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Δοκει δ' εμοιγε και τοδε μονος...Τινα δε νεον οι φιλοι πλεον εποθησαν η Αγεσιλαον γεραιον αποθανοντα;
Mi pare anche che lui solo fra gli uomini abbia dato prova che la forza del corpo invecchia, mentre la forza d'animo degli uomini (ἀνήρ, ἀνδρός) veri (e) buoni è eterna: quello appunto non si stancò di (part pres. Ἐφίημι) andare verso una grande e buona fama, finché (ἔστε) il (sott. suo) corpo (imperf di δύναμαι) era in grado di tollerare la forza del suo animo. Proprio per questo (τοιγαροῦν=proprio perciò) non di qualsiasi giovinezza la sua vecchiaia sembrò migliore (φαίνω aoristo 3a sing)? Chi infatti, che era in pieno vigore, era così temibile per nemici quanto Agesilao che aveva il massimo (τὸ μέγιστον) dell'età? I nemici di chi, furono più (ἥσθησαν=ἥδω, ἥδομαι aor. pass. 3a pl. ) felici di quelli di Agesilao quando egli fu fuori dai piedi (ἐκποδών), sebbene morto di vecchiaia? Chi offrì (παρέσχεν=παρέχω aoristo 3a sing. ) agli alleati un motivo di fiducia θάρσος (neutro acc. ) quanto Agesilao, benchè fosse già al termine (τῷ στόματι) della (sua) vita? Gli amici, quale giovane rimpiansero (ἐπόθησαν aor. 3a pl di ποθέω) quanto Agesilao (nonostante fosse) morto vecchio?
(By Vogue)
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Τον δε Αντινουν τον μνηστηρων αρχοντα προσεφη ο δολερος Λαερτιαδης·... ερριπτε ιες τον πτωχον ιν'αυτον πλησσοι.
L’ingannevole Laertite parlò ad Antinoo il capo dei Proci: ”Allora il tuo carattere non è uguale all’aspetto; non daresti neppure un granello di sale volontariamente ad un mendicante, poiché, insieme agli altri Proci essendo abitante nella casa di un altro padrone, mettesti turpi mani sul pane e la carne che stai facendo cuocere sul fuoco, e il vino che mesci con l’acqua bevi nelle coppe, non come un infame ladro vergognoso”. Così disse il Laertite parlando in assemblea come un retore esperto, ma Antinoo si adirava molto l’animo e, afferrando uno sgabello con le mani e gridando scagliava verso il mendicante per colpirlo. (By Stuurm)
Ulteriore proposta di traduzione
L’ingannevole Laerziade diceva ad Antinoo capo dei pretendenti: “Il tuo modo di agire non è così uguale al comportamento: neanche (del) sale (ἅλς, ἁλός) daresti volontariamente a un mendicante, pur essendo tu con tutti i pretendenti ospite nella casa di un altro padrone; tu metti le turpi mani sui cibi e, facendo cuocere le carni (κρέας - κρέατος) sul fuoco e mescendo vino con acqua nelle coppe, bevi, neanche vergognandoti come un perfido ladro. ” Così disse il Laerziade parlando davanti a tutti nell’assemblea (pubblicamente), ma Antinoo assai si adirava nell’animo e, prendendo uno sgabello con le mani e lanciando un urlo, lo scagliava contro il mendicante con l’intenzione di colpirlo (perché voleva colpirlo). (by Gepppetto)
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Il cavallo e lo stalliere verso greco
traduzione libro Poreia
κριθην την ιππου ο ιπποκομοϛ κλεπτων και πολων τον ιππον ετριβεν και εκτενιζεν πασσαν ημεῥαν. εφε δε ο ιπποϛ Fine: ο λογοϛ δηλοι οτι οι πλεονεκται τοιϛ πιθανοιϛ λογοιϛ και ταιϛ κολακειαιϛ δεξιουμενοι τουϛ πηνεταϛ και δελεαζοντεϛ αποστερουσιν αυτουϛ (τούϛ πενηταϛ) και τηϛ αναγκαιαϛ χρειαϛ ενιοτε δε απλεστιᾳ τυφλουμενοι συλλαμβανονται και ζημιουνται.
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Intanto leggi quella da altro libro ti può aiutare
Uno stalliere lisciava e strigliava tutto il giorno il cavallo e poi gli rubuva l'orzo per venderlo. Il cavallo gli disse al padrone" Se vuoi vedermi bello davvero non vendere l'ordo si cui devo nutrimi. " La favola dimostra che gli uomini avidi con i loro allettanti discorsi e con le lusinge abbindolano i poveri e li privano persino del necessario.
oppure da altro libro
Un soldato, finché c’era la guerra, nutriva abbondantemente il (suo) cavallo con orzo e foraggio, poiché aveva lo stesso (il cavallo) come compagno nei pericoli della guerra. Ma quando la guerra cessava e la pace arrivava di nuovo nella regione, il padrone si serviva del cavallo nelle fatiche agricole e per carichi pesanti, dandogli come cibo solamente della paglia. Ma quando invece il trombettiere incitava gli abitanti della regione alla guerra, il padrone di nuovo prendeva le armi, metteva il morso al cavallo e lo montava. Ma durante il viaggio il cavallo cadeva giù continuamente, poiché non aveva la forza e infine diceva al padrone : “ Ora vai con gli opliti che vanno a piedi; tu infatti da cavallo mi hai trasformato in asino e invece come pretendi ora di avere da un asino un cavallo?” Nel momento di sicurezza non bisogna scordare i tempi sfavorevoli
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LA SAGA DI ERACLE: L'UCCISIONE DEL LEONE NEMEO
VERSIONE DI GRECO
TRADUZIONE dal libro Poreia
TRADUZIONE
Eracle arrivato a Delfi, chiese al dio dove avrebbe dovuto dimorare. La Pizia lo chiamò Eracle allora per la prima volta: invece in precedenza veniva chiamato Alcìde. Gli rispose di stabilirsi a Tirinto, ponendosi al servizio di Euristeo per dodici anni, e di compiere le dodici fatiche che gli sarebbero state imposte, e disse che così, dopo aver portato a termine le fatiche, sarebbe diventato immortale. Udito ciò, Eracle andò a Tirinto e compiva quanto gli veniva imposto da Euristeo. Per prima cosa dunque gli comandò di portargli la pelle del leone Nemeo: questo era una belva invulnerabile, generata da Tifone. Giunto a Nemea e messosi in caccia dal leone, dapprima scagliò una freccia; ma quando s'accorse che era invulnerabile, afferata la clava, cominciò ad inseguirlo. Poiché quello si era rifugiato nella sua grotta a due uscite, sbarrò un'uscita ed attraverso l'altra giunse fino alla belva e, dopo avergli circondato il collo con una mano, continuò a stringere fino a soffocarlo, e, caricatolo sulle spalle, portò il leone a Micene.
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DOTI UMANE DI CIRO BAMBINO
VERSIONE DI GRECO di Senofonte
TRADUZIONE
Fino ai dodici anni o poco più Ciro ricevette l’educazione di cui s’è detto: si rivelava superiore a tutti i coetanei sia per la rapidità nell’apprendere ciò che doveva sia per la per la rettitudine e il coraggio in ogni comportamento. Fu proprio allora che Astiage fece venire a corte sua figlia e il figlio di lei: desiderava vederlo dopo aver sentito dire che era un ragazzo esemplare. Dunque Mandane si recò dal padre col figlio Ciro. E Ciro, non appena fu arrivato ed ebbe saputo che Astiage era il padre di sua madre, subito, da fanciullo espansivo qual era per natura, si profuse col nonno in baci e abbracci come se fosse stato allevato da tempo al suo fianco e si fosse da tempo affezionato a lui, e vedendolo truccato con gli occhi sottolineati, il belletto sulle guance e le chiome posticce, come era costume fra i Medi (presso i quali sono ancora in uso anche la tunica purpurea, il kandys, le collane, i braccialetti, mentre i Persiani nel loro paese ancor oggi indossano vestiti molto più ordinari e hanno uno stile di vita assai più semplice), osservando dunque l’abbigliamento del nonno esclamò: "Mamma, com’è bello il nonno!". E avendogli chiesto Mandane se gli sembrasse più bello il nonno o il babbo, Ciro rispose: "Mio padre, mamma, è davvero il più bello dei Persiani, ma fra tutti i Medi che ho visto per le strade e a corte il più bello è di gran lunga il mio nonno".