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Quanto melius est initia ipsa perspicere quam levia sint, quam innoxia! Quod accidere vides animalibus mutis, idem in homine deprendes: frivolis turbamur et inanibus. Taurum color rubicundus excitat, ad umbram aspis exsurgit, ursos leonesque mappa proritat: omnia quae natura fera ac rabida sunt consternantur ad vana. Idem inquietis et stolidis ingeniis evenit: rerum suspicione feriuntur, adeo quidem ut interdum iniurias vocent modica beneficia, in quibus frequentissima, certe acerbissima iracundiae materia est. Carissimis enim irascimur quod minora nobis praestiterint quam mente concepimus quamque alii tulerunt, cum utriusque rei paratum remedium sit. Magis alteri indulsit: nostra nos sine comparatione delectent; numquam erit felix quem torquebit felicior. Minus habeo quam speravi: sed fortasse plus speravi quam debui. Haec pars maxime metuenda est, hinc perniciosissimae irae nascuntur et sanctissima quaeque invasurae.
TRADUZIONE
Quanto è meglio valutarne bene i moventi, nella loro banalità, nella loro innocuità! Quello che vedi accadere agli animali bruti, lo coglierai anche nell’uomo: ci lasciamo turbare da frivolezze e vacuità. Il toro si eccita al rosso, l’aspide leva la testa per un’ombra, orsi e leoni si lasciano irritare da un fazzoletto: tutto ciò che è feroce e rabbioso per natura, si sbigottisce per cose da nulla. Accade altrettanto a chi è incostante ed irriflessivo per carattere: si sente ferito dal sospetto, al punto di chiamare talvolta ingiurie quei piccoli benefici che costituiscono frequentissime, o quanto meno acerbissime, occasioni d’ira. Ci adiriamo, infatti, con le persone più care, perché ci hanno dato meno di quanto pensavamo, o di quanto ci hanno dato altri; eppure disponiamo di un rimedio, in tutte e due le ipotesi. È stato più generoso con un altro: compiacciamoci di quanto ci è toccato, senza far confronti; non sarà mai felice, chi si lascerà tormentare dalla maggior felicità altrui. Ho meno di quanto speravo; forse ho sperato più del dovuto. Questo settore è il più temibile, perché nascono da qui le ire più perniciose, capaci di intaccare i sentimenti più sacri
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L'anello di Gige
versione latino Cicerone
Traduzione Libro: millenium pag 48 n 104
Inizio: Gyges cum terra discessisset... Fine: facinoribus quisquam potuit videre
versione da altro libro:
Cum olim in Lydia magnis imbribus terra discessisset, Gyges, pastor regius, in illum hiatum descendit. Ibi aeneum equum animadvertit, cuius in lateribus fores erant. Quibus apertis, corpus vidit hominis mortui magnitudinis invisitatae cum anulu aureo in digito. Gyges, anulo detracto, in concilium pastorum se recepit. Ibi incredibilem anuli virtutem expertus est: nam cum palam eius anuli ad palmam converterat, a nullo videbatur, ipse autem omnia videbat; idem rursus videbatur, cum in locum anulum inverterat. Itaque hac opportunitate anuli usus, reginae stuprum intulit eaque adiutrice regem interemit atque eius satellites sustulit nec eum haec facinora committentem quisquam videre potuit. Sic repente anuli beneficio rex Lydiae exortus est.
Libro: millenium pag 48 n 104
Inizio: Gyges cum terra discessisset... Fine: facinoribus quisquam potuit videre
Gige essendosi sprofondata la terra a casa di certi violenti acquazzoni dscese in quella voragine e notò, come raccontano le favole, un cavallo di bronzo sui cui fianchi c'erano delle porte e aperte queste vide il corpo di un uomo morto di grandezza eccezionale e un anello d'oro al dito. E appena tolse quello, lui stesso lo indossò (infatti era un guardiano del re)allora ritornò nell'assemblea dei guardiani. Li, invertendo il castone del suo anello verso il palmo della mano, non era visto da nessuno ma lui stesso vedeta tutto, di nuovo lui stesso era visto quando invertiva l'anello al proprio posto. Dunque utilizzando di questa opportunità dell'anello, uccise il tiranno, fece eliminare coloro che riteneva che potessero ostacolarlo nessuno potè vederlo in questi delitti. Così improvvisamente per l'effetto dell'anello diventò re della Lidia
versione da altro libro:
Un tempo in Lidia essendosi aperta e sprofondata la terra per effetto di grandi e continue piogge, Gige - pastore del re - discese in quella voragine: lì scorse un cavallo di bronzo, nei fianchi del quale c'era una porticina. Aperta questa, vide il corpo di un uomo morto di straordinaria grandezza, con un anello d'oro al dito. Gige, sottratto l'anello, si recò all'adunanza dei pastori. Quivi, imparò a conoscere l'incredibile virtù dell'anello: infatti, ogni volta che rivolgeva il castone dell'anello verso il palmo (ovviamente è il palmo della mano), non era veduto da alcuno, mentre egli vedeva tutto; invece era veduto di nuovo], ogni volta che, rigirando l'anello, rimetteva l'anello a posto (nel luogo). E così, cogliendo l'opportunità che l'anello gli offriva, fece violenza alla regina, e così, con l'aiuto di lei, uccise il re e tolse di mezzo ministri e servitori; né alcuno poté mai vederlo nell'atto di compiere questi delitti. Così, a un tratto, per virtù dell'anello, egli diventò re della Lidia.
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Due àrcadi, amici intimi, viaggiavano insieme e arrivarono a Mègara. Uno dei due prese alloggio in casa d'un taverniere, l'altro presso un suo ospite. Cenarono e andarono a dormire. A notte già inoltrata quello dei due che dormiva presso l'ospite vide in sogno l'altro che lo pregava di recargli soccorso, perché il taverniere si apprestava a ucciderlo. In un primo momento egli balzò su, atterrito dal sogno; poi, riavutosi dallo spavento, pensò che a quell'apparizione non si dovesse dar peso, e tornò a letto. Di nuovo, allora, gli apparve in sogno l'amico, e lo pregò che, non avendogli recato aiuto quando era ancora vivo, almeno non lasciasse invendicata la sua morte; il suo cadavere era stato buttato dal taverniere su un carro, e vi era stato sparso sopra del letame; gli chiedeva di trovarsi alla porta della città all'alba, prima che il carro uscisse verso la campagna. Emozionato da questo sogno, egli si recò di buon mattino alla porta, fermò il carrettiere, gli domandò che cosa c'era nel carro. Quello, atterrito, scappò via; il morto fu tratto fuori; il taverniere, venuto in luce il suo delitto, fu condannato a morte.
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Non tutte le promesse vanno mantenute
Autore: Cicerone
Versione tratta da : millennium - pag 46 - numero 97
E neppure devono essere mantenute quelle promesse che non sono utili a quegli stessi a quali la hai fatte. Il sole disse al figlio dio Fetonte, per tornare ai miti, che avrebbe fatto tutto ciò che avesse chisto, chiese di essere fatto salire sul carro del padre: fu fatto salire. E questo prima di fermarsi bruciò colpito da un fulmine. Quanto sarebbe stato meglio che in questo caso la promessa del padre non fosse stata mantenuta. Che dire riguardo al fatto che Teseo pretese una promessa da Nettuno? E Nettuno avendogli dato tre scelte scelse la morte del figlio Ippolito poiché questo era stato sospettato dal padre riguardo la matrigna e ottenuto questo desiderio, Teseo fu in grandissimo lutto.
Che dire riguarso al fatto che Agamennone avendo offerto in dono Diana ciò che di più bello fosse nato nel suo regno in quell'anno sacrificò Ifigenia di cui certamente in quell'anno era nato niente di più bello?
Sarebbe stato preferibile che la promessa non fosse stata fatta piuttosto di rendersi colpevole di un delitto tanto orribile. Dunque talvolta le promesse non devono essere fatte.
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At Hannibal anno tertio, postquam domo profugerat, L. Cornelio Q. Minucio consulibus, cum V navibus Africam accessit in finibus Cyrenaeorum si forte Carthaginienses ad bellum Antiochi spe fiduciaque inducere posset, cui iam persuaserat, ut eum exercitibus in Italiam proficisceretur. Huc Magonem fratrem excivit. Id ubi Poeni resciverunt, Magonem eadem, qua fratrem, absentem affecerunt poena. Illi desperatis rebus cum solvissent naves ac vela ventis dedissent, Hannibal ad Antiochum pervenit. De Magonis interitu duplex memoria prodita est. Namque alii naufragio, alii a servolis ipsius interfectum eum scriptum reliquerunt. Antiochus autem, si tam in agendo bello consiliis eius parere voluisset, quam in suscipiendo instituerat, propius Tiberi quam Thermopylis de summa imperii dimicasset.
Ma Annibale tre anni dopo che era fuggito dalla patria, essendo consoli Lucio Cornelio e Quinto Minuccio, approdò con cinque navi in Africa nel territorio dei Cirenei per vedere se per caso i Cartaginesi fossero indotti alla guerra dando speranza ad Antioco, che aveva già convinto a muovere in Italia eserciti. La fece venire il fratello Magone. Appena i Cartaginesi vennero a sapere ciò, inflissero a Magone, la stessa pena del fratello assente. Fallita l'operazione levarono le ancore e ripresero la navigazione: Annibale raggiunse Antioco. Sulla morte di Magone fu tramandata una duplice versione: alcuni lasciarono scritto che morì in un naufragio, altri che fu ucciso dai suoi stessi schiavi. Ma Antioco se avesse voluto seguire i suoi consigli nel condurre una guerra così come s'era proposto nell'intraprenderla avrebbe dovuto combattere per la supremazia più vicino al Tevere che alle Termopoli