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Le meraviglie della natura versione latino Cicerone
Versione da vari libri di testo
Ego non mirer esse quemquam tam levem qui credat mundum... hi ut cultores optimi terrae constituti sunt.
Versione dal libro SO TRADURRE
Qui sibi persuadeat mundum effici ornatissimum et pulcherrimum e corporum concursione fortuita? ...
Versione da vari libri di testo
Ego non mirer esse quemquam tam levem qui credat mundum... hi ut cultores optimi terrae constituti sunt.
Non dovrei meravigliarmi che vi sia qualcuno tanto superficiale da credere che l'universo sia formato dal fortuito incontro degli elementi? Si osservi in primo luogo tutta la terra, posta nel punto centrale dell'universo, rivestita di fiori, di erbe, di alberi, di messi. . L'incredibile moltitudine di tutte queste cose si suddivide in un'infinita varietà. . Aggiungi a questo l'inesauribilità delle fonti, le mirabili altezze dei monti, l'immensità delle pianure; considera anche i filoni nascosti d'oro e d'argento e la robustezza illimitata del marmo!. Quante specie di animali, quali canti di uccelli!. Che potrei dire poi sulla specie degli uomini? Questi sono stati costituiti come gli abitatori per eccellenza della terra.
Versione dal libro SO TRADURRE
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Una lettera piena di sconforto alla moglie e ai figli
Autore: Cicerone
Cicero Terentiae suae s. Accepi Ab Aristocrito tres epistulas, quas ego lacrimis prope delevi. Conficior enim maerore, mes Terentia, nec meae me miseriae magis excruciant quam tuae vestraeque. Ego autem hoc miserior sum quam tu, quae es miserissima, quod ipsa calamitas communis est utriusque nostrum, sed culpa mae propria est. Meum officium vel legatione vitare periculum, vel cadere fortiter. Hoc miserius, turpius, indignius nobis nihil fuit. Quare cum dolore conficiar, tum etiam pudore. Pudet enim me uxori meae optimae suavissimis liberis virtutem et diligentiam non praestitisse. Nam mihi ante oculos dies noctesque versatur squalor vester et maeror et infirmitas valetudinis tuae; spes autem salutis pertenuis ostenditur. Inimici sunt multi: invidi paene omnes.
Cicerone alla sua Terenzia. Ricevetti da Aristocrito tre epistole, le quali io distrussi subito dopo con le lacrime. Infatti sono consumato dalla tristezza, mia Terenzia, né più mi tormentano le mie infelicità quanto le tue e le vostre. Io invece questo sono, più infelice di te che sei in felicissima, per la stessa comune disgrazia è ognuno di noi due, ma la colpa è mia. Sarebbe stato il mio servizio ossia con la legazione di evitare il pericolo (dell’esilio), ossia di cadere valorosamente. Più misero, più ignobile, più indegno a questo non fu per noi. Per cui non solo con il dolore che ho ricevuto ma anche con il pudore. Infatti della mia buonissima moglie ai dolcissimi figli che non fossero superati per virtù e cura. Infatti davanti a me gli occhi, giorno e notte, sono (è) voltati verso lo squallore e la tristezza e la debolezza delle tua salute, la speranza mi appare invece della debolissima salute. I nemici sono molti, quasi tutti invidiosi.
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Sacrarium Cereris est apud Catinensis eadem religione qua Romae, qua in ceteris locis, qua prope in toto orbe terrarum. In eo sacrario intimo signum fuit Cereris perantiquum, quod viri non modo cuius modi esset sed ne esse quidem sciebant; aditus enim in id sacrarium non est viris; sacra per mulieres ac virgines confici solent. Hoc signum noctu clam istius servi ex illo religiosissimo atque antiquissimo loco sustulerunt. Postridie sacerdotes Cereris atque illius fani antistitae, maiores natu, probatae ac nobiles mulieres, rem ad magistratus suos deferunt. Omnibus acerbum, indignum, luctuosum denique videbatur. Tum iste permotus illa atrocitate negotii, ut ab se sceleris illius suspicio demoveretur, dat hospiti suo cuidam negotium ut aliquem reperiret quem illud fecisse insimularet, daretque operam ut is eo crimine damnaretur, ne ipse esset in crimine. Res non procrastinatur. Nam cum iste Catina profectus esset, servi cujusdam nomen defertur; is accusatur, ficti testes in eum dantur. Rem cunctus senatus Catinensium legibus judicabat. Sacerdotes vocantur; ex iis quaeritur secreto in curia quid esse factum arbitrarentur, quemadmodum signum esset ablatum. Respondent illae praetoris in eo loco servos esse visos. Res, quae esset jam antea non obscura, sacerdotum testimonio per-spicua esse coepit. Itur in consilium; servus ille innocens omnibus sententiis absolvitur, quo facilius vos hunc omnibus sententiis condemnare possitis
Gli abitanti di Catania hanno un sacrario di Cerere che nella loro città gode di un culto uguale a quello che gli è tributato a Roma e in tutte le altre località e, si può dire, in tutto quanto il mondo. Nella parte più interna di quel sacrario si trovava un'antichissima statua di Cerere, che le persone di sesso maschile non solo non conoscevano nel suo aspetto fisico, ma di cui ignoravano persino l'esistenza. Infatti a quel sacrario gli uomini non possono accedere: la consuetudine vuole che la celebrazione dei riti sacri avvenga per mezzo di donne sia maritate che nubili. Di notte e di nascosto gli schiavi di Verre portarono via questa statua da quel luogo dove la solennità del culto risaliva alla più veneranda antichità. Il giorno dopo le sacerdotesse di Cerere e le sovrintendenti di quel santuario, donne piuttosto anziane di specchiata virtù e di famiglia illustre, denunciano l'accaduto alle autorità di Catania. A tutti il fatto appariva doloroso, vergognoso, un vero e proprio lutto cittadino. Allora Verre, vivamente preoccupato dell’enormità del fatto, vuole allontanare da sé il sospetto di quell’azione scellerata e dà a un suo ospite l’incarico di trovare un accusato di comodo e di farlo condannare sotto quell'imputazione per non esserne imputato proprio lui. Senza frapporre tempo in mezzo, appena partito Verre da Catania, viene denunciato uno schiavo; segue regolare incriminazione nonché produzione di falsi testimoni a carico. In base alle leggi catanesi il giudizio era affidato al consiglio riunito al completo. Vengono citate le sacerdotesse e interrogate in udienza a porte chiuse sull'accaduto e sulle modalità del furto. Rispondono di aver visto nel tempio degli schiavi del governatore. La cosa, anche se già da prima non era oscura, in seguito alla deposizione delle sacerdotesse si fece subito chiarissima. Si passa alla votazione, e quello schiavo innocente viene assolto all'unanimità perché sia più facile a voi emettere all'unanimità sentenza di condanna a carico di questo nostro imputato.
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Quid est, patres conscripti, in Antonio praeter crudelitatem, petulantiam, effrenatam audaciam? quis tam prave, tam turpiter in cives se gessit? num monstrum magis horrendum et impuim in terris esse putatis? num vobis spes est antonium mitiorem fieri posse? quousque igitue is, qui omnes hostes scelere superavit, nomine hostium carebit? quando, di immortales, hanc urbem ab hoc inhonesto homine liberabitis?
Cosa c’è in Antonio, o senatori oltre alla crudeltà, l’aggressività, la sfrenata audacia? Chi si è comportato tanto malvagiamente, tanto vergognosamente nei confronti dei cittadini? Pensate forse che sulla terra possa esistere un mostro più orribile ed empio? Forse la vostra speranza è che Antonio possa diventare più mite? Fino a quando dunque egli, che superò in malvagità tutti i nemici, sarà privo dell’appellativo dei nemici? Quando, dei immortali, libererete questa città da questo spregevole individuo?
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Multam vero" inquit "operam, amici, frustra consumpsi; Critoni enim nostro non persuasi me hinc avolaturum neque mei quicquam relicturum. Verum tamen, Crito, si me adsequi potueris aut sicubi nanctus eris, ut tibi videbitur sepelito. Sed, mihi crede, nemo me vestrum, cum hinc excessero, consequetur". Praeclare is quidem, qui et amico permiserit et se ostenderit de hoc toto genere nihil laborare. Durior Diogenes, eadem is quidem sentiens, sed ut Cynicus asperius, proici se iussit inhumatum. Tum amici: "Volucribusne et feris?", "Minime vero, " inquit "sed bacillum propter me, quo abigam, ponitote. " "Qui poteris?" illi "Non enim senties. " "Quid igitur mihi ferarum laniatus oberit nihil sentienti?" Praeclare Anaxagoras, qui, cum Lampsaci moreretur, quaerentibus amicis velletne Clazomenas in patriam, si quid accidisset, auferri: "Nihil necesse est; " inquit "undique enim ad inferos tantundem viae est".
“Davvero ho sprecato invano molta fatica, amici; ” disse “infatti non sono riuscito a convincere il nostro Critone che io me ne volerò via di qua e che non lascerò nulla di me. Ma tutta via, Critone, se potrai seguirmi o se mi troverai da qualche parte, seppelliscimi come ti sembrerà opportuno. Ma, credimi, nessuno di voi mi raggiungerà, quando mi sarò allontanato da qui”. Egli (parlò) molto bene davvero, poiché (lett. : egli che) lasciò libera scelta all’amico e dimostrò che non si curava affatto di tutto queto genere (di cose). Più duro Diogene che la pensava anch’egli allo stesso modo. Ma come Cinico (si esprimeva) più crudamente, ordinò di gettarlo insepolto. Allora gli amici (dissero): “Agli uccelli e alle bestie feroci?”, “Niente affatto”, rispose, “ma mettetemi vicino un bastoncino con cui scacciarli”, “Come potrai?” (dissero) quelli “infatti non sentirai (nulla)”. “In che cosa mi danneggerà, dunque, il morso delle fiere, se non sentirò nulla?” Molto bene Anassagora, il quale, mentre stava morendo a Lampsaco, agli amici che gli domandavano se volesse essere portato in patria, a Clazomene, nel caso gli fosse capitato qualche cosa, disse: “Non è affatto necessario, da tutte le parti infatti c’è la stessa distanza (lett. : c’è altrettanto di strada) fino agli Inferi”.