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Antiqui scriptores matrem Scipionis diu sterilem existimatam esse tradunt atque virum quoque, cum quo nupta erat, liberos desperavisse. Postea in cubiculo atque in lecto mulieris, cum absente marito cubans sola condormivisset, repente apparuit iuxta eam cubans ingens anguis: is postea inveniri non potuit omnibus territis et clamantibus. Id ipse maritus haruspicibus narravit. Quos tradunt, sacrificio facto, respondisse: "Tibi liberi gigneretur!". Neque multis diebus postquam ille anguis in lecto visus est, mulier concepti fetus signa sensit; exinde mense decimo peperit illum Africanum qui Hannibalem et Carthaginienses in Africa bello Poenico secundo victurus esset.
Gli antichi scrittori narrano che la madre di Scipione fu ritenuta a lungo sterile e che anche l'uomo, con il quale era sposata, aveva perso ogni speranza s(sull'avere) figli. Poi nella stanza e nel letto della donna, quando lei dormiva da sola durante l'assenza del marito, apparve improvvisamente vicino a lei un grande serpente: quello dopo non potè essere ritrovato perché tutti erano terrorizzati e urlanti. Il marito stesso riferì il fatto agli indovini. Narrano che quelli, dopo aver compiuto il sacrificio, risposero: "ti saranno generati dei figli!". E non molti giorni dopo che quel serpente fu visto nel letto, la donna percepì i segni del feto concepito; poi partorì dopo nove mesi quel famoso Africano che avrebbe sconfitto in Africa nella seconda guerra Punica Annibale e i Cartaginesi.
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M. Tullius Cicero narrat in illo suo libro, qui De Oratore inscribitur, illud facetum Nasicae cum olim Ennio poetae respondit. Cum Nasica ad poetam Ennium venisset, ei ab ostio quaerenti, ancilla Ennium dominum domi non esse dixit. Nasica autem sensit illam domini iussu id dixisse et illum intus esse. Paucis post diebus, cum ad Nasicam venisset Ennius et eum ad ianuam quaereret, exclamavit ipse Nasica se domi non esse. Tum Ennius: "Quid? Ego non cognosco vocem tuam?" Huic Nasica: "Homo es impudens: ego cum te quaererem ancillae tuae credidi te domi non esse. tu mihi non credis ipsi?"
Marco Tullio Cicerone narra in quel suo famoso libro, intitolato De Oratore, quel fatto spiritoso di Nasica quando una volta rispose al poeta Ennio. Quando una volta Nasica era andato dal poeta, la serva disse a lui che chiedeva che il padrone Ennio non era in casa. Nasica invece capì che quella aveva detto ciò per ordine del padrone e che lui era all'interno -della casa-. Dopo pochi giorni, quando Ennio era andato da Nasica e chiedeva di lui sulla porta, Nasica stesso esclamò che lui non era in casa. Allora Ennio -disse-: "E che? Io non conosco la tua voce?" Nasica -disse- a quello: "Sei un uomo impudente: io chiedendo di te alla tua serva ho creduto che tu non fossi a casa. Tu non credi a me in persona?"
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Lacedaemonius quidam, cuius ne nomen quidem proditum est, mortem tantopere contempsit, ut, cum ad eam duceretur damnatus ab ephoris et esset voltu hilari atque laeto dixissetque ei quidam inimicus: "Contemnisne leges Lycurgi?", responderit: "Ego vero illi maximam gratiam habeo, qui me ea poena multaverit quam sine mutuatione et sine versura possem dissolvere". O virum Sparta dignum! Ut mihi quidem, qui tam magno animo fuerit, innocens damnatus esse videatur. Talis innumerabilis nostra civitas tulit. Sed quid duces et principes nominem, cum legiones scribat Cato saepe alacris in eum locum profectas, unde redituras se non arbitrarentur? Pari animo Lacedaemonii in Thermopylis occiderunt. Quid ille semideus dux dicit? "Pergite animo forti, Lacedaemonii: hodie apud Inferos fortasse cenabimus. Fuit haec gens fortis, dum Lycurgi leges vigebant. E quibus unus, cum Perses hostis in conloquio dixisset glorians: "Solem prae iaculorum multitudine et sagittarum non videbitis", "In umbra igitur" inquit "pugnabimus". Viros commemoro; qualis tandem Lacaena, quae, cum filium in proelium misisset et interfectum audisset: "Idcirco" inquit "genueram, ut esset qui pro patria mortem non dubitaret occumbere.
Uno Spartano di cui non è stato tramandato neppure il nome, disprezzò a tal punto la morte che, mentre vi veniva condotto, condannato dagli efori, poiché aveva un volto (lett. : era di volto) sorridente e lieto e un suo nemico gli aveva detto: “Disprezzi le leggi di Licurgo?” rispose: “Anzi io ho una grandissima gratitudine verso di lui che mi ha punito con una pena tale che posso scontare senza contrarre prestiti né successive obbligazioni”. O uomo degno di Sparta! Tanto che a me in effetti sembra che sia stato condannato innocente uno che fu di animo così grande. La nostra città produsse innumerevoli (uomini) simili. Ma perché dovrei nominare condottieri e uomini importanti dal momento che Catone scrive che (intere) legioni partirono entusiaste verso quel luogo da dove pensavano che non sarebbero (più) tornate? Con pari coraggio caddero gli Spartani alle Termopili. Che cosa disse (lett. : dice) quell’eroico condottiero (= Leonida)? “Procedete con animo forte, o Spartani: oggi forse ceneremo presso gli Inferi”. Questa fu gente forte, finchè furono (lett. : erano) in vigore le leggi di Licurgo. Uno di loro, avendogli detto un nemico persiano in un colloquio vantandosi: “Non vedrete il sole per la gran quantità di giavellotti e di frecce”, disse: “Combatteremo dunque all’ombra”. Ricordo gli uomini; ma che donna fu, di grazia, quella spartana che, avendo mandato il figlio in battaglia e avendo sentito dire che era stato ucciso, disse: “Proprio per questo l’avevo generato, perché fosse tale da non esitare a morire per la patria”.