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Cum Alcibiades se regis amicitiam obtenturum esse...
Alcibiade sperando che avrebbe ottenuto l'amicizia del re, nello stesso tempo Crizia e tutti gli altri tiranni degli Ateniesi avevano mandato uomini fidati in asia presso Lisandro, ad informarlo che, se non avesse tolto di mezzo Alcibiade, non sarebbe stato ratificato nulla di quelle cose, che egli stesso aveva deciso ad Atene. Smosso da tali parole, Lisandro dichiarò tutti gli accordi con il re degli spartani. Farnabazo non tollerò Alcibiade e preferì violare la clemenza che diminuire le forze del re dei Persiani (che si diminuissero le forze del re dei Persiani. Pertanto inviò Susamitre e Bageo ad uccidere Alcibiade, mentre quello si trovava in Frigia e stava preparando la strada al re. Questi inviati di nascosto, diedero a quelli, presso cui allora si trovava Alcibiade, il compito di ucciderlo. Quelli, non volendo assalirlo con il ferro, di notte ammucchiarono del legname intorno a quella baracca in cui si riposava e la incendiarono, per uccidere con l'incendio, colui che non erano sicuri che poteva esser superato con la forza. Quello in verità, appena che fu svegliato dal crepitio della fiamma, strappò l'arma da getto da sotto l'ascella di un suo familiare. Ed infatti c'era con lui un ospite dell'Arcadia, che non aveva voluto allontanarsi. Gli ordinò di seguirlo e prese ciò che in quel momento c'era di vestiti. Gettatili nel fuoco passò l'impeto della fiamma. Appena che i Barbari videro che lui aveva evitato l'incendio, lanciati i dardi da lontano lo uccisero e restituirono la testa di costui a Farnabazo.
(By Maria D. )
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Gorgias Leontinus, Isocratis et complurium magni ingenii virorum praeceptor, sua sententia felicissimus fuit: nam cum centesimum et septimum ageret annum, interrogatus quapropter tam diu vellet in vita remanere, «Quia nihil» inquit «habeo quod senectutem meam accusem». Quid isto tractu aetatis aut longius aut beatius? Biennio minor Xenophilus Chalcidensis Pythagoricus fuit, sed felicitate non inferior, si quidem, ut ait Aristoxenus musicus, omnis humani incommodi expers in summo perfectissimae doctrinae splendore exstinctus est. Arganthonius autem Gaditanus octoginta annis patriam suam rexit, cum ad imperium quadraginta annos natus accessisset. Cuius rei certi sunt auctores. Asinius etiam Pollio, in tertio historiarum suarum libro centum illum et triginta annos explevisse commemorat.
Gorgia di Lentini, precettore di Isocrate e di parecchi uomini di grande ingegno, fu felicissimo nel suo giudizio: infatti all’età di centosei anni, interrogato sul perché volesse rimanere in vita così a lungo, rispose: «Perché non ho nulla di cui incolpare la mia vecchiaia». Cosa c’è di più lungo e felice di quest’età della vita? Senofilo di Calcide, Pitagorico, fu di due anni più giovane, ma non inferiore quanto a fortuna, se davvero, come afferma il musicista Aristosseno, morì durante il massimo splendore della dottrina più ineccepibile, libero da ogni malattia umana. Argantonio di Cadice, invece, governò la sua patria per ottant’anni, dopo essere salito al potere a quarant’anni. Di tal fatto gli storici sono certi. Anche Asinio Pollione, nel terzo libro della sua opera storica, ricorda che quello raggiunse i centotrenta anni d’età.
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Leggendaria morte di Ibico
versione latino traduzione libro LexisNova Lexis 2 pagina 77 numero 15
Il poeta Ibico, avendo marciato per terra e per mare e avendo dormito in alcuni luoghi, essendo ucciso in una strada da dei briganti e non avendo nessun alleato e nessun testimone del complotto, avendo visto le gru volare nel cielo, morendo urlò: " Voi, o gru, vendicate il mio omicidio". La città certamente ricercava gli uccisori, ma non li trovava; essendo compiuto il fatto in un teste e essendo visto dal popolo, le gru volavano. Ridendo gli uccisori "Guarda" disse, "le vendicatrici di Ibico". Avendo sentito uno tra gli spettatori, riferì l'informazione ai magistrati e questi, ammettendo l'omicidio, furono messi a morte.
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Post mortem viri sui Toxotii, Paula ita eum planxit ut (che) prope decede ret, et se(si) convertit ad Domini servitutem. Vidit deinde admirabiles viros Christique pontifices; virtus eorum Paulam accendit: per momenta patriam desere re cogitabat. Non domus, non liberorum, non possessionum memor, sola gestiebat pergere re ad heremum. Tandem descendit ad portum cum fratre, cognatis, affinibus, liberis. Filius parvulus supplices manus tendebat, filia fletibus obscrabat; mater tamen superabat pietatem in filios caritate in Deum, ut esset ancilla Christi. Cum dolore pugnabat, cunctis admirabilior quia maternum amorem vincebat. Navem denique conscendit tenebatque oculos aversos, ne filios magno cum tormento videret. Ante profectionem cuncta bona filiis donaverat: exheredavite se(si) in terra ut hereditatem in caelo.
Dopo la morte di suo marito Toxoto, Paola lo pianse a tal punto che per poco non morì e si convertì al servizio del Signore: Quindi vide ammirevoli uomini e pontefici consacrati a Cristo; la loro virtù accese d'entusiasmo Paola: di momento in momento pensava di lasciare la patria. Immemore della casa, dei figli e dei possedimenti, voleva solo proseguire verso l'eremo. Alla fine scese al porto, con il fratello, i figli, i cognati e gli amici. Il figlio piccolo tese supplichevole la mano, la figlia la scongiurò col pianto, la madre tuttavia vinse la pietà verso i figli con l'amore per Dio, per essere la serva di Cristo. Combattè contro il dolore più ammirevole per tutti perché vinceva l'amore materno. Alla fine si imbarcò sulla nave e tenne gli occhi rivolti altrove per non vedere i figli con grande tormento. Prima della partenza lasciò ai figli tutte le ricchezze: si diseredò in terra, per avere l'eredità in cielo.
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Agamemnon, Atrei filii, Graecorum duces Troiam ducebat ad oppidi obsidionem et in insulam Ithacam ad Ulixem pervenerunt. Oraculum Ulixi responderat, si Troiam isset, eum post vicesimum anmum solum pauperemque domum remeaturum esse. Is autem sciebat ad se Graeciae oratores venturus esse: itaque, insaniam simulans, equum ad aratrum cum bove iunxit et agrum suum arabat. At Palamedes sensit eum simulare: Telemachum igitur filium aius, cunis sublatum, aratro subiecit. Tunc Ulixes constitit et eius fraus detecta est : is promisit se Troiano bello interfuturum esse, at ex illo tempore semper Palamedi inimicus se ostendit.
Menelao e Agamennone, figli di Atreo, conducevano i capi dei Greci all’assedio della città e giunsero nell’isola di talca da Ulisse. Un tempo un oracolo aveva detto a Ulisse che, se fosse andato a Troia, sarebbe ritornato a casa dopo vent’anni solo e povero. Egli però sapeva che degli ambasciatori greci sarebbero venuti da lui: e così, simulando la pazzia, aggiogò un cavallo all’aratro con un bue e arava il suo campo. Ma fra i messaggeri Palamede capì che egli simulava: dunque buttò sotto l’aratro Telemaco, figlio di lui, sottratto dalla culla. Allora Ulisse si fermò e la sua frode fu scoperta: egli promise che avrebbe partecipato alla guerra contro Troia, ma da quel momento si mostrò sempre ostile a Palamede.