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Vidit ergo Deus quia bonum mare. Etsi pulchra sic species huius elementi, vel cum surgentibus albescit cumulis ac verticibus undarum et cautes nivea rorant aspergine vel cum aequore crispanti clementioribus auris et blando serenae tranquillitatis purpurescentem praefert colorem, qui eminus spectantibus frequen-ter offunditur, quando non violentis fluctibus vicina tundit litora, sed velut pacificis ambit et salutat amplexibus - quam dulcis sonus, quam incundus fragor, quam grata et consona resultano —, ego tamen non oculis aestimatum creaturae decorem arbitror, sed secundum rationem operationis iudicio operatoris convenire et congruere definitum.
Ho visto dunque Dio perché il mare è una meraviglia. (qualcosa di divino). Del resto l'aspetto di tale elemento è così bello, sia quando diviene chiaro con il sopraggiungere delle masse d'acqua e dei vortici delle onde e gli scogli sono pieni di rugiada con gli spruzzi nevosi sia quando mostra il colore purpureo sull’acqua increspata alle brezze più favorevoli ed piacevole di una limpida tranquillità che da lontano si offusca dinanzi a chi frequentemente contempla, quando colpisce con flutti non violenti i litorali vicini, ma per così dire circuisce con flutti pacifici e saluta con abbracci - che dolce suono, che piacevole fragore, che gradevole ed armonica risonanza-, tuttavia io credo che la bellezza di questa creazione non dovrebbe essere stimata con gli occhi, ma dovrebbe confacersi in base al principio dell'azione caritatevole secondo il giudizio del creatore e convergere in modo definito. (By Maria D.)
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Mandatur denique: "Trade basilicam" Respondeo: "Nec mihi fas est tradere, nec tibi accipera Imperator expedit. Domum privati nullo potes iure temerare, domum Dei existimas auferendam?" Allegatur imperatori licere omnia, ipsius esse universa. Respondeo "Noli te gravare, imperator ut putes te in ea, quae divina sunt, imperiali aliquod ius habere Noli te extollere, sed si vis diutius imperare, esto Deo subditus. Scriptum est "Quae dei Deo, quae Caesari Caesari. Ad imperatorem palatia pertinent, sed ad sacerdotem Ecclesiae. Publicorum tibi moenium ius commissun est, non sacrorum". Iterum dicitur mandasse imperatorem "Debeo et ego una basilicam habere. " Respondit "Non tibi licet illam habere. Quid tibi cum adultera? Adultera est enim, quae non est legittimo Christi coniugio copulata". Ambrogio
Si ordina(Viene ordinato) infine: "Cedi la chiesa" Io rispondo non è lecito a me il darla non conviene a te il riceverla Sire. Non hai nessun diritto di far violenza alla casa di un privato e crederai poter recare a te la casa di Dio?. Si allega che tutto è lecito all'imperatore che su tutto si stende il suo dominio Rispondo: Non ti appesantire (la coscienza), imperatore, pensando di avere un diritto imperiale su cose che sono divine; non ti esaltare, ma se desideri regnare per molti anni sottomettiti a Dio. È scritto: “Rendi a Dio quello che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare”. All'imperatore appartengo i palazzi ma le chiese (appartengono) al sacerdote. A te delle pubbliche mura è stato dato il diritto ma non quello delle cose sacre. Si dice che l'imperatore gli avesse inviato la risposta "Anche io devo avere una chiesa" Gli rispose (lett. risponde): "Non ti è lecito averla". "Che hai a che fare con un'adultera?" L'adultera infatti è colei che non è unita in legittime nozze con Cristo"
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Cum viri clarissimus praefectus urbis Symmachus ad clementiam tuam retulisset ut ara quae de urbis romae curia sublata fuerat, redderetur loco; et tu imperator licet adhuc in minoris aevi tirocinio florentibus novus annis, fidei tamen virtute veterans obsecrata gentilium non probares; eodem, quo comperi, puncto libellum obtuli: quo licet comprehenderim quae suggestioni necessaria viderentur, poposci tamen esemplum mihi relationis dari. Itaque non fidei tuae ambiguus, sed providus cautionis, et pii certus examinis, hoc sermone relationis assertioni respondeo, hoc unum petens, ut non verborum elegantiam, sed vim rerum exspectandam putes. Aurea enim, sicut Scriptura divina docet, est lingua sapientium litteratorum, quae phaleratis dotata sermonibus, et quodam splendentis eloquii velut coloris pretiosi corusco resultans, capit animorum oculos specie formosi, visuque perstringit. Sed aurum hoc, si dilingentius manu tractes, foris pretium, intus metallum est. Volve, quaeso, atque excute sectam gentilium: pretiosa et grandia sonant, veri effecta defendunt: Deum loquuntur, simulacrum adorant.
Quando mi arrivò la notizia della relazione che Simmaco l'eccellentissimo prefetto della città di Roma indirizzò alla tua clemenza, per ottenere la rierezione dell'altare che 'era stato rimosso dalla curia della sua città, e non appena ebbi sentore che tu, così giovane d'anni e pur saldo nella fede, non ritenevi fossero da accogliere le suppliche dei gentili, mi affrettai a inviarti una mia lettera, nella quale, pur già accennando agli argomenti che mi pareva di doverti prontamente suggerire, chiedevo mi si desse nondimeno una copia di quella relazione. Pertanto, non perché io tema che tu possa vacillare nella tua fede, ma solo per una previdente precauzione rispondo ora a quanto nella relazione si è venuto asserendo con queste considerazioni, che sono certo vorrai con animo benevolo prendere in esame: e, nel far ciò, ti chiedo solo di fermarti a valutare non l'eleganza della forma, ma la validità degli argomenti. Come infatti la divina Scrittura insegna "aurea è la lingua dei sapienti": essa, paludata di bei discorsi e risonante d'uno splendente eloquio, come per un lampeggiare di vividi colori, offusca la vista, abbaglia gli occhi della mente. Ma quest'oro, se lo osservi bene, ne ha solo l'apparenza, ma in realtà non è che vile metallo. Capovolgila, ti prego, e scrutala da ogni parte la dottrina dei gentili: ti accorgerai che essa afferma principi che sembrano profondi e invece sono privi di valore, parla di Dio invece non ne adora che un vuoto simulacro.
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Formicae, apes, ciconiae aliorum etiam causa quaedam faciunt. multo haec coniunctius homines. itaque natura sumus apti ad coetus, concilia, civitates. Quod nemo in summa solitudine vitam agere velit ne cum infinita quidem voluptatum abundantia, facile intellegitur nos ad coniunctionem congregationemque hominum et ad naturalem communitatem esse natos. Inpellimur autem natura, ut prodesse velimus quam plurimis in primisque docendo rationibusque prudentiae tradendis. Mundum autem censent regi numine deorum, eumque esse quasi communem urbem et civitatem hominum et deorum, et unum quemque nostrum eius mundi esse partem; ex quo illud natura consequi, ut communem utilitatem nostrae anteponamus. ut enim leges omnium salutem singulorum saluti anteponunt, sic vir bonus et sapiens et legibus parens et civilis officii non ignarus utilitati omnium plus quam unius alicuius aut suae consulit. nec magis est vituperandus proditor patriae quam communis utilitatis aut salutis desertor propter suam utilitatem aut salutem. ex quo fit, ut laudandus is sit, qui mortem oppetat pro re publica, quod deceat cariorem nobis esse patriam quam nosmet ipsos. Quoniamque illa vox inhumana et scelerata ducitur eorum, qui negant se recusare quo minus ipsis mortuis terrarum omnium deflagratio consequatur—quod vulgari quodam versu Graeco pronuntiari solet—, certe verum est etiam iis, qui aliquando futuri sint, esse propter ipsos consulendum
Le formiche, le api, le cicogne compiono certe azioni anche per altri Gli uomini fanno queste cose in modo più stretto. Perciò siamo stati resi dalla natura idonei all'unione ai vincoli della vita sociale. Poiché nessuno vuole trascorrere la vita in somma solitudine neppure con infinita abbondanza di piaceri, si capisce facilmente che noi siamo nati per un’unione e aggregazione di uomini e per una comunità naturale. Siamo poi spinti dalla natura a voler giovare al maggior numero possibile di persone sia soprattutto insegnando sia dando norme di saggezza. (gli stoici) Ritengono quindi che l'universo sia retto dalla potenza divina, e, come dire, dimora e città comune sia agli uomini che agli dèi; (ritengono che) questo nostro mondo sia solo una porzione di quell'universo. Ne deriva, per natura, che siamo portati ad anteporre l'utile comune al nostro. Come, infatti, le leggi salvaguardano prima la sicurezza della collettività che dei singoli individui, allo stesso modo l'uomo retto e saggio, rispettoso delle leggi e non ignaro del dovere di cittadino, provvede più a ciò ch'è utile alla collettività, che a ciò ch'è utile per ciascun singolo o per sé. Chi non cura l'interesse o la sicurezza della patria non è da biasimare meno del traditore della patria, perché (compie azioni, agisce) in vista del proprio egoistico utile o sicurezza. Se ne ricava chedeve esser ricoperto di lode chi si sacrifica per lo Stato, poiché è cosa buona e giusta che la patria sia per noi più cara della nostra stessa persona Benché sia in auge (ducitur) quella voce inumana e scellerata di quelli i quali negano di rifiutare che, dopo essere morti, consegua la distruzione di tutte le terre, certamente è vero che devono provvedere anche che a coloro, che un giorno verranno dopo di noi.
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Aperi pectus tuum amico, ut capias vitae tuae iucunditatem. Fidelis enim amicus medicamentum est vitae et immortalitatis gratia. Defer amico ut aequali, nec te pudeat ut praevenias amicum officio; amicitia enim nescit superbiam. Noli deserere amicum in necessitate; quonìam amicizia vitae adiumentum est. Ideo eorum onera sicut nostra portemus, sicut Apostolus nos docuit. Etenim si amici secundae res amicos adiuvant, cur non et in adversis amici rebus amicorum adiumentum suppetat? Iuvemus consilio, conferamus studia, compatiamur affectu. Si necesse est, toleremus propter amicum etiam aspera. Plerumque inimicitiae subeundae sunt propter amici innocentiam, saepe obtrectationes, si restiteris vel responderis, cum amicus arguitur et accusatur. Ne te paeniteat eiusmodi offensionis; iusti enim vox est: «Etsi mala mihi evenerint propter amicum, sustineo ». In adversis rebus enim amicus probatur; nam in prosperis amici omnes videntur. Sed ut in adversis rebus amici patientia et tolerantia necessaria est, sic in prosperis auctoritas congrua est, ut insolentiam extolentis se amici reprimat et redarguat
Apri il tuo cuore ad un amico, affinché ti prenda il piacere della tua vita. Un amico fidato, infatti, è un balsamo per l'esistenza, ed è motivo di immortalità. Tratta l'amico da tuo pari, e non vergognarti di assecondare un amico nel bisogno. L'amicizia, infatti, non conosce la superbia. Non abbandonare l'amico che si trova in difficoltà (nella necessità), perché l'amicizia è (d'aiuto nella vita) è aiuto alla vita. Perciò, portiamo (attenzione questo è un congiuntivo esortativo) i loro fardelli come se fossero i nostri, così come ci ha insegnato l'Apostolo. Del resto, se la prosperità di un amico corre in soccorso degli (altri) amici, perché la sola assistenza degli amici non dovrebbe essere bastevole, quando un amico è in disgrazia (nella disgrazia (adversis rebus) di un amico)? Portiamo(all'amico) beneficio con (un buon) consiglio, diamoci da fare (per lui), diamo(gli) sollievo col (nostro) affetto (tutti congiuntivi esortativi). Se necessario, sopportiamo anche cose sgradevoli, per un amico. (Accade) spesso (che) si debba andare incontro ad inimicizie, per (sostenere) l'innocenza di un amico; o a maltrattamenti, se - nel caso che il (tuo) amico sia accusato d'un crimine - ti sarai opposto o avrai risposto (per lui). Non provare dispiacere di un simile maltrattamento; dice infatti il giusto: "Anche se, a causa di un amico, mi verrà fatto qualcosa di male, io lo sopporterò (ho tradotto al futuro ma in effetti è presente)". L' amico (quello vero) si prova nella sventura; infatti, quando le cose vanno bene, tutti (ci) si mostrano amici. Ma nell'avversità, il buon cuore e l'indulgenza di un amico è cosa necessaria, così come è opportuna un' autorevolezza nella prosperità, che temperi e redarguisca la supponenza di un amico che si dia arie (extolentis se.