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Rex Alexander, postquam ira mente decesserat, etiam ebrietate discussa, magnitudinem facinoris sera aestimatione perspexit ... et repugnanti e manibus extorquent adlevatumque in tabernaculum deferunt.
Il Re Alessandro, dopo che la collera era diminuita ed eliminata pure l'ebbrezza, esaminò attentamente con tardiva valutazione la gravità del suo misfatto ed inizio a pentirsi della sua azione. Comprendeva di aver ucciso un uomo che in quel tempo aveva abusato di un'eccessiva libertà di parola, ma di provato valore in guerra e, non si vergognava di riconoscerlo, suo salvatore. Si lamentava dell'ignobile uccisione, esclamando: "povero me, ormai il momento è passato, troppo tardi mi pento del mio delitto!". Grondava in tutto il vestibolo il sangue di quell'uomo che poco prima era un suo commensale: le guardie sbalordite e simili a gente paralizzata stavano immobili lontano, e la solitudine favoriva un pentimento senza alcuna remora. Ora Alessandro provava molto disgusto della vita; quindi rivolse contro se stesso la lancia tolta dal corpo giacente a terra; e già l'aveva avvicinata al petto, quando gli amici accorsero e, ad Alessandro che resisteva, la strapparono a forza dalle mani e, sollevatolo, lo portarono nella tenda.
Versione tratta da Curzio Rufo
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Hannibal, castris ante ipsa moenia positis, parvam urbem parvumque praesidium summa vi atque omnibus...modico imposito, ne omissa res videretur, in hiberna Capuam concessit.
Annibale, collocato l'accampamento (castrae castrorum plurale) davanti alle mura stesse, si appresta ad attaccare con tutte le truppe e con la massima forza la piccola città ed il piccolo presidio, e mentre (li) incalza e (li) aggredisce, dopo aver circondato da ogni parte le mura con una cerchia, perde alcuni soldati, ciascuno (di essi) molto coraggiosi, e i colpiti li allontana dal muro e dalle torri. Molti di più ne sarebbero caduti se non fosse sopraggiunta la notte al combattimento. Il giorno successivo gli animi di tutti si accesero per prendere(le) d'assedio, in specialmente dopo che fu promessa una corona turrita d'oro (a tutti). Quindi si iniziò ad inviare avanti anche le vinee e a scavare gallerie. Contro i differenti tentativi dei nemici non mancavano da parte degli alleati dei Romani né il vigore né la destrezza; finché alla fine anche la vergogna allontanò Annibale dall'impresa, e fortificato l'accampamento e posta una modesta guarnigione, affinché non sembrasse che l'azione fosse stata abbandonata, si ritirò a Capua negli alloggiamenti invernali.
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Inizio: Daphne dulcis venustaque nimpha erat, Penei fluminis filia .... Fine: ex illo die laurus est arbor Apollini sacra, sollemne praemium poetis
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Alcibiades, victis Atheniensibus, non satis tuta eadem loca sibi arbitrans, ..... Sed videbat id sine rege Perse non posse fieri, ideoque eum amicum sibi cupiebat adiungi
Ma Alcibiade, dopo la sconfitta degli Atenicsi, ritenendo che quei luoghi non fossero sufficientemente sicuri per lui, si nascose all'interno della Tracia, oltre la Propontide, sperando che lì molto facilmente avrebbe potuto tener nascosti i suoi averi. A torto. Infatti i Traci, quando seppero che era arrivato con una gran quantità di denaro, gli tesero un agguato: essi rubarono ciò che aveva portato, non poterono catturarlo. Egli, comprendendo che nessun luogo in Grecia era sicuro per lui per la potenza dei Lacedemoni, passò in Asia presso Farnabazo, il quale in verità lo accolse con tale umanità che nessuno lo superava nell'amicizia. Infatti gli aveva dato Grinio, castello nella Frigia, dal quale traeva cinquanta talenti di rendita. Di quella fortuna Alcibiade non era contento né poteva sopportare che Atene, vinta, fosse schiava dei Lacedemoni. E così era indotto da ogni pensiero a liberare la patria. Ma vedeva che ciò non poteva avvenire senza il re Persiano, e per questo voleva aggregarselo come amico.
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Danaus, regis Beli filius, ex pluribus coniugibus quinquaginta filias habuit, ...... Hypermestra et Lynceus post Danai interitum illius regnum obtinuerunt.
Danao, figlio del re Belo, ebbe da numerose mogli cinquanta figlie, e altrettanti figli toccarono in sorte a suo fratello Egitto, che progettò di uccidere il fratello Danao e le sue figlie, per governare da solo il regno paterno; tuttavia mantenne segreta la propria cospirazione e chiese al fratello le figlie di lui come mogli per i propri figli. Ma Danao, essendo venuto a conoscenza della congiura, con l'aiuto di Minerva fuggì dall'Africa in direzione di Argo: si dice che allora per la prima volta Minerva avesse costruito una nave con due prue, sulla quale Danao potesse prendere la fuga. Ma Egitto, non appena venne a sapere che Danao era scappato, mandò i figli ad inseguire il fratello, ordinando loro o di ucciderlo o di non ritornare mai più. Costoro, dopo essere giunti ad Argo, iniziarono ad combattere contro lo zio. Ma Danao, non appena si rese conto di non poter opporre resistenza, promette loro in spose le sue figlie, se si fossero astenuti dal combattere. Allora i cugini presero in mogli le tanto desiderate sorelle; ma queste per ordine del padre, dopo i solenni riti nuziali, durante la notte uccisero i propri mariti; la sola Ipermestra risparmiò Linceo. Per questa colpa si dice che le altre furono condannate negli Inferi a bere acqua con un vaso forato; Ipermestra e Linceo dopo l'uccisione di Danao, presero possesso del suo regno.