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Illud in his rebus vereor, ne forte rearis
impia te rationis inire elementa viamque
indugredi sceleris. quod contra saepius illa
religio peperit scelerosa atque impia facta.
Aulide quo pacto Triviai virginis aram
Iphianassai turparunt sanguine foede
ductores Danaum delecti, prima virorum.
cui simul infula virgineos circum data comptus
ex utraque pari malarum parte profusast,
et maestum simul ante aras adstare parentem
sensit et hunc propter ferrum celare ministros
aspectuque suo lacrimas effundere civis,
muta metu terram genibus summissa petebat.
nec miserae prodesse in tali tempore quibat,
quod patrio princeps donarat nomine regem;
nam sublata virum manibus tremibundaque ad aras
deductast, non ut sollemni more sacrorum
perfecto posset claro comitari Hymenaeo,
sed casta inceste nubendi tempore in ipso
hostia concideret mactatu maesta parentis,
exitus ut classi felix faustusque daretur.
tantum religio potuit suadere malorum.
Illud: pronome dimostrativo neutro accusativo singolare.
vereor: verbo coniugato alla prima persona singolare, indicativo presente, verbo deponente.
ne: congiunzione subordinativa con valore di negazione o impedimento, introduce una proposizione finale.
forte: avverbio
rearis: verbo coniugato alla seconda persona singolare, congiuntivo presente del verbo deponte "reor,"
impia: aggettivo attributivo neutro accusativo plurale.
te: pronome personale
rationis: genitivo singolare di "ratio,"
inire: infinito presente attivo di "ineo"
elementa: accusativo plurale del sostantivo "elementum,"
viamque: accusativo singolare di "via,"
indugredi: infinito presente del verbo deponente "indugredior,"
sceleris: genitivo singolare di "scelus,"
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Opus quo Lucretius Epicuri doctrinam illustravit, e sex libris de rerum natura constat. Lucretius totam poetici operis sui materiam ita composuit, ut primis duobus libris de atomis earumque motu, duobus insequentibus de homine eiusque animo mortali, ultimis vero duobus dē mundo üniverso deque deis ageret.
L'opera in cui Lucrezio illustrò la dottrina di Epicuro è formata dai sei libri "de rerum natura" (intorno alle cose della natura). Lucrezio compose tutta la materia della sua opera poetica nei primi due libri sugli atomi e sul loro movimento, nei successivi altri due sull'uomo e sulla sua anima mortale, negli ultimi due infine sul mondo universale e su quello che è gestito dagli dei.
(By Geppetto)
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Animus ipse ex atomis constatergo; cum corpuscula illa prima dissolvuntur, animus quoque, qui ex illis est factus, dissolvitur. Mors est haec atomorum dissolutio. Cum igitur nos sumus, mors non est; cum vero mors adest, nos non iam sumus. Non est ergo mors timenda, quia, cum aderit, nihil sentiemus. Animi tranquillitas numquam turbata erit, sī, timore mortis atque deorum ablato, perpetua fruemur voluptate. Sunt tamen tria voluptatis genera: voluptates naturales et necessariae (sicut comesse, bibere, dormire); voluptates naturales, non vero necessariae (sicut uxorem ducere, liberos gignere et alere); voluptetes neque naturales neque necessariae (sicut petere gloriam et honores). Sapiens ex his tribus generibus primum tantum exercebit, cetera despiciet; immo secedet quantum poterit ab hominum societate, neque ad rem publicam accedet, sed fere occultus vivet. (Dal De Rerum Natura)
L'anima stessa è formata da atomi; dunque, quando per primi gli atomi si dissolvono, l'anima stessa, che da essi è formata, si dissolve. La morte è questa dissoluzione degli atomi. Pertanto se (quando) noi viviamo, non c'è morte; in verità quando sopraggiunge la morte, noi già non viviamo più. Di conseguenza la morte non è da temere perché, quando giunge, non sentiremo nulla. la tranquillità dell'anima non sarà assolutamente turbata se, per timore della morte e perdita (aufĕro, aufers, abstŭli, ablātum, auferre) degli dei, godremo sempre di un eterno piacere. Dunque ci sono tre generi di piaceri: i piaceri naturali e necessari (quali mangiare, bere e dormire); piaceri naturali in verità non necessari (quali prendere moglie, generare e allevare i figli); piaceri né naturali né necessari (quali ambire alla gloria e agli onori). Il sapiente in un primo tempo vagherà (exercĕo, es, ercŭi, ercĭtum, ēre) molto tra questi tre generi, in seguito li disprezzerà; anzi, per quanto potrà, di più si allontanerà dal rapporto con gli uomini e non ambirà alla cosa pubblica, ma vivrà quasi nascosto.
(By Geppetto)
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Suave est, ventis turbantibus aequora maris, e terra spectare magnum laborem alterius, non quia sit iucunda voluptas videre quemquam vexari, sed quia suave est cemere quibus malis nos ipsi careamus. Suave est etiam tueri magna certa mina (scontri) belli sine nostra parte periculi; sed nihil dulcius est quam tenere tempia serena sapientum, bene munita doctrina, unde possis despicere (guardare dall'alto) alios passim errare, quaerere viam vitae, certare ingenio, contendere nobilitate, noctes ac dies niti praestanti labore ut emergant ad summas opes (potenza). O miseras hominum mentes, o pectora caeca! In qualibus tenebris et quantis periculis degitur hoc breve vitae spatium! Nonne videmus nihil aliud sibi naturam quaerere nisi ut (che) dolor absit seiunctus corpore et mens fruatur vita iucunda et semota ab omni cura et metu?
È dolce, mentre nel grande mare i venti sconvolgono le acque, guardare dalla terra la grande fatica di un altro; non perché il tormento di qualcuno sia un giocondo piacere, ma perché è dolce vedere da quali mali tu stesso sia immune. Dolce è anche contemplare grandi contese di guerra apprestate nei campi senza che tu partecipi al pericolo. Ma nulla è più piacevole che star saldo sulle serene regioni elevate, ben fortificate dalla dottrina dei sapienti, donde tu possa volgere lo sguardo laggiù, verso gli altri, e vederli errare qua e là e cercare, andando alla ventura, la via della vita, gareggiare d'ingegno, rivaleggiare di nobiltà, adoprarsi notte e giorno con soverchiante fatica per assurgere a somma ricchezza e impadronirsi del potere. O misere menti degli uomini, o petti ciechi! In che tenebre di vita e tra quanto grandi pericoli si consuma questa esistenza, quale che sia! E come non vedere che nient'altro la natura latrando reclama, se non che il dolore sia rimosso e sia assente dal corpo, e nella mente essa goda di un senso giocondo, libera da affanno e timore?
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parole iniziali Lucretius poeta, doctrinam Epicuri secutus, ait homines forte ignis usum cognovisse...
parole finali ...condere urbes et praesidium in eis sibi locare.
Il poeta Lucrezio, seguita la dottrina di Epicuro, dice che gli uomini hanno conosciuto l'uso del fuoco per caso, vagando stoltamente come bestie, nelle foreste e nei boschi. Scrive infatti che, essendo precipitato per la prima volta un fulmine sulla terra dei mortali, da ciò tutto l'ardore delle fiamme si disperse per tutto il mondo. Infatti vediamo bruciare molte cose che sono state colpite dal fulmine. Allo stesso modo, quando un albero ramoso, battuto dai venti, vacilla e fluttua, se per caso si getta sui rami di un albero vicino, si sprigiona il fuoco, cavato fuori dal possente attrito, e il fervido ardore prorompe mentre i rami e i tronchi si sfregano tra loro. E l'una e l'altra di queste cause può aver dato ai mortali il fuoco. Poi il sole insegnò agli uomini a cuocere il cibo e ad ammollirlo con il vapore della fiamma poiché vedevano molte cose maturare, vinte dalle sferzate e dal calore dei raggi del sole. In seguito quelli che, tra i mortali, emergevano per ingegno ed intelligenza, venivano onorati dagli altri e insegnavano a cambiare il cibo e la vita anteriore con nuove scoperte e con il fuoco. Allora cominciarono a fondare città e rocche nelle quali collocarsi.