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Tibullus poeta ruris deos sic orabat :"Bacche,veni,dulcisque tuis r cornibus uva pendeat,et spicis empora cinge ...
Il poeta Tibullo pregava così gli dei campestri: "Vieni, Bacco, dalle tue corna penda la dolce uva, e tu Cerere, cingi le tempie con le spighe! In questo giorno sacro riposi la terra, riposi il contadino e, appeso il vomere, cessi la greve fatica! Sciogliete i lacci dai gioghi! Stiano ora i buoi nei pressi della colma mangiatoia con il capo coronato! Sia tutto in onore del dio! Non osi alcuna fanciulla lavorare il penso con le mani! Piacciano le vergini agli dei: venite con una veste candida e con le mani pure prendete l'acqua dalla fonte! Dei patri, purifichiamo i campi, purifichiamo i contadini; scacciate i mali dalle nostre terre!"
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In Circo Maximo venationis pugna erat: multae ibi saevientes ferae... Neque multo post ad specum venit leo debili uno et cruento pede gemitus edens
Nel Ciro Massimo c'era una battaglia di fiere:Vi erano là molte bestie feroci, anima li di grandezza eccezionale e l'aspetto o la ferocia di tutti quelli erano straordinari. Ma al di là di gli altri animali il leone, per l’irruenza e per la stazza del corpo, per il ruggito terrificante e potente, per i muscoli e per la criniera ondeggiante, aveva attirato su di sé l’attenzione e gli sguardi di tutti. Al combattimento delle bestie, tra gli altri, fu introdotto il servo di un uomo consolare di nome Androclo. Il leone, Il leone quando vide Androclo da lontano all'improvviso rimase fermo e poi con calma si avvicinò all'uomo. Poi incomincia a muovere la coda tranquillamente e docilmente, come i cani che fanno le feste, a strofinarsi contro il corpo dell’uomo e a leccare dolcemente con la lingua le gambe e le mani di lui.L’uomo, Androclo, tra le effusioni di quella belva tanto terribile, recupera il coraggio perduto e lieto volge l'occhio sul leone.Allora il popolo eccitato sollevò un clamore derivato da Cesare Androclo narra questo fatto magnifico:"Occupando il mio padrone la provincia d'Africa per potere preconsolare, io lì fui spinto alla fuga dalle sue bastonate ingiuste e quotidiane e mi ritirai nei deserti di sabbia; trovata una certa caverna remota e nascosta in quella entro e mi nascondo. E non molto dopo giunge a quella grotta questo leone solo con una zampa debole e sanguinante, emettendo un gemito".
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Athenienses propter Pisistrati tyrannidem, quae paucis anni ante fuerat. .
Gli Ateniesi, a causa della tirannide di Pisistrato, che risaliva a pochi anni prima, temevano la potenza di tutti i loro concittadini. Milziade, più che abituato ad esercitare il comando e le magistrature, non sembrava potesse restare un privato cittadino, soprattutto perché appariva essere trascinato dall'abitudine alla smania del comando. Infatti, tutti quegli anni che aveva governato il Chersoneso, aveva ottenuto potere universale ed era stato chiamato tiranno, ma tiranno legittimo. Infatti, non (vi) era giunto con la violenza, ma per volere dei suoi e manteneva quel potere per la (sua) bontà. Infatti, molti sono sia detti che ritenuti tiranni, perché rimangono con potere perpetuo in una determinata città che è abituata all'indipendenza. Ma in Milziade vi era sia una grandissima umanità che una mirabile affabilità; inoltre, grande autorevolezza presso tutte le popolazioni, un nome celebre, una gloria militare immensa. Il popolo Ateniese, vedendo tutte queste qualità, preferì condannare in lui un innocente, piuttosto che doverlo temere più a lungo.
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Quid est, patres conscripti, in Antonio praeter crudelitatem, petulantiam, effrenatam audaciam? ...
O senatori, che cosa altro c'è in Antonio, oltre che crudeltà, insolenza, sfrenata baldanza? Chi si comportò in maniera così malvagia e così vergognosa nei confronti dei cittadini? Pensate forse che sulla terra vi sia un mostro più orribile e scellerato? Vi è forse in voi la speranza che Antonio possa diventare più umano? Fino a quando dunque lui, che superò nella scelleratezza tutti i nemici, sarà privo del nome di nemico? Quando, dei immortali, libererete questa città da quest'uomo spregevole?
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Cum Mucius a Porsenna rege Etruscorum urbem nostram gravi ac diutino bello urgueri aegre ferret, castra eius clam ferro cinctus intravit... gloriae cognomine Scaevolae reddidit
Muzio, tollerando a fatica che la nostra città fosse oppressa da Porsenna re degli Etruschi con una pesante e lunga guerra, armatosi di spada, penetrò di nascosto nell'accampamento di quello e tentò di uccidere lui che sacrificava davanti agli altari. Sorpreso tuttavia nel mezzo dell'esecuzione del progetto pio (nel senso di patriottico) e nello stesso tempo coraggioso, non nascose la causa dell'arrivo (del suo arrivo) e mostrò con straordinaria sopportazione quanto disprezzasse le torture: infatti odiando, credo, la sua mano destra, poiché non aveva potuto servirsi della sua opera nell'uccisione del re, sopportò che bruciasse dopo avere posta (la mano) sopra un braciere. Gli dei immortali certamente non guardarono con occhi più attenti nessun sacrificio celebrato presso gli altari. Costrinse anche lo stesso Porsenna a dimentitico del suo pericolo e a cambiare la sua vendetta in ammirazione. Infatti disse: "Ritorna dai tuoi, Muzio, e riferisci loro che tu, pur avendo attentato alla mia vita, sei stato da me donato con la vita (graziato insomma). E (Scevola), non avendone adulato la clemenza, più afflitto per la salvezza di Porsenna che lieto per la sua, se ne tornò a Roma con l’appellativo di Scevola a titolo di gloria immortale (riportò se stesso alla città con il soprannome di Scevola di eterna gloria).
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