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Inizio: Ciceronem eloquentia sua in carminibus destituit; Vergilium illa felicitas ingenii in oratione soluta reliquit; ... Fine: ille non tam bene implet quam praeparat. Seneca il Vecchio
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Certamen numero 182
Converterat Cn Pompei persona totum in se terrarum... dissuadebant optimates sed consilia impetu victa sunt
Il personaggio di Cn. Pompeo aveva ormai volto verso di sé tutta la terra e in ogni luogo egli veniva ritenuto più di un cittadino. Quando allora, da console, fece giuramento che egli, molto lodevolmente, non sarebbe andato mai, durante la sua magistratura, in nessun luogo e lo aveva rispettato, dopo due anni il tribuno A. Gabinio presentò una legge: in quanto i pirati stavano terrorizzando il mondo con le loro scorrerie navali ormai non più con furtive sortite, ma mettendo in essere vere e proprie flotte, degne di una guerra e stavano distruggendo anche alcune città d'Italia, che si mandasse Cn. Pompeo a sconfiggerle, che gli si desse un comando imparziale su tutte le provincie con i loro proconsoli a partire dal cinquantesimo miglio dal mare. E con questa deliberazione il senato, consegnava a un uomo solo il comando di tutto il mondo; ma già sette anni prima ne era stato decretato uno simile, durante la pretura di M. Antonio. Ma, come un personaggio, con il suo esempio, può nuocere, così anche può aumentare e far sorgere l'invidia: tutti avevano sopportato di buon grado il fatto in Antonio; è infatti raro che si invidino gli onori di coloro la cui forza non si teme: al contrario, gli uomini temono, invece, cose incredibili da parte di coloro che sembrano ottenere quegli onori o lasciarli perdere a loro arbitrio e che li ottengono solo che lo vogliano. E così, gli ottimati intervenivano in senso contrario, ma ogni decisione fu vinta dal tumulto della massa
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perditae luxuriae Athenis adulescens Polemo, neque inlecebris eius tantum modo, sed etiam ipsa infamia gaudens, cum e convivio non post occasum solis, sed post ortum surrexisset domumque rediens Xenocratis philosophi patentem ianuam vidisset, vino gravis, unguentis delibutus, sertis capite redimito, perlucida veste amictus refertam turba doctorum hominum scholam eius intravit. nec contentus tam deformi introitu consedit etiam, ut clarissimum eloquium et prudentissima praecepta temulentiae lasciviis elevaret. orta deinde, ut par erat, omnium indignatione Xenocrates vultum in eodem habitu continuit omissaque re, quam disserebat, de modestia ac temperantia loqui coepit. cuius gravitate sermonis resipiscere coactus Polemo primum coronam capite detractam proiecit, paulo post brachium intra pallium reduxit, procedente tempore oris convivalis hilaritatem deposuit, ad ultimum totam luxuriam exuit uniusque orationis saluberrima medicina sanatus ex infami ganeone maximus philosophus evasit. peregrinatus est huius animus in nequitia, non habitavit.
Polemone, un giovane ateniese estremamente depravato che godeva non solo delle proprie dissolutezze ma addirittura (che godeva) della propria cattiva fama si era allontanato da un banchetto non al tramonto ma al sortere del sole. Mentre tornava a casa, vista aperta la porta di casa del filosofo Senocrate pieno di vino profumato di unguenti, con la testa cinta da una ghirlanda di fiori e con adosso abiti trasparenti entrò nella scuola affolata di sapienti e non contendo di esservi entrato in condizioni pietose persino vi si sette intenzionato a disturbare con la sua petulanza da ubriiacole parole nobili ed i saggissimi insegnamenti del filosofo. Mentre tutti, come era naturale (che fosse), mostravano il proprio sdegno, Socrate non battàè ciglio, e troncato l'argomento del suo discorso andò a parlare della modestia e della temperanza. Polemone costretto dalla gravità di quelle parole a ritornare in se', prima si levò dalla testa e scagliò in terra la corona, poco dopo ritirò il braccio dentro al mantello, poi fini' di atteggiare il suo viso come quello di un invitato reso felice dal vino, infine lasciò ogni lussuria e guarito dalla saluberrima medicina di un solo discorso da quel malfamato crapulone che era, divenne un grandissimo filoso. Il suo spirito peregrinò nel male, na non vi soggiornò a lungo
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La colpa sussiste anche se non si è scoperti
versione latino Aulo Gellio
Traduzione dal libro Certamen
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Philosophum nomine Peregrinum cui postea cognomentum Proteus factum est... fine : peccandum censebat, sed iusti homestique studio et officio. .
Abbiamo visto il filosofo di nome Peregrino che poi scelse Proteo come soprannome, uomo serio e di carattere fermo, essendo noi ad Atene, che alloggiava in un tugurio fuori la città. Poiché andavamo frequentemente da lui, abbiamo ascoltato perbacco che lui dicesse molte cose in modo utile ed onesto. E tra quelle cose ciò fu che abbiamo ricordato per sentito dire una cosa straordinaria. Diceva che senza dubbio un uomo sapiente non commetterebbe un errore, che sebbene egli avesse sbagliato dei e uomini ignorerebbero. Difatti non riteneva di dover sbagliare per timore della pena o dell’infamia, ma per amore e dovere del giusto e dell’onesto.
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Nec enim habeo, quod scribam, nec hoc tempore quidquam difficilius facio. Ad te vero et ad nostram Tulliolam non queo sine plurimis lacrimis scribere; vos enim video esse miserrimas, quas ego beatissimas semper esse volui idque praestare debui et, nisi tam timidi fuissemus, praestitissem. Pisonem nostrum merito eius amo plurimum: eum, ut potui, per litteras cohortatus sum gratiasque egi, ut debui. In novis tribunis pl. intelligo spem te habere: id erit firmum, si Pompeii voluntas erit; sed Crassum tamen metuo. A te quidem omnia fieri fortissime et amantissime video, nec miror, sed maereo casum eiusmodi, ut tantis tuis miseriis meae miseriae subleventur: nam ad me P. Valerius, homo officiosus, scripsit, id quod ego maximo cum fletu legi, quemadmodum a Vestae ad tabulam Valeriam ducta esses. Hem, mea lux, meum desiderium, unde omnes opem petere solebant! te nunc, mea Terentia, sic vexari, sic iacere in lacrimis et sordibus, idque fieri mea culpa, qui ceteros servavi, ut nos periremus! Quod de domo scribis, hoc est de area, ego vero tum denique mihi videbor restitutus, si illa nobis erit restituta; verum haec non sunt in nostra manu: illud doleo, quae impensa facienda est, in eius partem te miseram et despoliatam venire. Quod si conficitur negotium, omnia consequemur; sin eadem nos fortuna premet, etiamne reliquias tuas misera proiicies? Obsecro te, mea vita, quod ad sumptum attinet, sine alios, qui possunt, si modo volunt, sustinere, et valetudinem istam infirmam, si me amas, noli vexare; nam mihi ante oculos dies noctesque versaris: omnes labores te excipere video; timeo, ut sustineas. Sed video in te esse omnia; quare, ut id, quod speras et quod agis, consequamur, servi valetudini.
e infatti, non ho cose da scrivere e in questo periodo non faccio nulla con maggiore difficoltà A te, poi, e alla nostra figliola non posso scrivere senza che mi sgorghino le lagrime dagli occhi. Vi vedo in preda alla disperazione, voi che avrei voluto sempre al colmo della felicità: e questo avrei dovuto garantirvi, e se non fossi stato tanto debole ve lo avrei garantito. Ho un affetto grandissimo per il nostro Pisone, che se lo merita ampiamente. Gli ho scritto, come ho potuto, per fargli coraggio e per ringraziarlo nel modo dovuto. Capisco che riponi delle speranze nei nuovi tribuni della plebe. Pu? essere una sicurezza, purchè Pompeo dia il suo benestare; ma tuttavia ho paura di Crasso. Vedo che ti comporti in ogni circostanza nel modo pi? coraggioso e amorevole, e non mi sorprende; ma sono desolato che le mie sventure trovino sollievo a prezzo di sofferenze tue cos? grandi: me lo ha scritto Publio Valerio, uomo di una cortesia squisita - e non ho potuto leggere le sue righe senza scoppiare a piangere -, in che maniera tu sia stata trascinata dal tempio di Vesta agli uffici del tribunale. Vita mia, mia sola nostalgia, a cui tutti solevano rivolgersi per avere un aiuto! E ora, Terenzia mia, saperti così tormentata, così afflitta nel pianto e nella umiliazione, e che questo avviene per colpa mia, che ho salvato gli altri per trascinare noi stessi alla rovina! Quanto a quello che scrivi della casa, cio? dell'area della casa, se solo essa mi sarà restituita solo allora io mi crederò reintegrato nei miei diritti. Ma queste cose non dipendono da noi. Soffro che per affrontare tutte le spese che ci sono da fare tu ti riduca in ristrettezze crudeli. Se questa faccenda si conclude, otterremo tutto; se il destino continuerà a infierire su di noi, dovrai tu addirittura miseramente disperdere gli avanzi della tua agiatezza? Ti scongiuro, vita mia: riguardo alle necessità impellenti lascia che ti diano una mano quelli che possono (solo che lo vogliano!) e se mi ami non logorare la tua salute così fragile. Giorno e notte mi stai davanti agli occhi; vedo che ti accolli tutte le fatiche: ho paura che tu non regga. Ma vedo anche che a te fa capo ogni cosa. Perci? abbi rispetto per la tua salute,