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Canis et gallus, cum societatem fecissent, iter simul faciebant. Sub vesperum constituerunt et locum ut quiescerent quaesiverunt; ... Itaque vulpes, gallum dolo vorare exoptans, a cane capta laniataque est.
Un cane e un gallo, avendo stretto amicizia, facevano insieme un viaggio. Sul far della sera si fermarono e cercarono un luogo per riposare; allora il gallo salì su un ramo dell'albero e il cane si stese alle radici dell'albero. All'alba il gallo, così come era suo costume cantò. Una volpe, ascoltato il canto del gallo, corse e, dopo essersi fermata sotto il ramo dell'albero disse: “Scendi, amico, perché io possa abbracciarti; infatti non ho udito nessun animale dotato di una voce tanto soave”. Il gallo, conoscendo l'astuzia della volpe, rispose: “Il mio portiere dorme vicino alle radici dell'albero; sveglialo, amica, perché ti apra la porta”. Così la volpe, desiderando divorare il gallo con l'inganno, fu catturata e sbranata dal cane.
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Mali homines, qui aliis insidias parant, semper sibi timere debent, ut monet fabella de accipitre et luscinia. Olim accipiter in altos arboris ramos advolaverat loca vicina exploraturus, et nidum lusciniae cum parvis pullis invenerat. Sed cito revertens luscinia cum esca accipitrem orabat ne pullos suos voraret. Tum improbus rapax: "Faciam quod vis, - inquit - si mihi bene cantaveris". Misera mater, metu coacta, ut filios servaret, cantabat. Accipiter vero, praedae cupidus, sponsionem rupit dicens: "Non bene modo cantavisti!"; et aviculas apprehensurus laceraturusque erat, cum repente post tergum auceps supervenit, silenter calamum levavit, accipitrem contractum visco in terram deiecit cepitaque.
Gli uomini cattivi che tendono agli altri insidie, devono sempre aver timore per se stessi, come (ci) insegna la favola del nibbio e dell'usignolo. Una volta un nibbio mentra stava volando in cerca di luoghi vicini, aveva trovato un nido con degli uccellini piccolini. Ma ritornando improvvisamente l'usignolo con il cibo pregava il nibbio di non divorare i suoi uccellini. Allora il cattivo rapace disse: " Farò come vuoi (tu), se canterai bene per me". La povera madre, spinta dalla paura, per salvare i figli, cantava. In vero il nibbio, bramoso della preda, non mantenne la scommessa dicendo: " Non hai cantato bene affatto!"; e stava per afferrare e divorare gli uccellini, quando all'improvviso alle spalle giunse un cacciatore, alzò la canna silenziosamente, e colpì l'avaro nibbio e (lo) fece cadere a terra (morto).
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versione 2 pg. 255 de IL LATINO DI BASE
inizio: STULTI UTILIA CONTEMNENTES, INUTILIA...
fine: ...CAUSA PERNICIEI MEAE FUERUNT
Gli stupidi disprezzando le cose utili e lodando (le cose) le inutili incorrono spesso nella rovina. Di questo ci avverte il poeta Fedro in una favola nota: Un tempo un cervo arrivò ad una fonte e vide la sua immagine nella chiarezza dell'acqua. Qui mentr lodava le corna ramose e disprezza val'eccessiva sottigliezza delle gambe, improvvisamente risuonarono voci di cacciatori ed il latrato dei cani in arrivo. Allora il cervo impaurito corso per la radura ricercando la salvezza nella fuga e grazie alla corsa veloce ingannò i cani e arrivò nella foresta. Ma qui i rami degli alberi trattenevano le corva del cervo e presto i cani lacerarono le sue carni con crudeli morsi. Allora il misero cervo allontanandosi dalla (sua) vita fra i gemiti affermò: " Quanto sono stato stolto! Le gambe che avevo disprezzato mi sono state utili, (mentre) le corna che invece avevo lodato sono state la causa della mia rovina. "
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Scipione Africano patris et patrui memoriam gladiatorio munere Carthagine Nova celebrante, duo regis filii, nuper patre mortuo, in harenam processerunt pollicitique sunt ibi de regno proeliaturos esse, qu spectaculum illud inlustrius pugna sua facerent. eos cum Scipio monuisset ut verbis quam ferro diiudicare mallent uter regnaret deberet, ac iam maior natu consilio eius obtemperaret, minor natu corporis viribus fretus (=confdando) in amentia perstitit initoque certamine propter pertinaciorem impietatem morte punitus est.
Mentre Scipione l'Africano celebrava, a Cartagine Nuova, il ricordo del padre e dello zio paterno (entrambi defunti) con l'allestimento di uno spettacolo di lotta tra gladiatori, i due figli del re -essendo il (loro) padre morto da poco - avanzarono nell'arena e giurarono che avrebbero lì combattuto per il regno, in modo da dare maggiore lustro, col loro combattimento, a quell'evento. Dopo che Scipioneli ebbe ammoniti a voler decidere con le parole, piuttosto che con le armi, chi dei due dovesse regnare, mentre il maggiore si mostrava già d'accordo a quella soluzione avanzata di lui, il più piccolo - confidando nella propria prestanza fisica perseverò nel folle proposito e, dato inizio al combattimento, scontò con la morte l' ostinata empietà.
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I rapporti familiari presso gli antichi romani
Autore: Valerio Massimo
Il latino di Base pagina 608 numero 13 e libro nuovo comprendere e tradurre 1 pagina 181 numero 6
Gli antichi Romani davano tanto rispetto alla discendenza e alla parentela quanto agli stessi dei immortali. Infatti tutte le volte che tra marito e moglie si verificava qualche diverbio, andavano nel tempietto della dea Viriplaca, che si trova sul monte Palatino, e ivi dicevano l'un l'altro ciò che desideravano: così deponevano il contrasto degli animi e concordi ritornavano a casa. Perciò la dea, per il fatto che placava gli uomini, aveva ricevuto questo nome. Gli antenati istituirono anche un banchetto solenne e lo chiamarono Caristia, al quale erano presenti soltanto i consanguinei e i parenti, affinchè, qualora fra i parenti fosse sorta qualche discordia, venisse cancellata a tavola e fra il buon umore degli animi.