Etsi perpaucis ante diebus dederam Q. Mucio litteras ad te pluribus verbis scriptas, quibus declaraveram quo te animo censerem esse oportere et quid tibi faciendum arbitrarer, tamen, cum Theophilus, libertus tuus, proficisceretur, cuius ego fidem erga te benevolentiamque perspexeram, sine meis litteris eum ad te venire nolui. Te igitur etiam atque etiam hortor isdem rebus quibus superioribus litteris hortatus sum, ut in ea re publica, quaecumque est, quam primum velis esse. Multa videbis fortasse quae nolis, non plura tamen quam audis quotidie. At tibi ipsi dicendum erit aliquid quod non sentias aut faciendum quod non probes. Sed tempori cedere, id est necessitati parere, semper sapientis est habitum. Dicere fortasse quae sentias non licet, tacere plane licet. Omnia enim delata ad unum sunt. Is utitur consilio ne suorum quidem, sed suo. Quod non multo secus fieret si is rem publicam teneret quem secuti sumus. An, qui in bello, cum omnium nostrum coniunctum esset periculum, suo et certorum hominum minime prudentium consilio uteretur, eum magis communem censemus in victoria futurum fuisse, quam incertis in rebus fuisset. Omnia sunt misera in bellis civilibus, quae maiores nostri ne semel quidem, nostra aetas saepe iam sensit, sed miserius nihil quam ipsa victoria; quae, etiam si ad meliores venit, tamen eos ipsos ferociores impotentioresque reddit, ut etiam si natura tales non sint, necessitate esse cogantur; multa enim victori eorum arbitrio, per quos vicit, etiam invito facienda sunt

Anche se pochissimi giorni fa ho affidato a Quinto Marco una lettera per te scritta diffusamente, nella quale ho spiegato in che disposizione d'animo ritenevo (censerem) fosse opportuno (oportere) che tu stessi (te esse) e che cosa pensavo che tu dovessi fare, tuttavia partendo Teofilo, tuo liberto, di cui avevo visto la lealtà e la benevolenza nei tuoi confronti, non ho voluto che giungesse da te senza le mie lettere. Allora io ti esorto ancora una volta con i medesimi argomenti con i quali ho esortato nella lettera precedente a voler (hortor ut non è finale) essere quanto prima nella repubblica, qualunque essa sia. Vedrai forse molte cose che non vorresti, non più di quelle che senti ogni giorno. Tu stesso dovrai dire (tibi è dativo d'agente) qualcosa che non senti o dovrai fare qualcosa che non approvi. Ma piegarsi alle circostanze, cioè obbedire alle necessità, è stato sempre considerato tipico del saggio (habitum est è perfetto passivo? sì). Non ti è consentito forse dire ciò che pensi, ma è sicuramente possibile non esprimersi. Tutto infatti è stato affidato nelle mani di uno solo. Egli non si serve neppure del consiglio dei suoi, ma solo del suo. Questa cosa non andrebbe molto diversamente qualora reggesse la repubblica quell'uomo che noi abbiamo seguito. Durante la guerra quando tutti noi correvamo uno stesso pericolo egli prendeva consiglio solo da se stesso e da certe persone assolutamente prive di buon senso e possiamo forse credere che in caso di vittoria sarebbe stato più aperto ai consigli altrui di quanto non lo era stato nell'incertezza del conflitto?Le guerre civili sono colme solo di sventure , guerre che i nostri antenati non hanno vissuto neanche una volta , (ma) che il nostro tempo vive, oramai, con una certa frequenza : ma non c'è nulla di più disgraziato della stessa vittoria: la quale (vittoria), anche se arride agli uomini più giusti, pur li rende piuttosto feroci e prepotenti, tal che, seppur non siano tali per natura, vi sono costretti dalla necessità (politica): colui che vince, infatti, si trova costretto a prendere, malvolentieri , molte decisioni , secondo l'istigazione di coloro che gli hanno propiziato la vittoria .