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Lettera di intercessione versione latino Plinio il Giovane
C. PLINIUS SABINIANO SUO S. Libertus tuus, cui suscensere te dixeras, venit ad me advolutusque pedibus meis ...
Il Tuo Liberto, al quale avevi detto che tu eri adirato, venne da me e abbracciato ai miei piedi tanto quanto ai tuoi, si fermò. Pianse molto, chiese molto, tacque anche molto, insomma mi fece una dimostrazione di vera penitenza: credo che egli fosse migliorato perché si accorse di aver sbagliato. Ti arrabbi, lo so, ti arrabbi giustamente, so anche questo; ma ora grandissima lode della mansuetudine, quando la causa dell'ira è giustissima. Amasti l'uomo e, spero, lo amerai: nel frattempo è sufficiente che tu permetta di essere esortato. Sarà lecito inquietarsi di nuovo qualora lo avrà meritato, cosa che farai più fortemente perché sei stato piegato dalle preghiere. Cedi qualcosa alla giovinezza di costui, cedi alle lacrime, cedi alla tua indulgenza. Non tormentarlo, e non tormentare anche te stesso; ti tormenti infatti quando ti arrabbi poiché tu sei così mite. Temo che Sembri ch'io non ti preghi ma ti costringa, se avrò aggiunto le mie (preghiere)alle sue; lo accoglierò tanto più diffusamente quanto lo presi più aspramente e severamente. Io in seguito non ti chiederò mai più niente se non minacci apertamente
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Tali dum pugnatur modo, lente atque paulatim proceditur, crebroque, ut sint auxilio suis, subsistunt; ut tum accidit. Milia enim progressi IIII vehementiusque peragitati ab equitatu montem excelsum capiunt ibique una fronte contra hostem castra muniunt neque iumentis onera deponunt. Ubi Caesaris castra posita tabernaculaque constituta et dimissos equites pabulandi causa animum adverterunt, sese subito proripiunt hora circiter sexta eiusdem diei et spem nacti morae discessu nostrorum equitum iter facere incipiunt. Qua re animum adversa Caesar refectis legionibus subsequitur, praesidio impedimentis paucas cohortes relinquit; hora x subsequi pabulatores equitesque revocari iubet. Celeriter equitatus ad cotidianum itineris officium revertitur. Pugnatur acriter ad novissimum agmen, adeo ut paene terga convertant, compluresque milites, etiam nonnulli centuriones, interficiuntur. Instabat agmen Caesaris atque universum imminebat.
Quando si combatte in tale modo, si avanza lentamente, per brevi tratti e spesso ci si ferma per recare aiuto ai compagni; e così avvenne allora. Infatti, dopo essere avanzati quattro miglia, incalzati senza tregua dalla cavalleria nemica, occupano un monte elevato e qui, senza levare neppure il bagaglio ai giumenti, pongono il campo, fortificandolo solo dal lato verso il nemico. Quando s'accorsero che Cesare aveva posto il campo e innalzate le tende e inviata la cavalleria a cercare foraggio, essi, verso mezzogiorno, all'improvviso si precipitano fuori e, sperando in una tregua per l'allontanamento della nostra cavalleria, incominciano a mettersi in marcia. Cesare, accortosi della cosa, li insegue con le legioni che si erano riposate e lascia poche coorti di guardia ai bagagli; dà ordine di seguirlo alle ore sedici e di richiamare i foraggiatori e la cavalleria. Subito la cavalleria ritorna al suo quotidiano lavoro di disturbo durante la marcia. Si hanno accaniti combattimenti con la retroguardia sicché questa quasi si dà alla fuga e parecchi soldati, e anche alcuni centurioni, vengono uccisi. L'esercito di Cesare incalzava e, tutto insieme, stava addosso al nemico.
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Quid agam, iudices? quo accusationis meae rationem conferam? quo me vertam? ad omnis enim meos impetus quasi murus quidam boni nomen imperatoris opponitur. Sit fur, sit sacrilegus, sit flagitiorum omnium vitiorumque princeps; at est bonus imperator, at felix et ad dubia rei publicae tempora reservandus. Non agam summo iure tecum, non dicam id quod debeam forsitan obtinere, cum iudicium certa lege sit, -non quid in re militari fortiter feceris, sed quem ad modum manus ab alienis pecuniis abstinueris abs te doceri oportere; non, inquam, sic agam, sed ita quaeram, quem ad modum te velle intellego, quae tua opera et quanta fuerit in bello.
Che cosa fare, o giudici? a che scopo portare ragione della mia accusa? dove dovrei volgermi? infatti il nome(fama) di buon comandante si oppone a tutti i miei assalti come un muro. Sia pure (Verre) un ladro, sia un sacrilego, sia il principe (primo) di tutte le disgrazie e dei vizi; ma è un buon comandante, ed è favorito dalla fortuna e deve essere riservato per i tempi incerti dello stato. Non tratterò con te secondo una rigida interpretazione del diritto; non dirò (ciò che dovrei forse mantenere, poiché il giudizio si basa su una legge certa) che è bene che tu spieghi non che cosa tu hai fatto con coraggio nelle cose militari ma, in che modo hai tenuto lontano la mani dal denaro altrui: non, dico, tratterò così, ma così indagherò, come capisco che tu vuoi, quali e quanto grandi furono le tue imprese in combattimento.
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Ad reliqua transeamus animalia et primum terrestria. Maximum est elephans proximumquae humanis sensibus, quippe intellectus illi (est) sermonis patrii et imperiorum oboedentia, officiorum quae didicere memoria, amoris et gloriae voluptas, immo vero (ea), quae etiam in homine rara (sunt), probitas, prudentia, aequitas, religio quoque siderum solisque ac lunae veneratio. Auctores sunt in Mauritaniae saltibus ad quendam amnem, cui nomen est Amilo, nitescente luna nova, greges eorum descendere ibique se purificantes sollemniter aqua circumspergi atque, ita salutato sidere, in silvas reverti, vitulorum fatigatos prae se ferentes.
Passiamo agli altri animali e per prima cosa quelli terrestri. L'elefante è il più grande ed è vicino ai sensi umani, poiché ha la comprensione della lingua nazionale e l'obbedienza ai comandi, il ricordo delle azioni che hanno imparato, il desiderio di lode e di amore, anzi in verità quelle cose che sono rare anche nell'uomo, la correttezza, l'equità, il buonsenso, anche il sentimento religioso e la venerazione delle stelle e del sole e della luna. Attestano che nei boschi della Mauritania presso un fiume, che ha nome Amilo, quando splende la luna nuova, greggi di quelli scendono e lì purificandosi si cospargono solennemente d’acqua e, così venerato l’astro (la luna), ritornano nei boschi, spingendo davanti a sé quelli affaticati tra i cuccioli.
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Omni Macedonum gaza, quae fuit maxima, potitus Paulus; tantum in aerarium pecuniae invexit, ut unius imperatoris praeda finem attulerit tributorum. At hic nihil domum suam intulit praeter memoriam nominis sempiternam. Imitatus patrem Africanus nihilo locupletior Carthagine eversa. Quid? qui eius collega fuit in censura, L. Mummius, num quid copiosior, cum copiosissimam urbem funditus sustulisset? Italiam ornare quam domum suam maluit; quamquam Italia ornata domus ipsa mihi videtur ornatior. Nullum igitur vitium taetrius est, ut eo, unde digressa est, referat se oratio, quam avaritia, praesertim in principibus et rem publicam gubernantibus. Habere enim quaestui rem publicam non modo turpe est, sed sceleratum etiam et nefarium. Itaque, quod Apollo Pythius oraclum edidit, Spartam nulla re alia nisi avaritia esse perituram, id videtur non solum Lacedaemoniis, sed etiam omnibus opulentis populis praedixisse. Nulla autem re conciliare facilius benivolentiam multitudinis possunt ii, qui rei publicae praesunt, quam abstinentia et continentia.
Paolo s'impadronì di tutto il tesoro dei Macedoni, che era enorme, e versò nell'erario tanto denaro che il bottino di un solo generale permise di mettere fine alle tasse; ma egli non portò niente a casa sua, tranne il ricordo eterno del nome. L'Africano imitò il padre, e, abbattuta Cartagine, non fu per niente piu ricco. E che? Colui che fu suo collega nella pretura, Lucio Mummio, forse che diventò più ricco dopo aver distrutto sin dalle fondamenta una città ricchissima? Preferì abbellire l'Italia piuttosto che la sua casa; benché, abbellita l'Italia, la sua stessa casa mi sembra più ornata. Nessun vizio, dunque, è più vergognoso (per riportare il discorso là donde si è allontanato), dell'avidità, soprattutto nei capi e negli amministratori di uno Stato. Considerare, difatti, lo Stato come fonte di guadagno non solo è vergognoso, ma anche scellerato ed empio. Perciò quell'oracolo proferito da Apollo Pizio, e cioè che Sparta non sarebbe perita per nessun'altra causa se non per l'avidità, mi sembra che sia stato predetto non solo per gli Spartani, ma anche per ogni popolo ricco. Coloro che sono a capo di uno Stato non possono con alcun altro mezzo procacciarsi più facilmente la benevolenza della moltitudine che con l'integrità morale e la moderazione