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Eorum omnium qui decumani vocabantur princeps erat Q. ille Apronius, quem videtis; de cuius improbitate singulari gravissimarum legationum querimonias audivistis. Aspicite, iudices, vultum hominis et aspectum, et ex ea contumacia quam hic in perditis rebus retinet illos eius spiritus Siciliensis quos fuisse putetis recordamini. Hic est Apronius quem in provincia tota Verres, cum undique nequissimos homines conquisisset, et cum ipse secum sui similis duxisset non parum multos, nequitia luxuria audacia sui simillimum iudicavit; itaque istos inter se perbrevi tempore non res, non ratio, non commendatio aliqua, sed studiorum turpitudo similitudoque coniunxit. Verris mores improbos impurosque nostis: fingite vobis si potestis, aliquem qui in omnibus isti rebus par ad omnium flagitiorum nefarias libidines esse possit; is erit Apronius ille qui, ut ipse non solum vita sed corpore atque ore significat, immensa aliqua vorago est aut gurges vitiorum turpitudinumque omnium. Hunc in omnibus stupris, hunc in fanorum expilationibus, hunc in impuris conviviis principem adhibebat; tantamque habet morum similitudo coniunctionem atque concordiam ut Apronius, qui aliis inhumanus ac barbarus, isti uni commodus ac disertus videretur; ut quem omnes odissent neque videre vellent, sine eo iste esse non posset; ut cum alii ne conviviis quidem iisdem(uterentur) quibus Apronius (utebatur) hic iisdem etiam poculis uteretur"
TRADUZIONE
Capo di tutti quelli che venivano chiamati decumani era il famoso Quinto Apronio, che vedete; riguardo alla disonestà del quale sentiste delle lamentele delle delegazioni. Costui è Apronio, che in tutta la provincia Verre giudicò assai simile a lui per la sua malvagità, dissolutezza e audacia, poiché aveva radunato uomini molto malvagi da ogni luogo e (poichè) aveva allettato con sè molti simili a lui. E così in pochissimo tempo quelli furono uniti né da un interesse, né da rapporti d’affari, né da una raccomandazione, ma dall’infame inclinazione e somiglianza delle loro passioni. Conosceste i costumi dissoluti e corrotti di Verre: immaginatevi, se riuscite, uno che sia in tutto pari a costui per inclinazione a voglie dissolute per ogni genere di infamia; costui sarà il famoso Apronio, come mostrano il nome e la persona, è una immensa voragine o gorgo di ogni genere di vizi e di vergogne. Verre ricorreva a questo come guida ogni volta che compiva violenze carnali, questo saccheggiava luoghi sacri, questo capeggiava dissoluti banchetti; e la somiglianza delle abitudini crea un legame e una concordia talmente strette che Apronio, che gli altri giudicavano incivile e rozzo, sembrava una persona affabile ed eloquente; che, mentre tutti lo detestavano e non lo volevano vedere, quello (Verre) non poteva stare senza di lui; che mentre gli altri neppure ai banchetti partecipavano, quelli dove andava Apronio, utilizzavano perfino i suoi stessi bicchieri.
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Insigne magnanimitatis exemplum in iis libris invenimus, quos Caesar de bello Gallico scripsit, in quinus narrat quae ipse contra Gallos et Germanos gessit. Erant in Romanis castris duo viri fortissimi et gloriae cupidissimi, quorum alteri Voreno, alteri Pulloni nomem erat. Hi saepe controvesias inter se habere et de gloria contendere solebant. Cum olim Galli Romanorum castra obsiderent, Pullo, ut adversarium provocaret, sic ante omnes commilitones clamavit; Nunc, Vorene, contra hostes uterque nostrum procedat, ut adpareat uter nostrum virtute superior Quae cum dixisset, processit ipse priori contra hostes, nec alter in castris intra vallum se tenuit, quia iudicium commilitonum et ducis sui timebat. Cum autem Pullo in quendam hostem coniecisset telum suum, eius pectus eo ictu transfixit. Tum vero Galli universi in ipsum fecerunt impetum et scutum eius telis transfixerunt. In magno periculo erat miser, neque ullum auxilium ab ullo homine sperare poterat; sed Vorenus statim veteres controversias praetermisit et Pullonem ex certa morte eripuit eundemque incolumem in castra reduxit
Troviamo uno straordinario esempio di magnanimità in quei libri che Cesare scrisse sulla guerra gallica, nei quali narra le imprese militari che lui stesso condusse contro Galli e Germani. Negli accampamenti romani vi erano due validi soldati, molto coraggiosi e desiderosi di gloria: l'uno si chiamava Voreno, l'altro Pullone. Costoro erano spesso in disaccordo tra loro, ed erano soliti misurarsi a riguardo del valore. Avendo i Galli presero d'assalto g li insediamenti romani: Pullone, per provocare il rivale, disse a gran voce davanti a tutti "ora, Voreno? entrambi affrontiamo il nemico, in modo tale che appaia chiaro chi di noi due è superiore in quanto a valore". Detto ciò, egli stesso, precedette Voreno contro il nemico; l'altro non rimase dentro la trincea, nell'accampamento, poiché temeva il giudizio dei commilitoni e del suo comandante. Avendo Pullone scoccato un dardo contro un nemico, lo colp' al cuore. Al che, i Galli- tutti insieme gli si lanciarono contro e colpirono lo scudo con i dardi. Il malcapitato si trovava in una situazione molto pericolosa, né poteva contare aiuto da alcuno; ma Voreno, all'improvvise mise una pietra sopra alle vecchie inimicizie e sottrasse Pullone da una sicura morte, e lo ricondusse nell'accampamento sano e salvo.
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At contra oratorem celeriter complexi sumus, nec eum primo eruditum, aptum tamen ad dicendum, post autem eruditum. Nam Galbam Africanum Laelium doctos fuisse traditum est, studiosum autem eum, qui is aetate anteibat, Catonem, post vero Lepidum, Carbonem, Gracchos, inde ita magnos nostram ad aetatem, ut non multum aut nihil omnino Graecis cederetur. Philosophia iacuit usque ad hanc aetatem nec ullum habuit lumen litterarum Latinarum; quae inlustranda et excitanda nobis est, ut, si occupati profuimus aliquid civibus nostris, prosimus etiam, si possumus, otiosi. In quo eo magis nobis est elaborandum, quod multi iam esse libri Latini dicuntur scripti inconsiderate ab optimis illis quidem viris, sed non satis eruditis.
In compenso, però, abbiamo fatto presto a impadronirci dell'eloquenza: arte che in principio non era basata sull'erudizione, ma semplicemente sull'abilità pratica; soltanto piu tardi si richiese da essa anche una base dottrinale. È noto che Galba, l'Africano e Lelio furono degli uomini di cultura; mentre Catone, che era più anziano di loro, fu semplicemente un dilettante. Più tardi vennero Lepido, Carbone, i Gracchi, in seguito fino al nostro tempo così grandi da cedere poco o addirittura niente ai Greci. La filosofia fu trascurata fino al nostro tempo e no ebbe lo splendore della letteratura latina; dobbiamo abbellirla e darle lustro, affinché, se da impegnati siamo utili in qualche cosa ai nostri cittadini, lo siamo, se possiamo, anche da oziosi. In questo dobbiamo tanto più applicarci assiduamente in quanto si dice che siano ormai molti i libri latini scritti sconsideratamente da alcuni uomini senza dubbio bravissimi, ma non abbastanza colti
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In libro quem "De Officis" inscripsit, Marcus Tullius Cicero docet quae viro honesto facienda et que vitanda sint. Nam homenes honestatem consequuntur si vitant turpia et sequuntur honesta. Scribit igitur Cicero hominibus ingenuo loco natus vitanda esse ombia quae non hominis liberi, sed potius liberti vel servi propria sint. Ubi enim de mercatura disceptaturus est sic scribit "Mercatura si tenuis est, sordida putanda est, sin autem magna et copiosa est, multa undique apportat multisque sine vanitate vel avaritia largitur non est admondum vituperanda" Nam homo si liberaliter largitur potest bonam famam adipisci et multis prodesse animim non servilem sed generosum ostendere. Non enim homini ingenuo vivendum est ut servo vel liberto quia ombia cum amicis et hospitibus liberarliter communicanda sunt. Haec cum fecerimus ommibus laundandi erimus nec ullam inviadiam divitiis nostris in nosmetipsos movebimus
In un libro che intitolò “I doveri”, Marco Tullio Cicerone insegna cosa un uomo rispettabile deve fare ed evitare. Infatti gli uomini perseguono l’onestà se evitano le cose ignobili e seguono quelle dignitose. Dunque Cicerone scrive che gli uomini, nati in un luogo libero, devono evitare tutto ciò che non dia loro libertà, ma è meglio che siano liberti o schiavi di loro stessi. Qui si discuterà anche del commercio, così scrive: “Il commercio, se è meschino, dev’essere considerato ignobile; se è invece grande e ricco, con molte merci (lett. : molte cose) portate da tutti i luoghi e vende a molti senza menzogna e avarizia, non dev’essere affatto biasimato”. Infatti l’uomo, se dona generosamente, può ottenere una buona fama ed essere stimato da molti, nel mostrare un animo non servile ma generoso. Infatti l’uomo libero non deve vivere come liberto o schiavo poiché tutti devono poter rapportarsi con amici o ospiti liberamente. Quando avremo fatto questo, tutti ci loderanno e non susciteremo più alcuna invidia verso noi stessi per le nostre ricchezze.
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Una consolazione filosofica ma poco convincente
SERVIUS CICERONI S.
Posteaquam mihi renuntiatum est de obitu Tulliae, filiae tuae, sane quam pro eo, ac debui, graviter molesteque tuli communemque eam calamitatem existimavi, qui, si istic affuissem, neque tibi defuissem coramque meum dolorem tibi declarassem. Etsi genus hoc consolationis miserum atque acerbum est, propterea quia, per quos ea confieri debet propinquos ac familiares, ii ipsi pari molestia afficiuntur neque sine lacrimis multis id conari possunt, uti magis ipsi videantur aliorum consolatione indigere quam aliis posse suum officium praestare, tamen, quae in praesentia in mentem mihi venerunt, decrevi brevi ad te perscribere, non quo ea te fugere existimem, sed quod forsitan dolore impeditus minus ea perspicias. Quid est, quod tanto opere te commoveat tuus dolor intestinus? Cogita, quemadmodum adhuc fortuna nobiscum egerit: ea nobis erepta esse, quae hominibus non minus quam liberi cara esse debent, patriam, honestatem, dignitatem, honores omnes. Hoc uno incommodo addito quid ad dolorem adiungi potuit? aut qui non in illis rebus exercitatus animus callere iam debet atque omnia minoris existimare? An illius vicem, credo, doles? Quoties in eam cogitationem necesse est et tu veneris et nos saepe incidimus, hisce temporibus non pessime cum iis esse actum, quibus sine dolore licitum est mortem cum vita commutare? Quid autem fuit, quod illam hoc tempore ad vivendum magno opere invitare posset? quae res? quae spes? quod animi solatium? Ut cum aliquo adolescente primario coniuncta aetatem gereret? licitum est tibi, credo, pro tua dignitate ex hac iuventute generum deligere, cuius fidei liberos tuos te tuto committere putares. An ut ea liberos ex sese pareret, quos cum florentes videret laetaretur? qui rem a parente traditam per se tenere possent, honores ordinatim petituri essent, in re publica, in amicorum negotiis libertate sua usuri? quid horum fuit, quod non, priusquam datum est, ademptum sit? "At vero malum est liberos amittere. " Malum: nisi hoc peius est, haec sufferre et perpeti. Quae res mihi non mediocrem consolationem attulerit, volo tibi commemorare, si forte eadem res tibi dolorem minuere possit. Ex Asia rediens cum ab Aegina Megaram versus navigarem, coepi regiones circumcirca prospicere: post me erat Aegina, ante me Megara, dextra Piraeeus, sinistra Corinthus, quae oppida quodam tempore florentissima fuerunt, nine prostrata et diruta ante oculos iacent. Coepi egomet mecum sic cogitare: "hem! nos homunculi indignamur, si quis nostrum interiit aut occisus est, quorum vita brevior esse debet, cum uno loco tot oppidum cadavera proiecta iacent? Visne tu te, Servi, cohibere et meminisse hominem te esse natum?" Crede mihi, cogitatione ea non mediocriter sum confirmatus. Hoc idem, si tibi videtur, fac ante oculos tibi proponas. SERVIO SULPICIO A CICERONE
Dopo l'annuncio della scomparsa della tua figliola Tullia, ho provato tanto sconforto e tanto sgomento quanto non potevo non provarne e ho considerato questa morte una disgrazia comune: fossi stato li, non ti sarebbe mancata la mia presenza e ti avrei manifestato di persona tutto il mio dolore. È questa una sorta di consolazione enosa e amara: chi deve esprimerla, o parente o intimo amico, è egli stesso affranto da un'eguale afflizione né sono senza lacrime le parole che si sforza di dire, al punto da sembrare bisognoso piuttosto della compassione altrui che no n in grado di offrire ad altri il pietoso ufficio del consolatore... Pure, i pensieri che ora mi si affollano ella mente ho voluto esprimerli a te in queste poche pagine; e non perché creda che possano sfuggirti, ma perché forse — impeditone dal dolore — puoi meno facilmente formularli a te stesso. Qual è il motivo per cui tanto ti sconvolge questa tua sofferenza privata? Pensa a come finora il destino si è comportato con noi: pensa che ci sono stati strappati dei beni che agli uomini devono essere cari non meno dei figli, come la patria, la dignità, la osizione sociale, tutte le distinzioni. Aggiuntovi ancora quest'unico evento infelice, si è potuto forse aggiungere olore a dolore? E un animo provato da quelle precedenti esperienze, non deve oramai essere indurito e onsiderare tutto meno importante? O tu ti duoli, dimmi, della sua vicenda terrena? Quante volte di necessità sei giunto anche tu alla conclusione — e a me è occorso spesso — che in tempi come questi sia stata non negativa la sorte toccata a coloro, cui fu concesso senza soffrire di scambiare la morte con la vita? Che cosa c'era che potesse con grandi lusinghe invitarla a vivere, in questo tempo? Quale realtà? Quali speranze? Quale conforto per l'animo suo? Di passare gli anni unita a qualche giovane di nobile condizione? A te è stato concesso — credo — di scegliere tra questa gioventù n genero conforme alla tua posizione, alla cui onestà affidare in buona fede i tuoi figli! Ma perché essa stessa partorisse dal suo corpo dei figli onde rallegrarsi un giorno alla vista del loro successo? dei figli che avessero la possibilità di mantenere con le proprie forze il patrimonio trasmesso loro dal padre? dei figli che avrebbero poi gareggiato nell'ordine per le cariche pubbliche, giovandosi—nella vita politica e nelle relazioni con gli amici — delle prerogative di libertà loro spettanti? Quale di queste prospettive non è stata troncata prima di potersi realizzare? "Ma è pure una sventura la perdita dei figli... ". Lo è; purché non sia peggio subire e sopportare tutto questo. orrei rievocare per te l'episodio che più ha potuto consolarmi, se mai anche a te possa egualmente attenuare udolore. Di ritorno dall'Asia, navigavo da Egina in direzione di Megara e mi misi e osservare il panorama che mi circondava. Dietro di me era Egina, davanti Megara, a destra il Pireo, a sinistra Corinto, tutte città un tempo fiorenti di ita che ora giacciono sotto i nostri occhi abbattute e diroccate.