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Nutant enim plurimi ac maxime qui litterarum aliquid attigerunt...
Moltissimi infatti vacillano e soprattutto coloro che attingono qualcosa della cultura letteraria. Infatti in tal senso sia i filosofi sia gli oratori che i poeti sono dannosi, perché possono con la soavità del parlare e la dolce modulazione della voce dei carmi che scorrono adescare facilmente gli animi incauti. E per tale motivazione ho voluto congiungere la sapienza con la religione, affinché qualcosa di inconsistente non possa opporsi agli studiosi di quella dottrina affinché la conoscenza della cultura letteraria non solo ormai non rechi per nulla danno alla religione e alla giustizia, ma possa giovare anche quanto più è possibile, se colui che apprende tale cultura, sia più istruito nelle virtù, più sapiente nella verità. Inoltre anche se non possa giovare a nessun'altro, certamente gioverà a noi: si compiacerà della conoscenza, e la mente gioirà di essere riversata nella luce della verità, perché è il foraggiamento dell'anima perfuso di una certa incredibile piacevolezza. Veramente non bisogna disperare, non cantiamo forse ai sordi. Infatti la situazione non è in un così cattivo stato, che le menti sane manchino di queste cose e la verità Sia gradita e vedano e seguano la strada indicata giusta per loro. Ora la coppa è cosparsa di miele celeste di sapienza, affinché possano essere bevuti i rimedi amari dagli imprudenti senza offesa, mentre la prima dolcezza allettando nasconde l'amarezza del sapore aspro sotto la parvenza della soavità.
(By Maria D. )
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Matrem quoque et liberos regis in eadem urbe deponit. ... Fine: Cave, obsecro, in contumeliam acceperis ignorationem meam” (Callidae Voces)
Lasciò al sicuro nella medesima città anche la madre e i figli del re. E ordinò di consegnare a Sisigambi - infatti la trattava con ogni onore e anche con una devozione filiale - vesti macedoniche e molto tessuto purpureo, per caso inviatogli in dono dalla Macedonia, insieme a coloro che le avevano confezionate e raccomandò di avvertirla che, se la veste le piacesse, abituasse le sue nipoti a realizzarla. Le lacrime spuntate per queste parole svelarono l'animo di lei che rifiutava quel dono: dal momento che le donne Persiane non considerano nessun'altra cosa più oltraggiosa del lavorare la lana. Coloro che avevano portato i doni riferirono che Sisigambi era triste, e (ad Alessandro) sembrò che la situazione fosse meritevole e di una scusa e di un conforto. Pertanto lui personalmente si recò da lei e le disse: "Madre, guarda questa veste che indosso non solo è un dono, ma anche un lavoro delle mie sorelle: le nostre usanze mi hanno ingannato. Ti scongiuro, non considerare come un oltraggio la mia ignoranza".
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Inizio: Deinde oro atque obsecro ne te difficilem amicis et intractabilem praestes...Fine: quasi parum ipsa per se horrida sit, quidquid potes congeris.
Poi ti prego e ti scongiuro affinché tu non ti dimostri difficile con gli amici ed intrattabile. Tu non ignori infatti che che tutti non sanno in quale modo comportarsi se raccontare qualcosa alla tua presenza di Druso o no ...(continua)
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Callidae voces pagina 530 numero 426
Inizio: Agrippinam, Marco Agrippa genitam, neptem Caecili Attici equitis Romani, ad quem sunt Ciceronis epistulae, ... Fine: perpetuo secubaret, intercepto communis fili pignore, qui Aquileiae natus infans extinctus est
Sposò Agrippina, generata da Marco Agrippa, nipote di Cecilio Attico, cavaliere Romano, al quale sono inviate le lettere di Cicerone; dopo aver avuto da lei il figlio Druso fu costretto a lasciarla, sebbene in felice accordo e di nuovo incinta, e subito a sposare Giulia, figlia di Augusto, non senza una grande tristezza d'animo, sia perché era frenato dal rapporto intimo con Agrippina, sia perché disapprovava i costumi di Giulia che aveva visto desiderosa di lui anche quando era sposata al precedente marito, e questo lo credeva veramente anche la gente comune. Ma dopo il divorzio si dolse di aver ripudiato Agrippina e incontratala casualmente una sola volta, la seguì con gli occhi a tal punto contenti e bagnati di lacrime che si badò che in seguito non comparisse mai alla sua vista. In un primo momento con Giulia visse in buona armonia e con amore reciproco, presto fu in discordia e in modo tanto insopportabile da dormire persino sempre solo, dopo che fu portato via anzi tempo il pegno del loro amore, il figlio avuto insieme che nato ad Aquileia morì bambino.
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Romulo regnante Spurius Tarpeius arci praeerat. Cuius filiam virginem aquam sacris petitum extra moenia egressam Tatius ut armatos Sabinos in arcem secum reciperet corrupit, mercedis nomine pactam quae in sinsitris manibus gerebant: erant autem in his armillae et anuli magno ex pondere auri. Loco potitum agmen Sabinorum puellam praemium flagitatem armis obrutam necavit, perinde quasi promissus, quod ea quoque laevis gestaverant, solvisset. Absit reprehensio, quia impia prodito celeri poena vindicata est.
Durante il regno di Romolo Spurio Tarpeo era a capo della roccaforte (romana). Tazio corruppe la sua giovane figlia uscita dalle mura per prendere l'acqua per i riti sacri, affinché facesse entrare con sè nella rocca i Sabini armati, promettendole che avrebbe avuto a titolo di compenso quelle cose che portavano nelle mani sinistre: In queste in vero c'erano bracciali e anelli di grande peso d'oro. La schiera dei Sabini, conquistando il luogo uccise la ragazza, che chiedeva con insistenza la ricompensa, schiacciata con le armi, quasi come se avesse mantenuto la promessa, poiché avevano indossato anche quelle nelle mani sinistre. Sia lontano il biasimo, poiché l'empio tradimento fu vendicato con una rapida pena.