanis quoque altioris est prudentiae praeceptum, qui in comoedia introduxit remissum ab inferis Atheniensium Periclen vaticinantem non oportere in urbe nutriri leonem, sin autem sit altus, obsequi ei conuenire: monet enim ut praecipuae nobilitatis et concitati ingenii iuuenes refrenentur, nimio uero fauore ac profusa indulgentia pasti quo minus potentiam obtineant ne inpediantur, quod stultum et inutile sit eas obtrectare uires, quas ipse foveris
