- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: PER LEGERE - versioni latino tradotte tradotte
- Visite: 4
Cum vero iam ductus sequi [puer] coeperit, non inutile eas tabellae ... ne hoc quidem neglectum reliquisse.
Quando il fanciullo avrà cominciato a riprodurre le lettere, non sarà inutile che quelle lettere siano da lui incise molto bene su una tavoletta, cosicché lo stilo sia condotto attraverso di esse come solchi. Infatti non sbaglierà in alcun modo sulle tavolette cerate, sarà vincolato da entrambe le parti dai margini e non potrà uscire oltre lo spazio indicato) e più veloce e più volte, seguendo tracce certe, fisserà i punti, né avrà bisogno dell'aiuto di chi regga la sua mano mettendovi sopra la propria. Non è affatto sconveniente la cura di scrivere bene e velocemente, che si usa essere trascurata perfino dalle persone rispettabili. Infatti poiché è importante negli studi lo scrivere, con cui solo ci si procura anche quel vantaggio reale e radicato con profonde radici, lo stilo troppo lento frena la riflessione, rozzo e confuso manca di comprensione: da qui segue l'altra fatica di dettare quelle cose che sono da trascrivere Perciò poiché sempre e ovunque, allora particolarmente nelle riservate e familiari piacerà che ciò non sia stato certo tralasciato.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: PER LEGERE - versioni latino tradotte tradotte
- Visite: 4
Introducti autem Galli ius iurandum sibi et litteras ab Lentulo, Cethego, Statilio ad suam gentem data esse dixerunt, atque ita sibi ab his et a L. Cassio esse praescriptum, ut equitatum in Italiam quam primum mitterent; pedestres sibi copias non defuturas. Lentulum autem sibi confirmasse ex fatis Sibyllinis haruspicumque responsis se esse tertium illum Cornelium, ad quem regnum huius urbis atque imperium pervenire esset necesse; Cinnam ante se et Sullam fuisse. Eundemque dixisse fatalem hunc annum esse ad interitum huius urbis atque imperii, qui esset annus decimus post virginum absolutionem, post Capitoli autem incensionem vice simus. Hanc autem Cethego cum ceteris controversiam fuisse dixerunt, quod Lentulo et aliis Saturnalibus caedem fieri atque urbem incendi placeret, Cethego nimium id longum videretur. Ac ne longum sit, Quirites, tabellas proferri iussimus, quae a quoque dicebantur datae. Primo ostendimus Cethego; signum cognovit. Nos linum incidimus, legimus. Erat scriptum ipsius manu Allobrogum senatui et populo sese, quae eorum legatis confirmasset, facturum esse; orare ut item illi facerent, quae sibi eorum legati recepissent. Tum Cethegus, qui paulo ante aliquid tamen de gladiis ac sicis, quae apud ipsum erant deprehensa, respondisset dixissetque se semper bonorum ferramentorum studiosum fuisse, recitatis litteris debilitatus atque abiectus conscientia repente conticuit.
Traduzione n. 1
Fatti dunque entrare, i Galli prestarono giuramento e dissero di aver ricevuto da parte di Lentulo, Cetego e Statilio, delle lettere per il loro popolo e che in questo modo da loro avevano ricevuto l'ordine di inviare la cavalleria in Italia quanto prima; a loro non sarebbero mancate le truppe di terra. Dissero anche che Lentulo aveva confermato loro, dalle profezie Sibilline e dai responsi degli aruspici, che era lui quel terzo Cornelio a cui il regno e il comando di quella città sarebbero dovuti inevitabilmente arrivare; prima di lui c'erano stati Cinna e Silla. Dissero anche che Cetego aveva avuto una discussione con gli altri, poiché a Lentulo e agli altri andava bene che la strage e l'incendio della città avvenissero durante i Saturnali, a Cetego invece sembrava troppo tardi. E per non farla lunga, Quiriti, abbiamo ordinato che venissero portate le tavolette che si è detto sono state consegnate a ciascuno. Le abbiamo mostrate per primo a Cetego; ha riconosciuto il sigillo. Noi abbiamo tagliato il filo e abbiamo letto. Era stato scritto dalla sua stessa mano che lui avrebbe fatto per il popolo e il senato degli Allobrogi ciò che aveva confermato ai loro legati; e che li pregava allo stesso modo di fare ciò che i loro ambasciator gli avevano garantito. Allora Cetego, che poco prima aveva risposto qualcosa riguardo a spade e pugnali che gli erano state stati sequestrati, e aveva detto di essere sempre stato fautore delle buone armi, avvilito dalla lettura delle lettere, e svigorito dalla consapevolezza, improvvisamente tacque.
Traduzione n. 2
Furono introdotti poi i Galli i quali, sotto giuramento, dichiararono che da parte di Lentulo, Cetego e Statilio erano state date delle lettere ai propri concittadini e da costoro e da L. Cassio era stato loro ordinato di inviare al più presto la cavalleria, perché essi non mancavano di fanteria; che Lentulo aveva confermato che, in base ai responsi della Sibilla e degli aruspici, egli era il terzo dei Cornelii a cui sarebbe stato assegnato il regno ed il comando su questa città; prima di lui lo erano stati Cinna e Silla; che lo stesso aveva dichiarato essere fatale quest’anno, a causa della distruzione di questa città e delle sue istituzioni, anno decimo dopo l’assoluzione delle vergini (Vestali) e ventesimo dopo l’incendio del Campidoglio Dissero anche che vi fu contrasto fra Cetego e gli altri, in quanto Lentulo e gli altri volevano che fosse compiuta la strage e incendiata la città per i Saturnali, mentre a Cetego ciò sembrava troppo lungo. Per farla breve, o Quiriti, ordinammo che fossero portate le lettere che si dicevano scritte da ciascuno. Per primo le mostrammo a Cetego, il quale riconobbe il sigillo. Noi dissuggelliamo la lettera, la leggiamo. Era lo scritto per mano di lui, diretto al Senato ed al popolo dgli Allobrogi, in cui si diceva che essi avrebbero fatto tutto ciò che egli avesse confermato ai loro legati; li pregava di fare ciò che i loro legati avessero accettato. Allora Cetego che, poco prima, in merito alle spade ed ai pugnali rinvenuti nella sua casa, aveva detto di essere sempre stato un amatore delle armi bianche, abbattuto dalla lettura delle lettere e sconvolto nella sua coscienza, tacque di colpo.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: PER LEGERE - versioni latino tradotte tradotte
- Visite: 4
Primum iudices rei publicae causa, qua nulla res cuiquam potior debet esse, vos pro mea summa et vobis cognita in re publica diligentia moneo, pro auctoritate consulari hortor, pro magnitudine periculi obtestor, ut otio, ut paci, ut saluti, ut vitae vestrae et ceterorum civium consulatis; deinde ego idem et defensoris et amici officio adductus oro atque obsecro, iudices, ut ne hominis miseri et cum corporis morbo tum animi dolore confecti, L. Murenae, recentem gratulationem nova lamentatione obruatis. Modo maximo beneficio populi Romani ornatus fortunatus videbatur, quod primus in familiam veterem, primus in municipium antiquissimum consulatum attulisset; nunc idem squalore et sordibus, confectus morbo, lacrimis ac maerore perditus vester est supplex, iudices, vestram fidem obtestatur, misericordiam implorat, vestram potestatem ac vestras opes intuetur. Nolite, per deos immortalis! iudices, hac eum cum re qua se honestiorem fore putavit etiam ceteris ante partis honestatibus atque omni dignitate fortunaque privare. Atque ita vos L. Murena, iudices, orat atque obsecrat, si iniuste neminem laesit, si nullius auris voluntatemve violavit, si nemini, ut levissime dicam, odio nec domi nec militiae fuit, sit apud vos modestiae locus, sit demissis hominibus perfugium, sit auxilium pudori
Per prima cosa, o giudici, per l'ossequio dovuto avanti ogni cosa alla patria, al di sopra della quale nulla dev'esserci per nessuno, io vi ammonisco in nome dell'appassionato mio fervore per essa che voi ben conoscete, io vi esorto, in nome della mia au torità consolare io vi supplico, in nome della vastità del pericolo, che provvediate alla tranquillità, alla pace, alla sicurezza, alla vita nostra e dell'intera città In omaggio, poi, al mio dovere di difensore e di ami co, io vi prego, o giudici, io vi scongiuro che non abbiate ad oscurare in questo infelice Murena, soffe rente per malattia e logorato dagli affanni, la recente glorificazione con una più recente cagione di compianto. Or ora, fregiato della massima distinzioni che il popolo romano può concedere, egli ci apparivi un favorito della fortuna, poiché per primo recava nella sua vecchia famiglia, per primo nel suo ani ini municipio, il titolo di console; ora, affranto nella desolazione e nel lutto, prostrato nella tristezza e nel, pianto, si appella, o giudici, alla fedeltà vostra, invoca la vostra pietà, innalza lo sguardo alla vostra autorità e al vostro soccorso. In nome degli dei immortali, non permettete, o giudici, che egli, perdendo quella da cui si lusingava di trarre più alto splendore dorè, sia ad un tempo spogliato di tutte le alte cariche che in precedenza conquistate, di ogni dignità, di ogni bene. Questo, o giudici, questo implora da voi Murena. S'egli non fece mai ingiusto male ad alcuno; se mai non ferì l'orecchio né forzò la volontà di chicchessia; se, in breve, non suscitò mai in alcuno, sia in patria che in guerra, sentimenti di odio; siate voi miti per lui, siate rifugio al suo animo accasciato, siate conforto alla sua onoratezza.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: PER LEGERE - versioni latino tradotte tradotte
- Visite: 4
Vidimus tuam victoriam proeliorum exitu terminatam: gladium vagina vacuum in urbe non vidimus. Quos amisimus civis, eos Martis visperculit, non ira victoriae; ut dubitare debeat nemo quin multos, si fieriposset, C. Caesar ab inferis excitaret, quoniam ex eadem acie conservat quospotest. Alterius vero partis nihil amplius dicam quam (id quod omnesverebamur) nimis iracundam futuram fuisse victoriam. Quidam enim non modo armatis, sed interdum etiam otiosis minabantur; nec quid quisque sensisset, sed ubi fuisset cogitandum esse dicebant: ut mihi quidem videantur di immortales, etiam si poenas a populo Romano ob aliquod delictum expetiverunt, qui civile bellum tantum et tam luctuosum excitaverunt, vel placati iam vel satiati aliquando, omnem spem salutis ad clementiam victoris et sapientiam contulisse. Qua re gaude tuo isto tam excellenti bono, et fruere cum fortuna et gloria, tum etiam natura et moribus tuis: ex quo quidem maximus est fructus iucunditasque sapienti. Cetera cum tua recordabere, etsi persaepe virtuti, tamen plerumque felicitati tuae gratulabere: de nobis, quos in re publica tecum simul essevoluisti, quotiens cogitabis, totiens de maximis tuis beneficiis, totiens deincredibili liberalitate, totiens de singulari sapientia tua cogitabis
Abbiamo assistito alla tua vittoria, che non è andata oltre la fine dei combattimenti: a Roma non s'è vista una spada sguainata; ì concittadini che abbiamo perso li ha colpiti la furia di Marte, non l'ira di chi ha vinto, di modo che nessuno deve dubitare che C. Cesare se potesse richiamerebbe molte persone dall'aldilà poiché egli fa di tutto per graziare chi appartiene anche alla schiera nemica. Del partito avversario, invece, non posso dire altro se non che la sua vittoria sarebbe di fatto stata troppo violenta, ed era questo che temevamo. "Alcuni infatti minacciavano non soltanto chi era sceso in campo ma talvolta anche chi era al di sopra delle parti e sostenevano che bisognava considerare non quello che ciascuno pensava ma da quale parte stava; al punto che mi sembra proprio che gli dèi immortali - loro che hanno acceso una guerra civile così imponente e così sanguinosa -, anche se hanno voluto far pagare al popolo Romano il fio per qualche colpa, sia perché ormai placati sia perché finalmente soddisfatti, hanno riposto la speranza di salvezza nella saggia clemenza del vincitore Pertanto rallégrati per questa tua dote tanto insigne e godi della tua buona sorte e della tua gloria, come pure del tuo carattere e delle tue abitudini: proprio da ciò deriva a chi è saggio il più grande successo e la più grande felicità. Quando tu ricorderai le tue gesta, ti rallegrerai sì molte volte del tuo valore, ma più ancora della tua fortuna; tutte le volte che penserai a noi, che hai voluto che restassimo insieme a te a far parte della repubblica, penserai ogni volta al bene che hai fatto, alla tua incredibile generosità, alla tua singolare saggezza.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: PER LEGERE - versioni latino tradotte tradotte
- Visite: 4
Quae est melior in hominum genere natura quam eorum, qui se natos ad homines iuvandos, tutandos, conservandos, arbitrantur? abiit ad deos Hercules: numquam abisset, nisi, cum inter homines esset, eam sibi viam munivisset. vetera iam ista et religione omnium consecrata: XV. quid in hac re publica tot tantosque viros ob rem publicam interfectos cogitasse arbitramur? iisdemne ut finibus nomen suum quibus vita terminaretur? nemo umquam sine magna spe inmortalitatis se pro patria offerret ad mortem. Licuit esse otioso Themistocli, licuit Epaminondae, licuit, ne et vetera et externa quaeram, mihi; sed nescio quo modo inhaeret in mentibus quasi saeclorum quoddam augurium futurorum, idque in maximis ingeniis altissimisque animis et existit maxime et apparet facillime. Quo quidem dempto, quis tam esset amens, qui semper in laboribus et periculis viveret?
E' fuori discussione che a prappresentate tipico di una data specie si deve prendere l'esemplare più perfetto: Nella specie umana quali esemplari possono esserci che siano più perfetti di quegli individui che si ritengono nati per soccorrere, assistere proteggere gli uomini? Ercole è stato assunto fra gli dei: questo non sarebbe stato mai possibile se non si fosse aperta la via del cielo durante il suo soggiorno fra gli uomini. antico esempio e consacrato dall'universale culto: parlando della nostra nazione, quale può essere stato il pensiero di tanti grandi uomini che si fecero uccidere per la patria? Volevano che il loro nome durasse quanto la loro vita? Ma mai nessuno si sacrificherebbe per la patria senza una speranza solida di immortalità. Temistocle avrebbe potuto bene rimanere lontano dalla vita pubblica e così Epaminonda e così io per non andare a cercare esempi lontani e stranieri: ma non so com'è esiste radicato nel nostro spirito come un presentimento dei secoli a venire che si determina soprattutto e si manifesta con maggiore evidenza negli ingegni più elevati e negli animi più nobili. E davvero se non ci vosse quello chi sarebbe così pazzo da vivere continuamente nella fatica e nel pericolo?