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Cn.Piso fuit vir pravus, cui rigor placebat. Is iratus ad supplicium duci iusserat eum qui ex commeatu... Ingenti concursu commilitones deducuntur, complexi alter alterum, cum magno gaudio castrorum.
Gneo Pisone fu un uomo cattivo, al quale era gradita l'inflessibilità invece della fermezza. Questo, essendo in preda all'ira aveva comandato che fosse condotto a morte un tale che era tornato da una licenza senza il commilitone - quasi che avesse ucciso colui che non era in grado di presentare. Al soldato che chiedeva un po'di tempo per cercare il commilitone non lo concesse. Il condannato fu condotto fuori del recinto e ormai porgeva il collo, quando, all'improvviso, apparve quel commilitone che pareva fosse stato assassinato. Allora al centurione, responsabile dell'esecuzione, parve opportuno portare il soldato condannato da Pisone, poiché la buon sorte aveva restituito l'innocenza al soldato. I commilitoni vengono condotti, mentre s'abbracciano l'un l'altro tra l'esultanza dell'accampamento, in un grande assembramento.
Versione tratta da Seneca
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Conscendit tribunal furens Piso ac iubet ad supplicium duci utrumque,... Excogitavit igitur Piso quemadmodum tria crimina faceret, quia nullum invenerat.
Furente Pisone, sale al tribunale ed comanda che entrambi siano giustiziati, tanto il soldato che non aveva ucciso, quanto quello che non era morto. Che cosa potrebbe sembrare più indegno? Perché uno si era dimostrato innocente, ne morivano due. Pisone aggiunse anche il terzo. Ordinò infatti addirittura l'esecuzione del centurione che aveva portato indietro il condannato. Oh, quanto è avveduta l'iracondia, nell'inventare cause di furore! "Ordino" disse Pisone "che tu sia giustiziato, perché sei stato condannato; tu, perché sei stato la causa della condanna del tuo compagno; tu, perché, ricevuto l'ordine di uccidere, non hai ubbidito al comandante supremo". Trovò il modo di commettere tre delitti, perché non ne aveva appurato nessuno.
Versione tratta da Seneca
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Il topo di Campagna e il topo di città I e II versione latino da Orazio traduzione libro juventas
PARTE I
Olim mus rusticus in paupere suo cavo urbanum murem veterem hospietem accepit. Rusticus magna cum libertate ciceres avenam siccos uva et acinos ...
PARTE II
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Ad pingendum, ad fingendum, ad scalpendum, ad nervorum eliciendos sonos ac tibiarum apta est manus admovendis digitis. Atque haes ad oblectationem, alia autem ad necessitatem pertinent. Inventa (neutro sostantivato) adhibendo, omnia vitae commoda consecuti sumus: urbes, muros, domicilia, delubra habemus ita ut salvi esse possimus. Praeterea manibus etiam utimur ad inveniendam cibi varietatem et copiam. Nam et agri multa praebent, quae nos manu quaerimus vel statim consumenda vel condenda (conservare) ut postea consumantur. Etiam bestiis vescimur et terrenis et aquatilibus et volantibus, partim iis capiendis, partim iis alendis. Nos e terrae cavernis ferrum elicimus necessarium ad colendos agros; nos arborum omnem materiam nobis paramus, qua utimur partim ad calefaciendum corpus igne, partim ad coquendum cibum, partim ad aedificanda aedificia.
La mano, con il movimento delle dita, è adatta a dipingere, a modellare, a scolpire, a tirare fuori suoni dalle corde e dai flauti. E queste cose servono per il diletto (sottinteso: dell'uomo), altre, invece, per la necessità. Utilizzando le invenzioni, abbiamo ottenuto tutte le comodità della vita: così abbiamo gli edifici, le mura, le case, i templi per vivere al riparo. Inoltre utilizziamo le mani anche per procurar(ci) la varietà e l'abbondanza del cibo. Infatti anche i campi ci forniscono molte cose che noi ci procuriamo con le mani o ovendole consumare subito o dovendole conservare perché siano consumate in seguito. i nutriamo anche di animali, sia terrestri che acquatici che volatili, parte catturandoli, parte allevandoli. Noi traiamo dalle profondità della terra il ferro che è necessario per coltivare i campi; noi ci procuriamo ogni materiale dagli alberi, che in parte utilizziamo per riscaldare il corpo con il fuoco, parte per cuocere il cibo, parte per costruire gli edifici.
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Cum in ludis poetae scripta sua recitant, cunctus populus magna voce admirationem suam significat. Reliqui iudices pro voluntate populi scriptoribus praemia tribuunt. Aristophanes autem eorum iudicio obest et primum renuntiat poetam qui minime populo placuerat: «Is unus – inquit – est vere poeta; reliqui autem aliena carmina recitaverunt». Omnes obstupescunt atque magno cum clamore eius sententiam improbant, rex quoque de Aristophanis auctoritate dubitat. Tum Aristophanes, cuius memoria excellens erat, infinita volumina illuc educit, veterum scriptorum carmina recitat et certis argumentis litterarum furta probat. Itaque rex cum ignominia falsos poetas dimittit, Aristophanem vero amplis muneribus ornat et supra bybliothecam eum constituit
Quando durante giochi i poeti recitano i loro scritti, tutto il popolo manifesta la propria ammirazione con grande voce. I rimanenti giudici attribuiscono i premi agli scrittori secondo la volontà del popolo. Invece Aristofane contesta il loro giudizio e per primo proclama un poeta che al popolo non era piaciuto minimamente: "Solamente costui" afferma "è un poeta autentico; gli altri recitano poesie di altri". Tutti si meravigliano e con grande clamore disapprovano la sua sentenza. Anche il re dubita dell'autorevolezza di Aristofane. Allora Aristofane, del quale era eccellente la memoria, afferra gli infiniti volumi e recita i carmi di scrittori antichi e comprova con argomenti certi i furti degli scritti. Pertano il re, congeda con infamia i poeti falsi, ricopre però Aristofane di grandi lodi e lo nomina a capo della biblioteca.