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Alexander non ducis magis quam militis munia exsequebatur, opimum decus regis caede expetens; Dareus enim curru ...ad corpora tuenda sumpserant.
Alessandro svolgeva i compiti di comandante, non meno che di soldato, ricercando il supremo onore di uccidere il re: infatti Dario si stagliava alto sul carro, grande incitamento sia per i suoi a proteggerlo che per i nemici ad assalirlo. Allora suo fratello Oxatre, vedendo che Alessandro puntava su di lui, frappose davanti allo stesso carro del re i cavalieri di cui era al comando. Di molto superiore agli altri per armamento e forza fisica, straordinario come pochi per coraggio e magnanimità, famoso soprattutto in quella battaglia, stese al suolo alcuni che incautamente lo assalivano, altri li volse in fuga. Ma i Macedoni che si trovavano attorno al re, rafforzati da un reciproco incitamento, irruppero assieme a lui nella schiera dei cavalieri. Allora la strage divenne davvero simile a una catastrofe. Attorno al carro di Dario giacevano i più insigni comandanti, intorno a loro era ammucchiata una moltitudine, più umile, di fanti e di cavalieri. Dario, temendo di cadere vivo nelle mani dei nemici, saltò giù e fu fatto salire su un cavallo che lo seguiva proprio per questa evenienza, dopo aver indecorosamente gettato a terra anche le insegne dell'impero, affinché non rendessero manifesta la sua fuga. Allora poi tutti gli altri per la paura si dispersero, buttando le armi che poco prima avevano impugnato per la loro difesa personale.
Versione tratta da Curzio Rufo
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Gloriam militarem moderatione superavit, Romae et per provincias aequalem se omnibus exhIbens: amicos salutandi causa frequentans, vel aegrotantes; vel cum festos dies habuissent, convivia cum iisdem indiscreta habens; saepe in vehiculis eorum sedens; nullum senatorem laedens, nihil iniustum ad augendum fiscum agens; liberalis in cunctos, publice privatimque ditans omnes et honoribus augens quos vel mediOcri familiaritate cognovisset; nihil non tranquillum et placidum agens, adeo ut omni eius aetate unus senator damnatus sit, is tamen per senatum, ignorante Traiano. Ob hoc per orbem terrarum deo proximus, nihil non venerationis meruit et vivus et mortuus. Inter alia dicta hoc ipsius fertur egregium: amicis enim culpantibus quod nimis communis esset, respondit se imperatorem privatis talem esse, qualem esse sibi imperatores privatus optasset. Adeo in eo gloria bonitatis obtinuit, ut vel assentantibus, vel vere laudantibus, occasionem magnificentissimi praestet exempli.
Superò la gloria militare con la temperanza, mettendosi al livello di chiunque a Roma e nelle province; visitando spesso gli amici per salutarli sia se erano malati, sia intrattenendosi con gli stessi in banchetti senza distinzione alcuna se celebravano festività; spesso sedeva nelle loro carrozze; non danneggiò alcun senatore, non commise iniquità per arricchire il fisco; liberale verso tutti, arricchiva in pubblico e in privato ognuno e conferiva cariche onorifiche anche a quelli con cui non aveva molta dimestichezza; trattava tutto in tranquillità e placidamente tanto che in tutto il suo periodo un solo senatore fu condannato, tuttavia ad opera del senato ed all'insaputa di Traiano. Perciò elevato al rango di dio per il mondo, meritò ogni venerazione sia vivo che morto. Fra gli altri detti questo di lui si tramanda particolarmente: infatti, rinfacciandogli gli amici di essere troppo affabile, rispose che lui da imperatore per i privati era tale, quale da privato avrebbe desiderato che gli imperatori fossero con lui. In lui la gloria della generosità rifulse al punto di offrire un'occasione di impareggiabile esempio sia agli adulatori sia a chi lo voglia lodare sinceramente
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Phaedri poetae fabella nota est. Alta vinea agricolae casam circumdat et in vinea magna uvarum copia est alta vinea agricolae casam circumdat et in vinea magna uvarum copia est. Venit vulpecula esuriens...
E’ nota una favola del poeta Fedro. Un’alta vigna circonda la capanna del contadino e nella vigna vi è una grande abbondanza di uve. Arriva una piccola volpe affamata e vede una preda a lui non sgradita. Allora inizia a salire, ma invano: la vigna infatti è troppo alta e la piccola volpe non può prendere l’uva. Infine affaticata e triste si allontana dicendo: “L’uva non è ancora matura; non desidero mangiarla: infatti l’uva acerba non mi piace”. Quindi la favola ci ammonisce in questo modo: "quando le nostre fatiche sono inutili, troviamo facilmente una scusa."
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Accelerat Caesar et proelio interest. Eius adventum ex colore vestitus omnes cognoscunt. Hostes, turmas et equitatum et cohortes de locis superioribus videbant et proelium committebant. Utrimque omnes clamorem tollebant. Nostri pila omittebant et gladiis remgerebant. Repente post terga equitatum cernunt. Cohortes alia adpropinquabat. Hostes terga vertunt. Contra Gallus equitatus occurrit et multos hostes necavit. Sic postea omnes Gallorum duces Romani occidunt aut comprehendunt. Pauci ex tanto numero incolumes in castra se(se stessi) recipiunt.
Cesare spinge e partecipa al combattimento. Tutti riconoscono il suo arrivo dal colore del vestito. I nemici da luoghi alti vedevano gli squadroni, la cavalleria e le coorti e intraprendevano il combattimento. Dll'una e dall'altra parte parti tutti levavano grida. I nostri lanciavano dardi e gestivano la situazione con le armi. Improvvisamente scorgono la cavalleria alle spalle. Si avvicinavano altre coorti. La cavalleria accorse contro i Galli e uccise molti nemici. Così, poi, i Romani uccidono o catturano tutti i comandanti dei Galli. Pochi, da una così grande moltitudine, si rifugiano incolumi nell'accampamento.
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Atque ego ne utilem quidem arbitror esse nobis futurarum rerum scientiam. Quae enim vita fuisset Priamo, si ab adulescentia scisset quos eventus senectutis esset habiturus? Abeamus a fabulis, propiora videamus. Clarissimorum hominum nostrae civitatis gravissimos exitus in Consolatione conlegimus. Quid igitur? Ut omittamus superiores, Marcone Crasso putas utile fuisse tum, cum maximis opibus fortunisque florebat, scire sibi interfecto Publio filio exercituque deleto trans Euphratem cum ignominia et dedecore esse pereundum? An Cn. Pompeium censes tribus suis consulatibus, tribus triumphis, maximarum rerum gloria laetaturum fuisse, si sciret se in solitudine Aegyptiorum trucidatum iri amisso exercitu, post mortem vero ea consecutura, quae sine lacrimis non possumus dicere?
Io ritengo che la conoscenza del futuro non ci sia nemmeno utile. Quale sarebbe stata, infatti, la vita di Priamo, se avesse saputo da giovane quali vicende avrebbe provato in vecchiaia?Tralasciamo i miti, consideriamo i più recenti. Nell’opera «Sulla consolazione» raccolsi le morti più brutali dei cittadini più illustri della nostra città. Ebbene? Per non parlare dei predecessori, credi forse che a Marco Crasso sarebbe stato utile, quand’era al culmine della potenza e della ricchezza, sapere che, dopo l’uccisione del figlio Publio e la distruzione dell’esercito, sarebbe dovuto morire egli stesso, al di là dell’Eufrate, con infamia e disonore? O sei forse del parere che Gneo Pompeo si sarebbe rallegrato dei suoi tre consolati, dei tre trionfi, della gloria di imprese colossali, se avesse saputo che in Egitto, da solo, dopo aver perso l’esercito, sarebbe stato assassinato e che, in vero, dopo la sua morte ci sarebbero state conseguenze, che non riesco a riferire senza lacrime?