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Una persona odiosa
Autore: Cicerone
Quod si ipse, qui te suae dignitatis augendae causa, periculo tuo, nullo suo delicto, ferri praecipitem est facile passus, tamen te omni honore indignissimum iudicat, si te vicini, si adfines, si tribules ita oderunt ut repulsam tuam triumphum suum duxerint, si nemo aspicit quin ingemescat, nemo mentionem facit quin exsecretur, si vitant, fugiunt, audire de te nolunt, cum viderunt, tamquam auspicium malum detestantur, si cognati respuunt, tribules exsecrantur, vicini metuunt, adfines erubescunt, strumae denique ab ore improbo demigrarunt et aliis iam se locis conlocarunt, si es odium publicum populi, senatus, universorum hominum rusticanorum, —quid est quam ob rem praeturam potius exoptes quam mortem, praesertim cum popularem te velis esse neque ulla re populo gratius facere possis?
39 Se, quindi, persino chi, per accrescere il suo prestigio, ti aveva lasciato tranquillamente correre a briglie sciolte (a tuo rischio e pericolo, però, e senza infrangere mai la legge), oggi ti giudica assolutamente indegno di ogni onore; se i vicini, i parenti, i compagni di tribù ti odiano al punto da considerare come un trionfo personale ogni tuo insuccesso in politica; se nessuno ti guarda senza gemere, ti menziona senza maledirti; se ti evitano, ti sfuggono, non vogliono nemmeno sentir parlare di te e, quando ti vedono, ti respingono come fossi un uccello del malaugurio; se i congiunti ti rifiutano, quelli della tua tribù ti detestano, i vicini ti temono, i consanguinei arrossiscono per la vergogna, persino le scrofole hanno lasciato quel tuo sporco muso e sono già rifiorite in altre parti del corpo; se, insomma, risulti pubblicamente antipatico al popolo romano, al senato e a tutti gli abitanti della campagna, qual è il motivo che ti fa preferire la pretura alla morte? Soprattutto se si considera che tu ci tieni tanto ad essere popolare! Non potresti davvero fare cosa più gradita al popolo!
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Herculis templum est apud Agrigentinos, in quo aeneum simulacrum dei est, tam mirabili arte factum, ut nihil eo pulchrius in sicilia inveniatur. Hoc tanta veneratione colitur ut mentum eius aliquantum tritum sit, quia in precibus cives id osculari solent. Huius simulacri tam vehemens desiderium praetorem Verrem cepit ut satellites suos noctu miserit ut id raperent. Tunc clamor a custodibus fani tollitur. verris servi valvas frangunt et demoliri signum et a vectibus labefactare conantur. Interea fama in urbe percrebrescit. Nemo Agrigentinus tam infirmus aetate aut viribus fuit, qui illa nocte de lecto non surrexerit et tela arripuerit ut signum defenderet. Omnes ad templum concurrunt et tam ingentem lapidationem faciunt ut verris milites in fugam conversi sint. Duo tamen sigilla tollunt, ne omnino inanes ad dominum revertant.
Vi è un tempio di Eracle presso gli Agrigentini, nel quale c'è una statua bronzea del dio, fatta con così mirabile fattura, da mpm trovare nulla di più bello di esso in sicilia. Questa statua viene onorata con così grande ammirazione che il suo mento è alquanto usato, poiché nelle preghiere i cittadini sono soliti baciarlo. Un tanto impetuoso desiderio di questa satuta prese il pretore Verre che mandò di notte i suoi sgherri affinché la rubassero. quindi un grido viene levato dalle guardie del tempio(è letterle al massimo, puoi mettere: allora i guardiani del tempio levano -o levarono, se usi il presente storico- un grido). gli schiavi di verre abbattono i battenti e si accingono a demolire la statua con sbarre e a fonderla (letteralmente: abbatterla). Intanto si diffonde una oce in città. nessun abitante di agrigento fu tanto debole per età o forze, che in quella notte non si alzò dal letto e afferrrò un'arma per difendere la stauta. tutti accorrono al tempio e mettono in atto un così ingente lancio di pietre che i soldati di verre sono volti alla fuga. tuttavia rubano tuttavia due statuettte per non ritornare a casa dal padrone completamente a mani vuote.
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(1) Maxime fuit optandum M Scauro, iudices, ut nullo suscepto cuiusquam odio sine offensione ac molestia retineret, id quod praecipue semper studuit, generis, familiae, nominis dignitatem. Subiit etiam populi iudicium inquirente Cn Domitio tribuno plebis. Reus est factus a Q Servilio Caepione lege Servilia, cum iudicia penes equestrem ordinem essent et P Rutilio damnato nemo tam innocens videretur ut non timeret illa. Ab eodem etiam lege Varia custos ille rei publicae proditionis est in crimen vocatus; vexatus a Q Vario tribuno plebis est. Non enim tantum admiratus sum ego illum virum, sicut omnes, sed etiam praecipue dilexi. Primus enim me flagrantem studio laudis in spem impulit posse virtute me sine praesidio fortunae, quo contendissem, labore et constantia pervenire. Et quoniam congesta fuit accusatio magis acervo quodam criminum, non distinctione aliqua generum et varietate. Bostarem igitur quendam dixit Norensem fugientem e Sardinia Scauri adventum prius illum sepultum quam huic cenam esse sublatam. Si denique in illa bona invadere nullo modo potuisset nisi mortuo Bostare. Si me hercule, iudices, pro L Tubulo dicerem, quem unum ex omni memoria sceleratissimum et audacissimum fuisse accepimus, tamen non timerem, venenum hospiti aut convivae si diceretur cenanti ab illo datum cui neque heres neque iratus fuisset. Bona quam quod habebat veniret. Agedum ego defendi Scaurum, Triari; defende tu matrem. Te metuere ne non solvendo fuisse, bona denique reus ne retinere voluisse quae proscripta essent, nisi. Cum dare nollet Aris, clam ex Sardinia est fugere conatus. Redimunt se ea parte corporis, propter quam maxime expetuntur. Sic, inquam, se, iudices, res habet; neque hoc a me novum disputatur, sed quaesitum ab aliis est. Illa audivimus, hoc vero meminimus ac paene vidimus, eiusdem stirpis et nominis P Crassum ne in manus incideret inimicorum, se ipsum interemisse. Ac neque illius Crassi factum superioris isdem honoribus usus, qui fortissimus in bellis fuisset, M Aquilius potuit imitari. (2) suae rerumque gestarum senectutis dedecore foedavit. Quid vero? Alterum Crassum temporibus isdem num aut clarissimi viri Iulii aut summo imperio praeditus M Antonius potuit imitari? (3) Quid? In omnibus monumentis Graeciae, quae sunt verbis ornatiora quam rebus, quis invenitur, cum ab Aiace fabulisque discesseris, qui tamen ipse ignominiae dolore, ut ait poeta, victor insolens se victum non potuit pati, praeter Atheniensem Themistoclem, qui se ipse morte multavit?
Traduzione
imgscrambler}(1) O giudici, non avendo appoggiato nessuno senza odio e malcontento di qualcuno, M Scauro dovette scegliere ciò che sempre desiderò, per conservare la dignità della stirpe, della famiglia, del nome. Si sottopose anche al giudizio del popolo per mezzo del tribuno della plebe Cn Domizio che faceva indagini. Fu fatto colpevole da Q Servilio Copione per la legge Servilia, essendo le sentenze nelle mani dellordine equestre e sembrando nessuno tanto innocente al condannato P Rutilio da non temere quelle cose. Quel difensore della repubblica fu accusato di tradimento dallo stesso anche dalla legge Varia; fu perseguitato dal tribuno della plebe Q Vaio. Io infatti non solo apprezzai assai quelluomo, come tutti, ma anche particolarmente gli volli bene. Infatti il primo indusse me, ardente di zelo, al fine di ottenerlo, nella speranza di poter pervenire nelle (sue) lodi con impegno e costanza, con la virtù senza laiuto della fortuna. E poiché larringa dellaccusa è stata messa insieme più da un mucchio (di cose) solo qualche volta di crimini, senza distinzione di generi e varietà. Dunque ha detto che Bostarte, uno di Nora che fuggiva dalla Sardegna venuto a Scauri prima che quello fosse sepolto gli fu servita una cena. Se alla fine, in alcun modo tranne che per il defunto Bostarte, avesse potuto piombare addosso a quelle cose buone. Se, o giudici, per Ercole, dicessi me a favore di L Tubulo, abbiamo accettato che fu uno a ogni memoria scelleratissimo e audacissimo, tuttavia non avrei paura, se si fosse detto che si sarebbe dato il veleno allospite o commensale che era a cena da quello al quale non sarebbe stato né erede né in collera. Aveva cose buone come queste cose, verrebbe. Io devo agire devo difendere Scauro, o Triari; tu difendi una madre. Temo che tu non lo abbia dovuto assolvere, alla fine il colpevole (teme) che tu abbia voluto ritenere quelle cose giuste per comunicarle ufficialmente, se non. Non volendo dare agli Ari, di nascosto tentò di fuggire dalla Sardegna. Lo lasciano scappare con quella parte del corpo, a causa di quella stessa che in special modo sono desiderati. Dico, o giudici, la cosa sta in questi termini; né è cosa nuova ciò che è detto da me, ma è stato chiesto da quelli. Abbiamo ascoltato quelle cose, in verità ricordiamo ciò e poco manca che lo abbiamo visto, che, per non cadere nelle mani dei nemici, egli stesso lasciò passare P Crasso per la sua stirpe e nome. E né M Aquilio potette imitare lazione di quel Crasso della consuetudine ai suoi onori di un posto più elevato, per essere stato fortissimo nelle battaglie. (2) infamò con disonore di gesta di vecchiaia e di sue azioni. Che cosa è vero? Forse che Marco Antonio fornito sia di alto comando sia (del comando) di un famosissimo uomo Giulio in quello stesso momento potette imitare laltro Crasso? (3) Che cosa? In tutti i monumenti della Grecia, che sono più ornati con parole che con cose, chi è trovato, allontanandosi da Aiace e dalle favole, il quale tuttavia, come dice il poeta, egli stesso per dolore di ignominia, vincitore insolente non potette tollerare di essere stato vinto, eccetto Temistocle lAteniese, il quale punì se stesso con la morte?{/imgscramble
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Cicero Attico suo salutem dicit. Cum sciam quo die venturus sim, te certiorem faciam. Impedimenta exspectanda sunt quae Anagnia veniunt, sed familia (la servitù) aegra est. Litterae mihi ab Octaviano redditae sunt. Veteranos, qui sunt Casilini et Calatiae, perduxit ad suam sententiam. Nec mirum est: quingenos denarios dat. Pla¬ne hoc spectat: ut bellum cum Antonio geratur. Itaque video paucis diebus nos in armis fore. Quem autem sequamur? Octavianus a me postulat ut clam colloquatur mecum vel Capuae vel non longe a Capua. Puerile quidem hoc est, si id putat clam fieri posse. Docui per litteras id nec opus esse nec ullo loco clam fieri posse. Misit ad me Caecinam quendam, qui nuntiavit Antonium cum legione una ad Urbem pergere. Octavianus consultabat utrum Romam proficisceretur an Capuam teneret an iret ad tres legiones Macedonicas, quas sperat suas esse. Equidem suasi ut Urbem peteret. Nunc ruri sum et consilium tuum exquiro: Romam venio an hic maneo an Arpinum fugiam? Hoc igitur explica.
Cicerone saluta il suo (amico) Attico. Quando saprò in quale giorno starò per venire te lo farò sapere. Si devono aspettare i bagagli che giungono da Anagni, la servitù è indisposta. Le lettere mi sono state recapitatate da Ottaviano. Ha guadagnato dalla sua parte i veterani, che si trovano a Casilino e Calazia. Non fa meraviglia: offre cinquecento denari ciascuno. Considera ciò chiaramente: per dirigere le operazioni militari con Antonio. Perciò io considero che tra qualche giorno saremo in guerra. Lo seguiremo? Ottaviano mi chiede di parlare di nascosto con me o a Capua o non lontano da Capua. Questo è sciocco, se pensa che ciò possa avvenire di nascosto. Ho messo al corrente tramite lettera che ciò non è necessario né in alcun luogo possa di nascoto avvenire. Ha mandato da me un certo Cecina, il quale ha raccontato che Antonio di dirige con una legione a Roma. Ottaviano rifletteva se partire per Roma o raggiungere Capua o andare alle tre legioni Macedoniche che spera siano sue. Certamente sono convinto di partire per Roma. Ora mi trovo in campagna ed chiedo il tu oparere: vengo a Roma o resto qui o fuggirò ad Arpino? Chiarisci(mi) dunque questo.
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Num te, cum haec pro salute rei publicae tanta gessisse, fortunae tuae, num amplitudinis, num claritatis, num gloriae paenitebat? Unde igitur subito tanta ista mutatio? Non possum adduci, ut suspicer te pecunia captum. Licet, quod cuique libet, loquatur, credere non est necesse. Nihil enim umquam in te sordidum, nihil humile cognovi. Quamquam solent domestici depravare non numquam; sed novi firmatatem tuam. Atque utinam ut culpam, sic etiam suspicionem vitare potuisses! Illud magis vereor, ne, ignorans verum iter gloriae, gloriosum putes plus te unum posse quam omnes et metui a civibus tuis quam diligi malis. Quod si ita putas, totam ignoras viam gloriae. Carum esse civem, bene de re publica mereri, laudari, coli, diligi gloriosum est; metui vero et in odio esse invidiosum, detestabile, imbecillum, caducum Quod videmus etiam in fabula illi ipsi qui 'Oderint, dum metuant' dixerit perniciosum fuisse. Utinam, M. Antoni, avum tuum meminisses! de quo tamen audisti multa ex me eaque saepissime. Putasne illum immortalitatem mereri voluisse, ut propter armorum habendorum licentiam metueretur? lila erat vita, illa secunda fortuna, liber-tate esse parem ceteris, principem dignitate. Itaque, ut omittam res avi tui prosperas, acerbissimum eius supremum diem malim quam L. Cinnae dominatum, a quo ille crudelissime est interfectus
Dopo aver preso provvedimenti così importanti per la salvezza dello Stato, ti rammaricavi forse della tua fortuna, della tua dignità, della tua rinomanza, della tua gloria? Da che ha avuto origine codesto subitaneo radicale mutamento? Che sia stata brama di danaro, non posso indurmi a sospettarlo. Dica pure la gente quello che vuole, non sono obbligato a prestarvi fede. Non ho mai notato in te niente di basso, niente di vile. Qualche volta può accadere che siano quelli di casa a corrompere; ma conosco la tua fermezza. Magari fossi tu riuscito ad evitare anche il sospetto, come hai evitata la colpa! Più ancorami preoccupa che tu, ignorando la vera via che mena alla gloria, possa ritenere fondamento della tua gloria piuttosto la tua potenza personale che quella della collettività, e che quindi all'amore dei tuoi concittadini tu possa preferire il loro timore. Se credi così, dimostri di ignorare totalmente la via della gloria. Essere cittadino diletto agli altri, benemerito della patria, lodato, rispettato, amato, questo significa essere glorioso; crearsi invece intorno un'atmosfera di paura e di avversione crea un vantaggio odioso, esecrabile, vacillante, precario. È la funesta sorte che, vediamo, tocca anche al personaggio della tragedia che ha detto « Mi odino, purché mi temano». Ah, se ti fossi ricordato, o Marco Antonio, dell'avo tuo! Eppure quante volte e quante cose di lui ti ho narrato ! Credi tu che egli avrebbe mirato alla immortalità, se questa doveva venirgli dalla paura che genera là violenza di bande assoldate? Essere pari agli altri nel godere la libertà, superiore a tutti nel meritare la stima pubblica : questo per lui era l'ideale della vita e della felicità. Per questo, anche a lasciare da parte i momenti felici della vita del tuo avo, quel suo estremo giorno, per quanto atroce, io lo preferirei alla potenza tirannica di Lucio Cinna, che fu il suo crudele assassino