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Ut fit in proelio, ut ignavus miles...
Come accade in battaglia, che un soldato pigro e timoroso, appena che vede il nemico, gettato lo scudo fugge più che può, e per tale ragione muore talvolta anche con il corpo integro, anche se a costui che sta fermo non accade alcuna cosa, così coloro che non possono sopportare la forma del dolore, si lasciano andare e giacciono così afflitti ed esanimi; coloro che invece rimangono saldi, si allontanano molto spesso superiori. Vi sono infatti alcune similitudini d'animo con il corpo. Come i pesi sono portati più facilmente dai corpi energici, opprimono quelli allentati, molto similmente l'animo con la sua tensione respinge ogni pressione dei pesi, con il lasciare andare invece viene incalzato così, da non potersi sollevare. E se cerchiamo il vero, nel perseguire tutti i doveri bisogna utilizzare la tensione dell'animo; questa è la sola custodia per così dire del dovere. Ma bisogna considerare questa medesima cosa soprattutto nel dolore, per non commettere qualcosa in modo abietto, timorosamente, indolentemente, servilmente o femminilmente.
(By Maria D. )
Versione tratta da CICERONE, Tusculanae 2. 54-55
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Nam si quis minorem ...nonne Theophanem Mytilenaeum, scriptorem rerum suarum, in contione militur civitate donavit?
In verità se qualcuno pensa che dai versi Greci si tragga un ricavo di gloria più piccolo che dai versi Latini, sbaglia fortemente, per il fatto che i testi Greci sono letti presso quasi tutti i popoli, i testi Latini sono racchiusi dai loro confini, assolutamente ristretti. Per questa ragione, se quelle imprese che abbiamo compiuto sono circoscritte dai territori del mondo, dobbiamo desiderare che la gloria e la fama penetrino fin nel medesimo luogo dove sono arrivati i dardi scagliati dalle nostre mani. Infatti, non solo queste cose sono importanti per quei popoli delle cui imprese si scrive, ma di sicuro questo è il più grande sprone ad affrontare pericoli e fatiche, anche per quelli che, per la gloria, lottano a rischio della vita. Quanti suoi storici dicono che quel famoso Alessandro il Grande abbia avuto con sé! E ciò nonostante, egli, dopo che si fu seduto presso il tumulo di Achille nel Sigeo, disse: " O giovane fortunato, al punto che hai trovato Omero come cantore del tuo valore"! Ed era nel giusto, se, infatti, non fosse esistita quella famosa Iliade, quel medesimo mucchio di terra che aveva ricoperto il cadavere di lui, (ne) avrebbe oscurato anche il nome.
Versione tratta da CICERONE, Pro Archia 23-24
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Il topo di Campagna e il topo di città versione latino traduzione libro IANUA
Mus rusticus ruri vivebat. Olim urbanum murem in pauperem cavum...
Un topo di campagna viveva nei campi. Un giorno accolse nella povera tana un topo di città. L'animale campagnolo mise a tavola, per l'amico, con grande generosità ceci, avena, acini d'uva, ma il topo di città, dato che era abituato a pranzi sontuosi, toccava malvolentieri con il dente superbo le piccole vivande. Allora disse all'amico campagnolo: "Perché (cur), amico, sei contento di una vita umile in un bosco accidentato? Non vuoi preferire gli uomini (homines) e una città ai boschi selvatici? Lascia la campagna, prendi la strada, amico, e vieni in città! La vita è breve per gli animali mortali/gli animali mortali hanno una vita breve; perché non vuoi vivere negli agi e nei piaceri della città?". Per le blandizie del topo di città il campagnolo uscì allegro dalla tana. I due topi percorsero insieme la strada e a notte alta entrarono nella casa di città. Ivi trovarono vesti di porpora, letti triclìnari (lectos) d'avorio, molte ed abbondanti vivande. Il topo di campagna giaceva nel triclinio, assaggiava con piacere, lieto del nuovo destino. Ma all'improvviso un grandissimo rumore delle porte gettò giù i topi dai letti. Gli animali paurosi corsero per tutta la sala; i topi mezzi morti furono terrorizzati quando la villa risuonò per i cani Molossi (per i latrati dei...). Allora il campagnolo disse: "Non voglio la tua vita: preferisco vivere nella povera tana sicura dai pericoli; nella selva la vita fu sempre e sarà tranquilla. Stammi bene".
Altre versioni con questo titolo
Il topo di campagna e il topo di città
versione LATINO e traduzione da diversi libri
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Il topo di campagna e il topo di città
versione GRECO e traduzione da diversi libri
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Nunc intellego, si iste, quo intendit, in Manliana castra pervenerit, neminem tam stultum fore, qui non videat coniurationem esse factam neminem tam improbum, qui non fateatur. Hoc autem uno interfecto intellego hanc rei publicae pestem paulisper reprimi, non in perpetuum comprimi posse. Quodsi se eiecerit secumque suos eduxerit et eodem ceteros undique collectos naufragos adgregarit, extinguetur atque delebitur non modo haec tam adulta rei publicae pestis, verum etiam stirps ac semen malorum omnium. Etenim iam diu, patres conscripti, in his periculis coniurationis insidiisque versamur, sed nescio quo pacto omnium scelerum ac veteris furoris et audaciae maturitas in nostri consulatus tempus erupit. Quodsi ex tanto latrocinio iste unus tolletur, videbimur fortasse ad breve quoddam tempus cura et metu esse relevati, periculum autem residebit et erit inclusum penitus in venis atque in visceribus rei publicae. Ut saepe homines aegri morbo gravi cum aestu febrique iactantur, si aquam gelidam biberunt, primo relevari videntur, deinde multo gravius vehementiusque adflictantur, sic hic morbus, qui est in re publica, relevatus istius poena vehementius reliquis vivis ingravescet.
Ma ora mi rendo conto che se questo (si parla di Catilina) raggiungerà l'accampamento di Manlio, dove intende dirigersi, nessuno sarà così stupido da non capire che è stata organizzata una congiura, nessuno sarà così disonesto da non ammetterlo. E se lui solo verrà ucciso, mi rendo conto che riusciremo a contenere questo flagello per un po', ma non a debellarlo per sempre. Se invece partirà, se si porterà dietro i suoi, se riunirà nella stessa località tutti gli altri disperati che ha raccolto da ogni dove, non solo verrà completamente estirpato il flagello che è tanto cresciuto nello Stato, ma pure la radice e il seme di ogni male. Da molto tempo, padri coscritti, siamo in balia dei pericoli e delle insidie della congiura, ma, non so come, il culmine di ogni scelleratezza, di antiche e folli ribellioni è stato raggiunto nel periodo del mio consolato. Se, di questa banda, soltanto lui verrà eliminato, forse per qualche tempo crederemo di esserci liberati dall'angoscia e dalla paura; ma il pericolo rimarrà, nascosto nelle vene e nelle viscere dello Stato. Come spesso i malati gravi, quando sono assaliti dalle vampate della febbre, credono di trovar ristoro bevendo acqua gelida, ma finiscono per aggravarsi, così la malattia che colpisce lo Stato sarà alleviata con la condanna di Catilina, ma si aggraverà se sarà concessa agli altri la vita.
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Ego quaestor Archimedis sepulcrum, ignoratum ab Syracusanis, cum esse omnino negarent, saeptum undique et vestitum vepribus et dumetis indagavi. Tenebam enim quosdam senariolos, ... monumentum ignoraverat, sed ab Arpinate inventum est
Mentre ero un questore, ho scovato, il sepolcro di Archimede, circondato e nascosto da ogni parte da cespugli di rovi e spine, ignorato dai Siracusani, poiché negavano che esistesse. In effetti ero in possesso dei versi senari, che sapevo per certo che fossero iscritti sulla sua tomba, i quali affermavano che sulla sommità della tomba fosse posta una sfera con un cilindro. Ma io mentre esaminavo ogni cosa con lo sguardo (in effetti, presso le porte sacre di Agrigento c'è una grande quantità di sepolcri), mi sono accorto di una piccola colonna che s'innalzava di poco dal cespuglio di rovi, sulla quale si trovava la sagoma di una sfera e di un cilindro. E io allora ho subito riferito ai Siracusani (d'altra parte erano con me i capi della città) che pensavo che fosse proprio quello che cercavo. Molte persone mandate con le falci ripulirono e resero accessibile il luogo. Quando lì fu (era stato) reso praticabile l'accesso, ci siamo avvicinati alla parte frontale del piedistallo. Si vedeva un'iscrizione quasi dimezzata, poiché la parte finale dei versetti era corrosa (essendo state corrose le parti finali dei versetti). Così una città tanto nobile della Grecia, un tempo anche molto dotta, avrebbe ignorato l'esistenza della tomba del suo cittadino più geniale (del suo unico cittadino intelligentissimo), se non fosse stata trovata un uomo di Arpino.