- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: MODUS VERTENDI - versioni latino tradotte
- Visite: 2
Sunt autem alii philosophi, et hi quidem magni atque nobiles, qui deorum mente atque ratione omnem mundum administrati et regi censeant, neque vero id solum, sed etiam ab isdem hominum vitae consuli et provideri; nam et fruges et reliqua, quae terra pariat, et tempestates ac temporum varietates caelique mutationes, quibus omnia, quae terra gignat, maturata pubescant, a dis immortalibus tribui generi humano putant, multaque, quae dicentur, in his libris colligunt, quae talia sunt, ut ea ipsa dei immortales ad usum hominum fabricati paene videantur. Contra quos Carneades ita multa disseruit, ut excitaret homines non socordes ad veri investigandi cupiditatem. Res enim nulla est, de qua tantopere non solum indocti, sed etiam docti dissentiant; quorum opiniones cum tam variae sint tamque inter se dissidentes, alterum fieri profecto potest, ut earum nulla, alterum certe non potest, ut plus una vera sit.
Dunque ci sono altri filosofi, per la verità grandi e nobili, che reputano che il mondo sia amministrato e governato da volontà e intelletto divini, ne soltanto questo, ma credono che anche i medesimi provvedano e sovrintendano alla vita umana; infatti è loro opinione che le biade e gli altri frutti generati dalla terra, le tempeste, la varietà delle stagioni e i cambiamenti del clima, per l'effetto dei quali quanto genera la terra giunge a maturazione, siano tributati dagli immortali al genere umano; raccolgono molte cose, di cui si parlerà, in questi libri ed esse sono tali da sembrare che gli dei le abbiano create apposta per gli uomini. Contro di loro Cameade dissertò su tanti argomenti da spingere gli uomini alacri al desiderio di investigare il vero. Infatti non c'è alcun argomento su cui non si trovino d'accordo non solo i dotti, ma anche gl'inesperti; essendo le loro opinioni tanto svariate e inconciliabili tra loro, può verificarsi indubbiamente che di esse nessuna sia vera, ma non può certo essere che più di una risponda a verità
è evidente che il nostro imperatore è stato scelto dagli dei- Plinio il giovane modus vertendi versi
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: MODUS VERTENDI - versioni latino tradotte
- Visite: 2
Bene ac sapienter, Patres Conscripti, maiores instituerunt, ut rerum agendarum, ita dicendi initium a precationibus capere: quod nihil rite, nihilque providenter homines, sine deorum immortalium ope, consilio, honore, auspicarentur. Qui mos cui potius, quam consuli, aut quando magis usurpandus colendusque est, quam quum imperio senatus, auctoritate reipublicae, ad agendas optimo principi gratias excitamur? Quod enim praestabilius est aut pulchrius munus deorum, quam castus et sanctus et diis simillimus princeps? Ac si adhuc dubium fuisset, forte casuque rectores terris, an aliquo numine darentur: principem tamen nostrum liqueret divinitus constitutum. Non enim occulta potestate fatorum, sed ab Iove ipso coram ac palam repertus, electus est: quippe inter aras et altaria, eodemque loci, quem deus ille tam manifestus ac praesens, quam caelum ac sidera, insedit. Quo magis aptum piumque est, te, Iupiter optime maxime, antea conditiorem, nunc conservatorem imperii nostri, precari, ut mihi digna consule, digna senatu, digna principe contingat oratio: utque omnibus, quae dicentur a me, libertas, fides, veritas constet: tantumque a specie adulationis absit gratiarum actio mea, quantum abest a necessitate.
Bene e saggiamente, o Padri Coscritti, i nostri maggiori (antenati) hanno ordinato che tanto nel ragionare, quanto nel trattare gli affari si cominci dalle preghiere, perché gli uomini nulla intraprenderebbero regolarmente e avvedutamente senza l'aiuto, il consiglio degli dei immortali e l'onore a lor prestato. E quel costume a chi meglio si addice se non a un Console? In qual tempo si deve osservare e custodire maggiormente se non quando per comando del Senato o in nome dello Stato siamo invitati a rendere grazie al migliore di tutti i Principi? Quale più prezioso o più bel dono degli dei di un Imperatore virtuoso, inattaccabile e per tutto simile agli dèi? Che se si fosse potuto dubitare sinora, se per puro caso o per un certo divino volere i reggitori del mondo fossero scelti, sarebbe pur sempre manifesto essere stato il nostro Principe donato dal cielo. E certo non fu l'occulto potere del destino, ma palesemente e sotto gli occhi di tutti, fu lo stesso Giove a rivelarlo; poiché questo nostro Principe fu eletto tra are e altari e là appunto dove questo dio manifesto e presente risiede, come in cielo e sulle stelle. E perciò è cosa tanto più conveniente e religiosa, ottimo Giove, fondatore un tempo, e ora sostenitore di questo impero, che noi imploriamo il tuo soccorso, perché tale sia il nostro ragionare, qual si conviene a un Console, a un Senato, a un Imperatore; e che in tutte le cose che da noi si diranno apparisca la libertà, la sincerità, la verità, e che il (lett. mio) nostro rendimento di grazie quanto è lontano da imposizione, altrettanto sia lontano da ogni necessità.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: MODUS VERTENDI - versioni latino tradotte
- Visite: 2
Socrates mihi videtur, id quod constat inter omnes, primus a rebus occultis et ab ipsa natura involutis, in quibus omnes ante eum philosophi occupati fuerunt, avocavisse philosophiam et ad vitam communem adduxisse, ut de vitutibus et de vitiis omninoque de bonis rebus et malis quaereret, caelestia autem vel procul esse a nostra cognitione censeret vel, si maxime cognita essent, nihil tamen ad bene vivendum. Hic in omnibus fere sermonibus, qui ab is qui illum audierunt perscripti varie copioseque sunt, ita disputat ut nihil affirmet ipse, refellat alios, nihil se scire dicat nisi ad ipsum, eoque praestare ceteris, quod illi quae nesciant scire se putent, ipse se nihil scire id unum sciat, ob eamque rem se arbitrari ab Apolline omnium sapientissimum esse dictum, quod haec esset una hominis sapientia, non arbitrari sese scire quod nesciat. Quae cum diceret constanter et in ea sententia permaneret, omnis eius oratio tantum in virtute laudanda et in omnibus ad virtutis studium cohortandis consumebatur, ut e Socraticorum libris maximeque Platonis intellegi potest
Credo che Socrate ma la cosa è pacifica per tutti - sia stato il primo a divincolare la ricerca del sapere dai problemi occulti e per loro stessa natura inestricabili - cruccio dei presocratici e ad indirizzarla alla vita degli uomini, tal che rivolgeva la sua indagine ai vizi e alle virtù, insomma il bene e il male, mentre era d'opinione che le cose celesti o erano troppo lontane dalla nostra capacità di discernimento o, qualora fossero state senza mistero per la nostra conoscenza, erano tuttavia inutili ad una buona condotta di vita. Costui argomenta ciò, praticamente in tutti i suoi discorsi - riportati per iscritto, in testimonianze varie e numerose - dai suoi discepoli: che non affermava alcuna verità, che si limitava a confutare gli altri, che diceva di non sapere nulla se non di sé stesso e, in questo punto, era superiore agli altri, i quali - pur non sapendo - credevano di sapere, mentr'egli sapeva solo di non sapere, ed era quella la ragione per la quale riteneva esser stato considerato, dall'oracolo di Apollo, l'uomo più sapiente in assoluto: perché all'uomo è concessa quest'unica sapienza: non credere di sapere ciò che non si sa. Visto che affermava ciò di continuo, rimanendo saldo a questa sua convinzione, il suo insegnamento consisteva esclusivamente nel tessere le lodi della virtù e nel tentativo di coinvolgere tutti nell'espletamento della virtù, come si può evincere dai testi dei socratici e soprattutto di Platone
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: MODUS VERTENDI - versioni latino tradotte
- Visite: 2
L'arrivo di Silla salva le sorti dei legionari di Mario a Cirta versione latino Sallustio Traduzione modus vertendi
Giugurta venuto a sapere dell'arrivo di Bocco, con pochi(uomini) si diresse di nascosto verso i fanti. - gli disse ad alta voce in latino- infatti l'aveva imparato a parlare presso Numanzia - che combattere i nostri era inutile, e che poco prima aveva ucciso mario di sua mano, mostrando contemporaneamente la spada macchiata di sangue, che aveva insanguinato abbastanza in battaglia dopo aver ucciso un nostro fante senza esitazione. e perciò come i soldati lo sentirono furono spaventati più per l'orrore dell'accaduto che per la credibilità del messaggero, e simultaneamente i barbari ripresero animo e avanzarono più accanitamente verso i romani stupiti. e già erano poco lontani dalla fuga quando Silla, sconfitti quelli contro i quali aveva marciato, tornando venne addosso ai mauri su un fianco. Bocco si allontanò subito. Giugurta invece desiderò sostenere i suoi e mantenere la vittoria ormai già quasi ottenuta e poiché era circondato dai cavalieri e tutti(i suoi) erano morti a destra e a sinistra, da solo si apri un varco tra i dardi nemici, evitandoli. ma mario intanto, messi in fuga i cavalieri, accorse in aiuto dei suoi, i quali avevano già preso le tende. alla fine i nemici erano ormai sbaragliati da ogni parte. allora nelle vostre pianure(ci fu)uno spettacolo orribile: (c'erano) inseguiti, fuggiti, uccisi, presi, cavalli e uomini abbattuti, e molti feriti che non potevano ne fuggire ne essere lasciati a riposo, ora cercavano di alzarsi e subito cadevano; alla fine di ogni cosa fin dove era visibile era coperto da lame armi e cadaveri e tra queste cose terra macchiata di sangue.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: MODUS VERTENDI - versioni latino tradotte
- Visite: 2
Tu quidem pro cetera tua diligentia admones me codicillos Aciliani, qui me ex parte instituit heredem, pro non scriptis habendos, quia non sint confirmati testamento; quod ius ne mihi quidem ignotum est, cum sit iis etiam notum, qui nihil aliud sciunt. Sed ego propriam quandam legem mihi dixi, ut defunctorum voluntates, etiamsi iure deficerentur, quasi perfectas tuerer. Constat autem codicillos istos Aciliani manu scriptos. Licet ergo non sint confirmati testamento, a me tamen ut confirmati observabuntur, praesertim cum delatori locus non sit. Nam si verendum esset ne quod ego dedissem populus eriperet, cunctantior fortasse et cautior esse deberem; cum vero liceat heredi donare, quod in hereditate subsedit, nihil est quod obstet illi meae legi, cui publicae leges non repugnant. Vale.