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Cum Galli ad tertium lapidem trans flumen Anienem castra posuissent, ... Ex re gesta ipse posterique eius Torquati cognominati sunt
Dopo che i Galli ebbero posizionato (cum narrativo) l'accampamento al terzo miglio al di là del fiume Aniene, l'esercito Romano uscì da Roma e si collocò sulla riva più vicina del fiume. C'era un ponte nel mezzo, allora un [certo] Gallo, di straordinaria grandezza del corpo avanzò sul ponte vuoto, ed esclamò con fortissima voce: "Quello che ora Roma possiede come (uomo) più forte, quello combatterà con me così che il destino mostri quale dei due popoli in guerra sia superiore". Fra i giovani Romani a lungo ci fu silenzio per la grandezza e l'suo aspetto esteriore di quello. Poi il Gallo li derise e tirò fuori la lingua. Allora Tito Manlio si rammaricò che a Roma accadeva una tale onta e che nessuno si faceva avanti da un così grande esercito. Quindi coraggiosamente, strinse la spada, prese lo scudo. Il Gallo lo aspettò scioccamente felice. Quando si posizionarono (constitere = consisto, perfetto terza plurale) tra i due schieramenti, il Gallo scagliò, con gran rumore, un dardo sull' arma di Manlio. Ma Manlio, dopo averlo evitato (cum congiuntivo) con una piccola inclinazione del corpo, si insinuò tra il corpo e l'arma del Gallo e con uno o due colpi (gli) trafisse il ventre; poi a lui che era disteso sottrasse una collana e quella insanguinata se la mise al collo. La paura con la sorpresa aveva paralizzato i Galli. I Romani gioiosi andarono incontro al soldato per elogiarlo e lo condussero dal comandante. Da questa impresa egli (stesso) e anche i suoi posteri furono chiamati "Torquati".
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Tornando dalla Grecia, dopo essere sceso dalla nave a Brindisi e mentre mi aggiravo per quel celebre porto, vidi esposti cumuli di libri in vendita. Immediatamente mi dirigo avido verso di essi. Però tutti codesti libri Greci erano pieni di storie di fatti straordinari e raccontavano cose inaudite e incredibili. Questi stessi volumi, inoltre, per via della duratura esposizione, erano in rovina e il loro aspetto era tetro. Mi sono tuttavia avvicinato ed ho chiesto il prezzo e, spinto dalla stupefacente e insperata economicità, compro con poco denaro molti libri, che ho letto fino in fondo con grande curiosità nelle due notti successive. Ho letto molte cose veramente incredibili di questo genere: narravano infatti che gli Scizi, che vivono nelle terre dell'estremo nord, si nutrono di corpi umani; e ugualmente che nella medesima regione c'erano uomini che avevano un unico occhio sulla fronte; e che altri avevano le orme dei piedi indirizzate all'indietro; ma sono stato colpito dal più grande stupore leggendo che nella parte più lontana dell'India c'è un popolo che ha corpi villosi e piume alla maniera degli uccelli, e che non si nutre di nessun cibo, ma resta in vita grazie all'odore dei fiori, aspirato attraverso le narici.
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I Celti, che i Romani chiamavano Galli, dopo essere passati in Italia attraverso le Alpi, con la loro furia rovesciarono i Liguri e gli Etruschi e occuparono una grande parte dei loro territori. I Galli Insubri fondarono Milano, i Cenomani occuparono i luoghi dove ora si trovano le città di Brescia e Verona. I Boi e i Lingoni, poiché ormai avevano occupato tutti i luoghi tra il Po e le Alpi, dopo aver attraversato con le zattere il Po, occuparono le terre non soltanto degli Etruschi ma anche degli Umbri. Infine i Galli Senoni, gli ultimi arrivati, giunsero al fiume Aso. Risulta abbastanza (certo) che questa popolazione attaccò Chiusi, ricca città degli Etruschi. Gli abitanti di Chiusi, terrorizzati dalla massa dei Barbari, vedendo l'aspetto mai visto prima di quegli uomini e il singolare tipo di armamenti e sentendo che spesso da loro erano stati sbaragliati grandi eserciti di nemici, inviarono gli ambasciatori a Roma, affinché chiedessero aiuto al Senato. Dai Romani furono inviati immediatamente degli ambasciatori afinché pattuissero con i Galli di non attaccare amici e alleati del popolo Romano dai quali non avevano ricevuto alcun torto. Ma Brenno, comandante dei Galli, spinto dalla collera nei confronti degli ambasciatori dei Romani, decise di marciare verso Roma.
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P. Claudio Pulcro, uomo di grande empietà e di sciocca temerarietà, in qualità di console fu inviato dal senato contro i Cartaginesi. Criticava apertamente le decisioni dei precedenti comandanti e continuava a dire che sotto il suo comando, i suoi soldati in breve tempo sarebbero ritornati vincitori. Prima dello scontro navale, come era consuetudine, il console prese gli auspici e dopo che il Pullario gli ebbe annunciato che i polli non uscivano dalla gabbia e non mangiavano il cibo, il console ridendo ordinò che i polli fossero immersi nell'acqua dicendo: "Se non vogliono mangiare, che bevano!". Allora un grande timore pervase i soldati, che temevano l'ira degli dei. Alla fine, una volta ingaggiata la battaglia, i Romani uscirono sconfitti con grande strage di soldati, e Claudio Pulcro, quando tornò a Roma, fu condannato dal senato e dal popolo.
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I Crotoniati mossero guerra ai Locresi. Spaventati da questo pericolo i Locresi corrono dagli Spartani e, supplichevoli, implorano aiuto. Quelli, oberati da una duratura campagna militare, ordinano loro di chiedere aiuto a Castore e Polluce. Gli ambasciatori non disdegnarono la risposta della città alleata e, partiti per il tempio più vicino e compiuto un sacrificio, implorano l'aiuto degli dei. Dopo aver sacrificato le vittime, e ottenuto, come credevano, ciò che volevano, partirono con i presagi favorevoli, non meno lieti che se fossero stati in procinto di portare con sé gli dei in persona. Dopo aver saputo queste cose, anche i Crotoniati mandano degli ambasciatori all'oracolo a Delfi, chiedendo la vittoria ed esiti di guerra positivi. Dal dio fu risposto che i nemici sarebbero stati vinti da loro prima con le offerte che con le armi. Dopo che ebbero offerto ad Apollo la decima parte del bottino, i Locresi, poiché erano venuti a sapere sia del voto dei nemici sia del responso del dio, offrirono la nona parte e tennero nascosta quella cosa, per non essere sconfitti con i voti. Quindi, dopo che furono scesi in campo, e che i Crotoniati ebbero schierato centoventimila uomini armati, i Locresi, vedendo la scarsezza dei loro (infatti avevano solo quindicimila soldati) perdono ogni speranza di vittoria, ma, dalla disperazione, un ardore così grande invase ciascun soldato, che si considerarono vincitori se anche fossero solo morti non invendicati. Ma mentre cercavano di morire onorevolmente, vinsero felicemente grazie all'aiuto degli dei: raccontano infatti che un'aquila non si allontanò mai dallo schieramento dei Locresi fino alla vittoria e che due giovani di notevole grandezza e dall'equipaggiamento diverso da tutti gli altri furono visti combattere insieme ai cavalieri Locresi.