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Treveri atque eorum princeps Indutiomarus totam hiemem nullum tempus intermiserunt quin trans Rhenum legatos mitterent qui, pecuniam pollicendo, ...(da Cesare)
I Treveri e il loro capo Indutiomaro non per tutto l'inverno non lasciarono trascorrere alcun momento senza che mandassero ambasciatori al di là del Reno, che promettendo denaro, sollecitassero altre città all'alleanza e annunciassero che, uccisa gran parte del nostro esercito, ne rimaneva una molto meno numerosa. Tuttavia, non persuasero nessuna città dei Germani ad attraversare il Reno: dicevano infatti che, già due volte respinti dai Romani, temevano che li avrebbero respinti una terza volta al di là del Reno; perciò dicevano che non avrebbero più tentato la sorte. Caduto in questa speranza, Indutiomaro ciononostante (nihilo minus) cominciò a radunare e addestrare truppe, a procurarsi cavalli dai vicini, a attirare a sé con grandi ricompense esuli e condannati da tutta la Gallia. E con queste cose si procurò in Gallia così grande autorità che da ogni parte accorrevano a lui ambasciate, per chiedere favore e amicizia sia pubblicamente che privatamente.
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ANALISI GRAMMATICALE E PARADIGMI DEI VERBI
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Cimon, Miltiadis filius, Atheniensis, fuit... Qua re Cimonis vita semper secura fuit eiusque mors ab omnibus civibus est complorata.
L'Ateniese Cimone, figlio di Milziade fu (un uomo) di così tanta generosità da non avere mai, nonostante possedesse in molti luoghi poderi ed orti, in quelli custodi che preservassero i frutti così che nessuno fosse ostacolato di raccogliere i frutti che volesse. Lo seguirono sempre accompagnatori con monete così da poter essere d'aiuto agli indigenti. Spesso, quando vedeva qualcuno vestito meno bene, gli dava il suo mantello. Ogni giorno gli veniva cucinata una cena così sontuosa che poteva invitare presso di se tutti quelli che aveva visto nel foro; in nessun giorno ometteva di fare ciò. A nessuno mancò la sua lealtà, a nessuno il lavoro, a nessuno il suo aiuto di denaro e non mancò il suo patrimonio familiare; arricchì molti e aiuto altri, fece seppellire a sua spesa molti poveri morti. Per questo motivo la vita di Cimone fu sempre senza affannie e la sua morte fu compianta da tutti i cittadini.
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Versione tratta da Cornelio Nepote
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Germanorum vita omnis in venationibus atque in studiis rei militaris. consistit. Agriculturae non student, maior eorum pars lacte, carne vescitur. Neque quisquam agrum proprium habet, sed magistratus ac principes civitatum quotannis unicuique agrum quendam attribuunt atque insequente anno migrare cogunt. Eius rei multas causas adferunt: ne, adsidua consuetudine capti, illi studium belli agricultura commutent, ne latos fines habere cupiant, potentioresque humiliores e possessionibus expellant, ne qua oriatur pecuniae cupiditas, ex qua factiones dissessionesque nascuntur, denique ut iustitia inter omnes sit, cum suas quisque opes cum potentium opibus aequari videat. Germanis maxima laus est quam latissime circum se vastatos fines solitudinesque habere; hoc proprium virtutis existimant, (id est) populos finitimos ex suis finibus expellere neque quemquam audere prope eos consistere. Hospitem violare fas non putant; illos qui quadam de causa ad eos venerunt, sanctos existimant hisque domus omnium patent victusque communicatur.
La vita dei Germani consiste nelle partite di caccia e negli impegni dell'arte militare. I Germani non si dedicano all'agricoltura, e la maggior parte del loro nutrimento consiste in latte, formaggio e carne. E nessuno possiede un terreno proprio, ma ogni anno i magistrati ed i capi dei cittadini assegnano un podere e, nell'anno che segue, li costringono a migrare (a cambiare luogo). Essi adducono molte ragioni di questo sistema (di questa cosa): perchè, vinti dalla costante abitudine, essi non cambino l'impegno della guerra con l'agricoltura; perché non nasca l'avidità di denaro dalle quali hanno origine fazioni e dissensi e infine perché ci sia giustizia fra tutti, poiché ognuno vede che le proprie ricchezze sono uguali alle ricchezze dei potenti. Per i Germani è massima lode avere intorno uno spazio il più ampio possibile in seguito a devastazione di territori e zone spopolate; ritengono appunto questo proprio del coraggio cioè cacciare i popoli confinanti dal loro territori e non consentire a nessuno di stanziarsi nelle (loro vicinanze). Pensano che non sia lecito violare un ospite. Coloro che giungevano presso costoro per qualsiasi motivo, li consideravano sacri, a loro venivano rese accessibili le dimore di tutti e il vitto.
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Bello Troiano, postquam Hector ab Achille interfectus est, Troiani diu sine duce...
Durante la guerra di Troia (troiana), dopo che Ettore fu ucciso da Achille, i Troiani furono a lungo senza comandante e poiché la situazione era molto seria, ormai perdevano la speranza di una vittoria, quando giunse a Troia la Regina delle Amazzoni Pentasilea, con un manipolo di compagne e portò loro un valido aiuto. Le Amazzoni, fanciulle di una bellezza straordinaria e di singolare forza, abitavano nel Ponto Eusino presso la foce del Fiume Termodonte ed esercitavano l'arte militare dall'infanzia. Il loro arrivo risollevò gli animi dei Troiani: infatti essi ripresero la guerra contro i Greci ed in un primo momento, sotto il comando di Pentesilea, allontanarono i nemici spaventati fino alle navi. Ma poi quando Achille e Aiace entrarono in combattimento, i Troiani si rifugiarono nella città. Allora Pentesilea, donna audace e feroce, sfidò Achille ad un combattimento personale. Nel violento scontro il coraggio della regina fu straordinario ma all'improvviso Achille la trafisse con la lancia e le assestò una ferita mortale. E così per volontà di Giove e il coraggio di Achille, Pentasilea trovò la morte sotto le mura di Troia.
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In Colchide aureum vellus arietis, quem Phrixus Marti immolaverat in densa silva e magna quercu pend
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Il vello d'oro di un ariete che Frisso aveva sacrificato a Marte, pendeva da una grande quercia in una fitta foresta, nella Colchide: sorvegliavano il prezioso vello dei tori che emettevano fuoco dalle narici ed un serpente enorme e spaventoso. Nel frattempo, in Tessaglia, nella città di Iolco, regnava Pelia, che con un tranello aveva ucciso il fratello Esone, ed aveva usurpato il regno di lui. Ma Esone, quando stava per morire, temendo un attentato di Pelia, affidò al centauro Chirone il figlio piccolo Giasone, che aveva già nascosto sul monte Pelio. Dopo venti anni, Giasone, giovinetto, spiccando tra tutti i coetanei per forze del corpo e per grandezza dell'animo, era ritornato a Iolco allo scopo di rivendicare il regno dal fratello del padre. Ma Pelia disse: ti restituirò il regno se mi avrai portato il vello d'oro che viene custodito nella Colchide. Poiché quell'impresa era oltremodo ardua e piena di pericoli, Giasone scelse come compagni di spedizione gli uomini più forti di quell'epoca, e su consiglio della dea Atena, costruì una nave bella e veloce, che chiamò Argo. Dopo che fu giunto nella Colchide, egli, con l'aiuto della maga Medea, la figlia del re, sedò i tori che emettevano fuoco, e, dopo che ebbe ucciso lo spaventoso serpente, sottrasse il vello d'oro e lo portò a Pelia. Inoltre, quando Pelia non volle restituire il regno al nipote, Medea, che era andata in sposa a Giasone, lo stregò con i suoi sortilegi: e così Giasone venne in possesso del regno.
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