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Le rane, abituate a girare liberamente nei loro stagni, con gran chiasso domandarono a Giove un re che con la forza reprimesse la maniera sregolata di vivere. Il padre degli dei rise e diede loro un piccolo travicello che, appena gettato, atterrì con il suo tonfo e con il movimento improvviso dell'acqua la pavida genia. Le rane rimasero immerse nel pantano per un bel po' di tempo; quand'ecco che una, senza fare rumore, tira su la testa dallo stagno e dopo avere esaminato il re, chiama fuori tutte le altre. Quelle, lasciato ogni timore, a gara si precipitano nuotando e in massa, sfacciatamente, saltano sopra il pezzo di legno. Dopo averlo insozzato con ogni tipo di oltraggio, inviarono un'ambasceria a Giove per avere un altro re, perché quello che era stato dato era una nullità. Allora Giove mandò loro un serpente che con i suoi denti aguzzi cominciò ad afferrarle a una a una. Incapaci di difendersi, le rane cercano invano di sfuggire alla morte; la paura toglie loro la voce. Infine, di nascosto, affidano a Mercurio l'incarico di pregare Giove che le soccorra nella calamità. Ma il dio risponde: «Poiché non avete voluto sopportare il vostro bene, rassegnatevi a sopportare questo male».
Le rane chiedono un re libro COTIDIE LEGERE
Ranae mores paludis incolarum vi coercere cupiebant, ideoque magnos clamores usque ad sidera ...
Le rane desideravano contenere con la forza, i costumi degli abitanti della palude,e pertanto innalzarono grandi urla sino alle stelle e chiesero tramite i messaggeri, un re a Giove. Il re degli dei e degli uomini sorrise, e calò una nave nello stagno. La timorosa colonia assai atterrita dal fragore e dall'agitazione delle acque,cercò un riparo negli abissi della palude. Ma quando constatarono l'immobilità della nave nel fango, le rane tacitamente alzarono il capo dallo stagno:scrutarono cautamente il primo re (venuto)da lontano; in seguito misero da parte il timore,nuotarono verso (di lui)a gara, (gli)saltarono su con aggressività e (lo) disonorarono con oltraggi e bassezze. Alla fine,giudicarono il re,un inetto, poiché inviarono di nuovo dei messaggeri a Giove e chiesero un altro re. Allora Giove,assai irato,colò nello stagno un serpente. Le rane atterrite fuggirono inutilmente: infatti, afferrate una ad una, dal doloroso dente, persero la vita miseramente.
Le rane chiedono un re latino a scuola latino a casa
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Anassimene salva Lampsaco dalla distruzione
Versione di latino di N. P.
LIBRO "Studium" pag. 184 n°293
valerius maximus, clarissimus illustrium virorum factorum scriptor, narrat alexandrum, macedonum regem, olim servavisse urbem lampsacum, quam delere statuerat, propter anaximenis philosophi vaframentum. nam cum anaximenes lampsaci esset, quo complures iuvenes a tota graecia convenerant ut ab eo instituerentur, cognovit alexandrum regem cum ingenti exercitu ad urbem appropinquare, ut eam dirueret. tum philosophus, qui paucis annis antea regis praeceptor fuerat, obviam processit ut verbis precibusque eum ad misericordiam moveret. sed alexander, ut anaximenem extra moenia procedentem vidit, putavit philosophum urbis salutem a se petiturum esse, quapropter, cum ad conspectum pervenisset, dixit: "ego tibi semper gratus ero, praeclare magister, quia multa et utilia praecepta a te didici, sed tamen, quamvis ad me venias rogans ut urbi parcam, iuro me prorsus non facturum esse quod a me petiturus es". tunc anaximenes prompte respondit: "ego quidem venio ad te petiturus ut urbem lampsacum ilico et funditus evertas". tantam ingenii aciem valde miratus est alexander qui, ne ius iurandum violaret, consilium diripiendi urbem deposuit.
Valerio Massimo, il più famoso scrittore di aneddoti di uomini illustri, narra che Alessandro, il re dei Macedoni, una volta salvò la città di Lampsaco, che aveva deciso di distruggere, a causa dell'astuzia del filosofo Anassimene. Infatti essendo Anassimene a Lampsaco, in cui si erano riuniti molti giovani da tutta la Grecia, affinché fossero educati da lui, venne a sapere che il re Alessandro si avvicinava alla città con un grande esercito, per distruggerla. Allora il filosofo, che pochi anni prima era stato il maestro del re, gli andò incontro, affinché questo fosse mosso a misericordia con parole e preghiere. Ma Alessandro, quando vide che quello avanzava fuori le mura, pensò che il filosofo gli avrebbe chiesto la salvezza della città, perciò essendo arrivato al suo cospetto disse: "io certamente ti sarò sempre grato, illustre maestro, poiché moltissimi e utili insegnamenti imparai da te, ma tuttavia, sebbene tu venga da me a chiedere che risparmi la città, giuro che non farò assolutamente ciò che stai per chiedermi". Allora Anassimene rispose prontamente: "io certamente sono venuto a te per chiederti di distruggere la città di Lampsaco subito e completamente". Alessandro si stupì molto di una così grande perspicacia di ingegno, che per non violare il giuramento abbandonò la decisione di saccheggiare la città.
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Colui il quale desidera la ricompensa del merito dai disonesti, sbaglia due volte: primo perché aiuta i non meritevoli; poi perché non può più ritirarsi senza danno. Essendosi fermato un osso ingoiato nella gola di un lupo, quello vinto dal dolore cominciò a sedurre ognuno con una ricompensa, affinché estraessero quel male. Infine fu persuasa con un giuramento in gru, che affidando la lunghezza del collo alla gola, fece una pericolosa operazione al lupo. Ma dopo chiedendo con insistenza il premio stabilito disse:”sei ingrata, infatti avendo portato via la testa sana e salva dalla mia bocca, ora chiedi anche la ricompensa?”Chi gode ad essere lodato con parole ingannevoli viene per lo più punito con un vergognoso pentimento.Desiderando un corvo mangiare del formaggio rubato da una finestra, sedendo su un alto albero, una volpe lo vide, poi così comincio a parlare:” o corvo quale è la lucentezza delle tue piume! Quanta bellezza porti nel corpo e nel volto! Se tu avessi la voce nessun uccello sarebbe superiore!”Ma quello stolto, desiderando mostrare la voce, lasciò cadere dalla bocca il formaggio che la volpe astuta afferrò velocemente con i denti insaziabili. Allora soltanto lo stupore del corvo ingannato emise un gemito. Infatti l’intelligenza vale moltissimo e la saggezza prevale sempre sulla forza.
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Serenità di catone al pensiero della morte.
Versione di latino di metti autore
LIBRO Studium bis pag. 212 n°339 studium bis
e libro lingua mater Lingua Marter 2. Pagina 62 numero 24
la traduzione è completa di analisi
Testo latino
Non lubet mihi deplorare vitam, quod multi et docti saepe fecerunt, neque me vixisse paenitet, quoniam ita vixi, ut non frustra me natum existimem, et ex vita ita discedo tamquam ex hospitio, non tamquam domo. Commorandi enim natura devorsorium nobis, non habitandi dedit. O praeclarum diem, cum in illud divinum animorum concilium coetumque proficiscar cumque ex hac turba et conluvione discedam! Proficiscar enim non ad eos solum viros, de quibus ante dixi, verum etiam ad Catonem meum, quo nemo vir melior natus est, nemo pietate praestantior; cuius a me corpus est crematum -quod contra decuit ab illo meum-, animus vero, non me deserens sed respectans, in ea profecto loca discessit, quo mihi ipsi cernebat esse veniendum. Quem ego meum casum fortiter ferre visus sum, non quo aequo animo ferrem, sed me ipse consolabar, existimans non longinquum inter nos digressum et discessum fore.
Traduzione
Non mi piace deplorare la vita, come hanno fatto spesso molti, persino saggi, e non mi pento di aver vissuto perché ho vissuto in modo tale che credo di non essere nato invano. E lascio la vita come un albergo, non come una casa: la natura, infatti, ha messo a nostra disposizione un alloggio per farvi una sosta, non per abitarvi. O splendido il giorno in cui partirò per quel divino consesso di anime e taglierò i ponti con questa immonda confusione! Me ne andrò non solo per unirmi a quegli uomini, di cui ho parlato prima, ma soprattutto al mio Catone, del quale non è mai nato uomo migliore o superiore per amore filiale. Ho cremato il suo corpo, quando lui avrebbe dovuto cremare il mio, ma la sua anima non mi ha abbandonato: volgendosi a guardarmi, se ne andava in quel mondo che, come sapeva, avrei raggiunto anch'io. Se vi è parso che sopportassi con coraggio questa mia disgrazia, sappiate che in me non c'era indifferenza, ma intimamente mi consolavo al pensiero che il nostro distacco e la nostra separazione non sarebbero durati a lungo
Analisi della versione
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L’origine dell’arco del cielo
Versione di latino
LIBRO Studium