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Q. Metellus Celtibericum in Hispania gerens bellum, cum urbem Centobricam obsideret... ut ad redigendas eas in dicionem populi Romani non multis sibi obsidionibus opus esset.
Quinto Metello, nel tempo in cui conduceva la guerra Celtiberica in Spagna, mentre assediava la città di Centobriga e, accostata ormai la macchina da guerra, sembrava in procinto di abbattere la porzione di muro che (era) la sola che poteva essere abbattuta, antepose la clemenza all'imminente vittoria. Infatti, poiché gli abitanti di Centobriga avevano posto di fronte ai colpi della macchina da guerra i figli di Retogene, il quale, abbandonata la città, era passato dalla sua parte (dalla parte di Metello), affinché i figli non fossero uccisi sotto gli occhi del padre con un tipo cruento di morte, (sebbene lo stesso Retogene diceva che non era di alcun impedimento che egli proseguisse l'espugnazione anche con la fine del suo sangue[i suo figli]) si ritirò dall'assedio. Per via di un atto così clemente, Metello non conquistò le mura di quell'unica città, ma gli animi di tutte le città Celtibere e ottenne che per ridurle sotto il dominio del popolo Romano non gli servissero molti assedi.
Versione da Valerio Massimo
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Alcibiades ille, cuius nescio utrum bona an vitia patriae perniciosiora fuerint...inter exsecrationem hominis et admirationem dubio mentis iudicio fluctuatur.
Quel grande Alcibiade, del quale non so se per la patria furono più dannose le qualità oppure i difetti – con le prime, infatti, li ingannò, con i secondi lì rovinò – dopo che, ancora fanciullo, si recò presso Pericle, il suo zio materno, e vide mentre stava seduto, triste, chiese perché portasse in volto un turbamento così tanto grande. Quel grande (cioè: "Pericle"), rispose che, su incarico della cittadinanza, egli aveva costruito i propilei di Minerva, che sono le porte dell'acropoli, ed ora, dopo che un'ingente somma di denaro era stata spesa per quell'opera, non trovava in quale maniera rendere conto dell'operazione e perciò si tormentava. "Allora - gli suggerì Alcibiade - cerca piuttosto in che modo non rendere il conto". E così l'uomo molto rispettabile e assennato, allontanatosi dal suo buon senso, si valse del consiglio di un ragazzo e fece in modo che gli Ateniesi, coinvolti in una guerra con i vicini, non avessero il tempo per pretendere un rendiconto. Ma veda Atene se lamentarsi o vantarsi di Alcibiade, giacché fino ad oggi si oscilla con un incerto giudizio del pensiero fra l'odio e l'ammirazione dell'uomo.
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Rerum scriptores narrant bello Punico primo M. Aemilium Paulum et Ser. Fulvium Nobiliorem consules ...Nam tam saeva procella de improvviso coorta est, ut pleraeque naves disiectae sint. (da Eutropio)
Gli storici narrano che durante la prima guerra Punica i consoli M. Emilio Paolo e Ser. Fulvio Nobiliore partirono dall'Italia verso l'Africa con un'ingente flotta, per combattere contro i Cartaginesi. Il console Emilio avendoli vinti in uno scontro navale, sommerse le prime navi dei nemici, mise in fuga le altre, catturò le rimanenti con i combattenti ed arricchì i propri soldati con un ingente bottino. Allora i Romani avrebbero potuto conquistare Cartagine, ma ben presto iniziò a mancare il rifornimento di viveri e tanta era la fame, che l'esercito dei Romani non potè dimorare più a lungo nei confini dei nemici. I consoli ritornando in patria con la flotta vincitrice resistettero ad un naufragio intorno alla Sicilia. Infatti sorse improvvisamente una tempesta tanto violenta, che la maggior parte delle navi si dispersero. ..
(By Maria D. )
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Massilienses, urbis direptione perterriti, inermes cum infŭlis se porta foras universi proripiunt ...graviterque eam rem tulerunt, quod stetisse per Trebonium quominus oppido potirentur, videbatur.
I Marsigliesi, spaventati dal saccheggio della città, tutti insieme inermi si trassero con le bende fuori dalla porta tendendo supplichevoli le mani ai legati ed all'esercito. Offerta tale novità, si arrestò ogni amministrazione di guerra ed i soldati, allontanati dalla battaglia, furono indotti al desiderio di conoscere e di ascoltare. Appena i soldati giunsero presso i legati e l'esercito, si gettarono tutti insieme ai piedi; pregarono che si attendesse l'arrivo di Cesare: dissero di aver visto che la loro città era stata catturata, pertanto desistevano dalla difesa: dissero di non poter sollevare alcun indugio a distruggerla immediatamente, se, essendo giunto Cesare, non avessero eseguito i comandi al cenno del capo. Commossi da tali cose i legati condussero via i soldati dall'opera di fortificazione, rinunciarono all'attacco, lasciarono le postazioni di guardia alle opere di fortificazione. stipulato un certo genere di tregua per compassione, si attese l'arrivo di Cesare. Cesare infatti aveva raccomandato caldamente a Trebonio per lettera di non permettere che la città fosse espugnata con la forza, che i soldati, mossi dall'odio, non uccidessero tutti gli adulti, cosa che avevano minacciato che l'avrebbero fatto; i soldati Romani allora si trattennero a stento dall'irrompere in città, e sopportarono duramente questa situazione, perché sembrava che era dipeso da Trebonio di non essersi impadroniti della città. (By Maria D.)