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Una lettera a Terenzia e Tullia
Autore: Cicerone
Versione da LiTTERA LITTERAE
Tullius S. D. Terentiae et Tulliae et Ciceroni suis.
Ego minus saepe do ad vos litteras, quam possum, propterea quod cum omnia mihi tempora sunt misera, tum vero, cum aut scribo ad vos aut vestras lego, conficior lacrimis sic, ut ferre non possim. Quod utinam minus vitae cupidi fuissemus! certe nihil aut non multum in vita mali vidissemus. Quod si nos ad aliquam alicuius commodi aliquando recuperandi spem fortuna reservavit, minus est erratum a nobis; si haec mala fixa sunt, ego vero te quam primum, mea vita, cupio videre et in tuo complexu emori, quoniam neque dii, quos tu castissime coluisti, neque homines, quibus ego semper servivi, nobis gratiam rettulerunt. Brundisio profecti sumus a. d. II K. Mai. : per Macedoniam Cyzicum petebamus. O me perditum, o afflictum! Quid nunc rogem te ut venias, mulierem aegram et corpore et animo confectam? Non rogem? Sine te igitur sim? Opinor, sic agam: si est spes nostri reditus, eam confirmes et rem adiuves; sin, ut ego metuo, transactum est, quoquo modo potes ad me fac venias. Unum hoc scito: si te habebo, non mihi videbor plane perisse. Sed quid Tulliola mea fiet? iam id vos videte: mihi deest consilium. Sed certe, quoquo modo se res habebit, illius misellae et matrimonio et famae serviendum est. Quid? Cicero meus quid aget? iste vero sit in sinu semper et complexu meo. Non queo plura iam scribere: impedit maeror. Tu quid egeris, nescio: utrum aliquid teneas an, quod metuo, plane sis spoliata.
Pr. K. Mai. Brundisio.
Tullio saluta i suoi cari Terenzia, Tullia e Cicerone.
Io vi mando delle lettere meno spesso di quanto potrei soprattutto perché sia tutti i momenti sono per me infelici, sia, quando o vi scrivo o leggo le vostre lettere, sono vinto dalle lacrime tanto che non riesco a sopportarlo. Oh, se fossi stato meno desideroso di vivere! Certamente non avrei visto niente di male o non molto nella vita. Per ciò se la sorte mi ha riservato qualche speranza di riacquistare un giorno qualche bene meno si è sbagliato da parte nostra; se questi mali sono definitivi io allora desidero vederti quanto prima, vita mia, e morire tra le tue braccia, poiché né gli dei che tu hai venerato religiosamente, né gli uomini, ai quali io ho sempre servito, ci sono stati riconoscenti. Partiamo da Brindisi il 30 aprile, ci dirigiamo a Cizico attraverso la Macedonia. O me perduto, o me afflitto! Che cosa ora dovrei chiederti di venire, donna malata e sfinita sia nel corpo che nello spirito? Non dovrei chiedertelo? Dovrei dunque stare senza di te? Penso di fare così: se c’è la speranza di un mio ritorno rafforzala e asseconda la vicenda, se invece, come io temo, è finita, in qualunque modo puoi fai in modo di venire da me. Sappi solo questo: se ti avrò non mi sembrerà di essere perduto del tutto. Ma che ne sarà della mia piccola Tullia? Ormai a questo provvedete voi; io sono incapace di decidere. Ma certamente, in qualunque modo andrà la cosa, occorre prendersi cura sia del matrimonio sia della reputazione di quella poveretta. A che scopo? Che cosa farà il mio Cicerone? Potesse davvero stare sempre nel petto e nel mio abbraccio. Ormai non posso scrivere più; il dolore me lo impedisce. Non so che cosa tu abbia fatto: se possiedi ancora qualcosa o se, come temo (lett. Cosa che temo), tu ne sia spogliata completamente. Da Brindisi. Il 30 aprile.
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Un esempio di straordinaria generosità
Autore: Cicerone
Versione da IL LATINO di base pag. 286 n° 8. 3
Inizio : Magnitudo doni efficit ut donum gratum sit
Fine : Q. Fabii Maximi ut omne patrimonium suum vendiderit ut patriae auxilio esset.
La dimensione di un dono fa in modo che il dono sia gradito ciò nonostate il più gradito sarà un dono, che anche se piccolo, sarà offerto in circostanze opportune. Nella seconda guerra punica, dopo la strage fatta dai romani presso il lago Trasimeno, dove lo stesso Flaminio aveva perduto la vita, il Senato chiese ad Annibale, comandante dei Cartaginesi, che fossero restituiti i prigionieri Romani. Tuttavia il prezzo sancito dall’accordo era troppo alto e il Senato non aveva abbastanza denaro per riscattare i prigionieri dalla prigionia. Allora il dittatore Q. Fabio Massimo, conosciuta la cosa, inviò il figlio a Roma per vendere l’unico tesoro che avevae tutti i beni, anche se pochi, dati al Senato. Tanta fu la generosità di Q. Fabio Massimo, che aveva venduto tutto il suo patrimonio per essere d’aiuto alla patria.
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Etsi perpaucis ante diebus dederam Q. Mucio litteras ad te pluribus verbis scriptas, quibus declaraveram quo te animo censerem esse oportere et quid tibi faciendum arbitrarer, tamen, cum Theophilus, libertus tuus, proficisceretur, cuius ego fidem erga te benevolentiamque perspexeram, sine meis litteris eum ad te venire nolui. Te igitur etiam atque etiam hortor isdem rebus quibus superioribus litteris hortatus sum, ut in ea re publica, quaecumque est, quam primum velis esse. Multa videbis fortasse quae nolis, non plura tamen quam audis quotidie. At tibi ipsi dicendum erit aliquid quod non sentias aut faciendum quod non probes. Sed tempori cedere, id est necessitati parere, semper sapientis est habitum. Dicere fortasse quae sentias non licet, tacere plane licet. Omnia enim delata ad unum sunt. Is utitur consilio ne suorum quidem, sed suo. Quod non multo secus fieret si is rem publicam teneret quem secuti sumus. An, qui in bello, cum omnium nostrum coniunctum esset periculum, suo et certorum hominum minime prudentium consilio uteretur, eum magis communem censemus in victoria futurum fuisse, quam incertis in rebus fuisset. Omnia sunt misera in bellis civilibus, quae maiores nostri ne semel quidem, nostra aetas saepe iam sensit, sed miserius nihil quam ipsa victoria; quae, etiam si ad meliores venit, tamen eos ipsos ferociores impotentioresque reddit, ut etiam si natura tales non sint, necessitate esse cogantur; multa enim victori eorum arbitrio, per quos vicit, etiam invito facienda sunt
Anche se pochissimi giorni fa ho affidato a Quinto Marco una lettera per te scritta diffusamente, nella quale ho spiegato in che disposizione d'animo ritenevo (censerem) fosse opportuno (oportere) che tu stessi (te esse) e che cosa pensavo che tu dovessi fare, tuttavia partendo Teofilo, tuo liberto, di cui avevo visto la lealtà e la benevolenza nei tuoi confronti, non ho voluto che giungesse da te senza le mie lettere. Allora io ti esorto ancora una volta con i medesimi argomenti con i quali ho esortato nella lettera precedente a voler (hortor ut non è finale) essere quanto prima nella repubblica, qualunque essa sia. Vedrai forse molte cose che non vorresti, non più di quelle che senti ogni giorno. Tu stesso dovrai dire (tibi è dativo d'agente) qualcosa che non senti o dovrai fare qualcosa che non approvi. Ma piegarsi alle circostanze, cioè obbedire alle necessità, è stato sempre considerato tipico del saggio (habitum est è perfetto passivo? sì). Non ti è consentito forse dire ciò che pensi, ma è sicuramente possibile non esprimersi. Tutto infatti è stato affidato nelle mani di uno solo. Egli non si serve neppure del consiglio dei suoi, ma solo del suo. Questa cosa non andrebbe molto diversamente qualora reggesse la repubblica quell'uomo che noi abbiamo seguito. Durante la guerra quando tutti noi correvamo uno stesso pericolo egli prendeva consiglio solo da se stesso e da certe persone assolutamente prive di buon senso e possiamo forse credere che in caso di vittoria sarebbe stato più aperto ai consigli altrui di quanto non lo era stato nell'incertezza del conflitto?Le guerre civili sono colme solo di sventure , guerre che i nostri antenati non hanno vissuto neanche una volta , (ma) che il nostro tempo vive, oramai, con una certa frequenza : ma non c'è nulla di più disgraziato della stessa vittoria: la quale (vittoria), anche se arride agli uomini più giusti, pur li rende piuttosto feroci e prepotenti, tal che, seppur non siano tali per natura, vi sono costretti dalla necessità (politica): colui che vince, infatti, si trova costretto a prendere, malvolentieri , molte decisioni , secondo l'istigazione di coloro che gli hanno propiziato la vittoria .
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Lacedaemonii deinde introducti sunt. Multae et parvae disceptationes iactabantur; sed quae maxime rem continerent, erant utrum restituerentur quos Achaei damnaverant necne; inique an iure occidissent quos occiderent, et utrum manerent in Achaico concilio Lacedaemonii an, ut ante fuerat, secretum eius unius in Peloponneso civitatis ius esset. Restitui iudiciaque facta tolli placuit, Lacedaemonem in Achaico concilio scribique id decretum et consignari a Lacedaemonis et Achaeis. Legatus in Macedoniam Q. Marcius est missus, iussus idem in Peloponneso sociorum res aspicere. Nam ibi quoque et ex veteribus discordiis residui motus erant, et Messene desciverat a concilio Achaico. Cuius belli et causas et ordinem si expromere velim, immemor sim prpositi, quo statui non ultra attingere externa, nisi qua Romanis cohaererent rebus.
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Fuisse enim quendam ferunt Demaratum Corinthium et honore et auctoritate et fortunis facile civitatis suae principem; qui cum Corinthiorum tyrannum Cypselum ferre non potuisset, fugisse cum magna pecunia dicitur ac se contulisse Tarquinios, in urbem Etruriae florentissimam. Cumque audiret dominationem Cypseli confirmari, defugit patriam vir liber ac fortis et adscitus est civis a Tarquiniensibus atque in ea civitate domicilium et sedes collocavit. Ubi cum de matre familias Tarquiniensi duo filios procreavisset, omnibus eos artibus ad Graecorum disciplinam erudivit. Mortuo deinde Demarato et maiore filio, minor natu Romam migravit, cumque facile in civitatem receptus esset, propter humanitatem atque doctrinam Anco regis familiaris est factus usque eo, ut consiliorum omnium particeps et socius paene regni putaretur. Erat in eo praeterea summa comitas, summa in omnes cives benignitas. Itaque mortuo Marcio cunctis populi suffragiis rex est creatus L. Tarquinius; sic enim suum nomen ex Graeco nomine inflexerat, ut in omni genere huius populi consuetudinem videretur imitatus. Atque eundem primum ludos maximos, qui Romani dicti sunt, fecisse accepimus.
Tramandano che vi fu un certo Demarato di Corinzio e che fu facilmente il più ragguardevole della sua città per onore autorità e fortune; questi non avendo potuto sopportare Cipselo il tiranno di Corinto, si dice che fuggì con una grande ricchezza e si rifugiò a Tarquinia, nella più fiorente città dell'Etruria. E udendo che la dominazione di Cipselo si era rafforzata, l'uomo libero e forte evitò la patria e fu chiamato cittadino dagli abitanti di Tarquinia e stabilì il domicilio e la sede in questa città. Dopo che suo figlio, istruito con tutte le arti alla disciplina greca, fu giunto a Roma, a causa dell'umanità e della cultura, diventò amico del re Anco Marzio fino a essere considerato da lui come partecipe a ogni consiglio e quasi alleato del regno. C'era in lui inoltre grande affabilità e somma generosità verso ogni cittadino; e così, morto Marzio, fu fatto re con il nome Lucio Tarquinio a pieni voti del popolo; infatti il suo nome fu alterato così dal nome Greco per sembrare che avesse imitato la consuetudine di quel popolo in ogni genere. Egli introdusse in quella città molte cose secondo i costumi e le istituzioni dei Greci, e abbiamo appreso che avesse creato lui stesso per primo i giochi massimi, che sono chiamati romani.
Altra versione con testo latino simile ma diversa
Il corinzio Demarato arriva a Roma e diventa re