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Anno trecentesimo ab urbe condita, pro duobus consulibus decembviri creati sunt. Unus ex iis Appius Claudius virginem plebeiam adamavit. Cum autem pretio ac spe eam pellicere non posset, clienti suo negotium dedit, ut eam in servitutem deposceret. Putabat enim se facile victurum esse, cum ipse esset et accusator et iudex. Lucius Virginius, puellae pater, tunc aberat militiae causa. Cliens igitur virgini venienti in forum iniecit manum, affirmans suam esse servam: iubet eam sequi se; alioqui minatur se vi eam cunctantem abstrac-turum esse. Pavida puella stupente, ad clamorem nutrictis multi concurrunt. Cum ille puellam abducere non posset, eam vocat in ius, ipso Appio iudice.
Seconda parte
Interea missis nuntiis, Virginius prima luce Romam advenit, cum iam civitas in foro expectatione erecta staret. Statim in forum lacrimabundus et civium opem implorans filiam suam deducit. Appius obstinatum gerens animum in tribunal ascendit, et Virginiam clienti suo addixit. Tum pater: "Quaeso, inquit, Appi, ignosce patrio dolori, sine me filiam ultimo alloqui. " Data venia, pater filiam in secretum abducit. Ab lanio cultrum arripit, et pectus puellae transfigit. Tum ferro sibi viam facit, et respersus cruore ad exercitum profugit. Concitatus exercitus montem Auentinum occupavit; decem tribunos militum creavit; decemviros magistratu se abdicare coegit, eosque omnes aut morte aut exilio multavit: ipse Appius Claudius in carcere necatus est
traduzione prima parte
Nel trecentesimo anno dalla fondazione di Roma, in cambio di due consoli furono eletti i decemviri. Uno di loro Appio Claudio amava molto una vergine plebea. Ora non potendola allettare con denaro ed aspettativa, diede incaricò ad un suo suddito di richiederla in servitù. Essendo egli stesso accusatore e giudice pensava infatti che avrebbe avuto facilmente la meglio. Lucio Virginio, il padre della ragazza, allora era assente a motivo di una spedizione militare. Quindi il suddito mise le mani addosso alla vergine mentre veniva al foro, affermando che era la sua schiava: le ordina di seguirlo; altrimenti minaccia che se avesse fatto resistenza l’avrebbe trascinato con la forza. Poiché la timida fanciulla rimane stupita, molti accorrono al grido della nutrice. Non potendoa quello portare via la fanciulla, la cita in giudizio, mentre Appio in persona è giudice.
Traduzione seconda parte
Nel frattempo, inviati dei messaggeri, Virginio sul far del giorno raggiunse Roma, quando ormai nel foro la cittadinanza stava in piedi attenta per l’attesa. Subito accompagna in lacrime sua figlia nel foro, implorando l'aiuto dei cittadini. Appio mostrando un animo risoluto salì al tribunale e assegnò Virginia ad un suo vassallo. Allora, il padre: " Ti prego, disse, o Appio, sii indulgente al dolore paterno, lascia che io parli a mia figlia senza l’ultimo (abbraccio)". Dato il permesso, il padre conduce la figlia in un luogo riposto. Afferra un coltello dal macellaio e trafigge il petto della ragazza. Allora spruzzato di sangue si fa strada col pugnale, trova rifugio presso l'esercito. L'esercito concitato occupò l'Aventino; elesse dieci tribuni militari; costrinse i decemviri ad abdicare dalla magistratura e li punì tutti con la morte o l'esilio: lo stesso Appio Claudio fu ucciso in carcere.
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Sunt quaedam officia etiam adversus eos servanda, a quibus iniuriam acceperis. Est enim ulciscendi et puniendi modus; atque haud scio an satis sit eum, qui lacessierit iniuriae suae paenitere, ut et ipse ne quid tale posthac et ceteri sint ad iniuriam tardiores. Atque in re publica maxime conservanda sunt iura belli. Nam cum sint duo genera decertandi, unum per disceptationem, alterum per vim, cumque illud proprium sit hominis, hoc beluarum, confugiendum est ad posterius, si uti non licet superiore. Quare suscipienda quidem bella sunt ob eam causam, ut sine iniuria in pace vivatur, parta autem victoria conservandi i, qui non crudeles in bello, non inmanes fuerunt, ut maiores nostri Tusculanos, Aequos, Volscos, Sabinos, Hernicos in civitatem etiam acceperunt, at Karthaginem et Numantiam funditus sustulerunt; nollem Corinthum, sed credo aliquid secutos, oportunitatem loci maxime, ne posset aliquando ad bellum faciendum locus ipse adhortari.
Vi sono certi doveri che bisogna osservare anche verso coloro che ci hanno offeso. C’è una misura anche nella vendetta e nel castigo; anzi, io non so se non basti che il provocatore si penta della sua offesa, perché egli non ricada mai più in simile colpa, e gli altri siano meno pronti all’offesa. Ma sopra tutto nei rapporti fra Stato e Stato si debbono osservare le leggi di guerra. In verità, ci sono due maniere di contendere: con la ragione e con la forza; e poiché la ragione è propria dell’uomo e la forza è propria delle bestie, bisogna ricorrere alla seconda solo quando non ci si può valere della prima. Si devono perciò intraprendere le guerre al solo scopo di vivere in sicura e tranquilla pace; ma, conseguita la vittoria, si devono risparmiare coloro che durante la guerra, non furono né crudeli né spietati. Così, i nostri padri concessero perfino la cittadinanza ai Tusculani, agli Equi, ai Volsci, ai Sabini, agli Èrnici; ma distrussero dalle fondamenta Cartagine e Numanzia; non avrei voluto la distruzione di Corinto; ma forse essi ebbero le loro buone ragioni, soprattutto la felice posizione del luogo, temendo che appunto il luogo fosse, o prima o poi, occasione e stimolo a nuove guerre.
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Cum in ludis poetae scripta sua recitant, cunctus populus magna voce admirationem suam significat. Reliqui iudices pro voluntate populi scriptoribus praemia tribuunt. Aristophanes autem eorum iudicio obest et primum renuntiat poetam qui minime populo placuerat: «Is unus – inquit – est vere poeta; reliqui autem aliena carmina recitaverunt». Omnes obstupescunt atque magno cum clamore eius sententiam improbant, rex quoque de Aristophanis auctoritate dubitat. Tum Aristophanes, cuius memoria excellens erat, infinita volumina illuc educit, veterum scriptorum carmina recitat et certis argumentis litterarum furta probat. Itaque rex cum ignominia falsos poetas dimittit, Aristophanem vero amplis muneribus ornat et supra bybliothecam eum constituit
Quando durante giochi i poeti recitano i loro scritti, tutto il popolo manifesta la propria ammirazione con grande voce. I rimanenti giudici attribuiscono i premi agli scrittori secondo la volontà del popolo. Invece Aristofane contesta il loro giudizio e per primo proclama un poeta che al popolo non era piaciuto minimamente: "Solamente costui" afferma "è un poeta autentico; gli altri recitano poesie di altri". Tutti si meravigliano e con grande clamore disapprovano la sua sentenza. Anche il re dubita dell'autorevolezza di Aristofane. Allora Aristofane, del quale era eccellente la memoria, afferra gli infiniti volumi e recita i carmi di scrittori antichi e comprova con argomenti certi i furti degli scritti. Pertano il re, congeda con infamia i poeti falsi, ricopre però Aristofane di grandi lodi e lo nomina a capo della biblioteca.
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In Aeneide, celebri poemate Latino, de Troiae belli fine legimus. Nam post Troiae excidium Aeneas profugus cum filio et paucis comitibus ad Africae oras appulit et Didoni reginae quae eos comiter acceperat de Graecorum dolo et Troiae expugnatione narravit. Decimo belli anno Graeci vi capere Troiam desperantes ad insidias confugerunt. Graeci enim finem belli et ad patriam profectionem simulantes, cum omnibus copiis suis solverunt. Antea tamen Ulixis consilio ingentem equum ex ligno aedificaverant in quo scripserunt: «Graeci in patriam remeantes equum donant Minervae». Postea Ulixem et paucos strenuos milites in equo clam incluserunt quem in Troiae litore reliquerunt. Troianorum turba itaque nec castra nec naves iam videns, hostium fugae certa, ex oppido laeta cucurrit magno gaudio exsultans.
Nel famoso poema latino, l'Eneide, leggiamo della fine della guerra di Troia. Infatti (leggiamo che) dopo l'eccidio di Troia, Enea, profugo, con il figlio e pochi compagni approdò sulle coste dell'Africa e narrò (le gesta) della regina Didone, che li aveva benevolmente accolti, dell'inganno dei Greci e dell'espugnazione di Troia. Nel decimo anno di guerra i Greci disperando di prendere Troia con la forza, ricorsero ai tranelli. Infatti i Greci fingendo la fine della guerra e il ritorno in patria, salparono con tutte le loro truppe. Tuttavia secondo il piano di Ulisse, prima avevano costruito un grande cavallo di legno sul quale avevano scritto: "I Greci che fanno ritorno in patria donano il cavallo a (lla Dea) Minerva". Poi segretamente rinchiusero Ulisse e pochi valorosi soldati nel cavallo che abbandonarono sulla spiaggia di Troia. La folla dei Troiani perciò, non vedendo più né l'accampamento né le navi, certa della fuga dei nemici, accorse felice dalla città esultando con grande gaudio.
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Laboriosum reditum Ulixi, Ithacae regi, di dederunt. Vir enim, postquam diu multas terras pererraverat, sine sociis solus domum pervenit. Ithacae, interea, nonnulli nobiles, postquam regiam occupaverunt, magno sumptu in ludis epulisque vitam otiosam agebant. Ii praeterea Penelopam, Ulixis uxorem, in coniugium petebant ideoque Proci, id est petitores, appellabantur. Regina autem, viro suo fidelis, novas nuptias spernebat sed a Procis assidue urgebatur. Itaque, quia adventu in patriam Ulixes in magno periculo erat, Minerva eius aspectum mutaverat et ex viro forti ac valido in miserum mendicum eum converterat. Deae iussu, ad Eumaeum, porcorum custodem, rex contendit ubi servo et filio suo Telemacho se aperuit. Postea habitu mendici et omnibus, vel uxori suae, incognitus, rex domum suam intravit.
Gli dei assegnarono ad Ulisse Re di Itaca un difficile ritorno. Infatti, (questo) illustre personaggio (=vir) dopo che aveva attraversato molte terre, lungamente (e) senza i compagni da solo fece ritorno in patria. Nel frattempo ad Itaca, , alcuni nobili, dopo che occuparono la reggia, con grande lusso conducevano una vita oziosa in giochi e banchetti. Inoltre essi chiedevano in sposa (matrimonio) Penelope, moglie di Ulisse, e per questo motivo che i Proci venivano chiamati pretendenti. Invece, La regina (Penelope) fedele al suo uomo, rifiutava nuove nozze ma dai veniva molestata continuamente dai Proci Così, poiché Ulisse era in grande pericolo per il ritorno in patria, Minerva aveva cambiato le sue sembianze (il suo aspetto) e da uomo forte e vigoroso lo aveva trasformato in un povero mendicante. Su ordine della dea, il re andò da Eumeo, custode di porci, dove si rivelò al servo e a Telemaco suo figlio. Poi con la veste di mendicante il re fece ingresso nella sua casa da sconosciuto per tutti, anche per sua moglie.