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Ego minus saepe do ad vos litteras, quam possum, propterea quod cum omnia mihi tempora sunt misera, tum vero, cum aut scribo ad vos aut vestras lego, conficior lacrimis sic, ut ferre non possim. Quod utinam minus vitae cupidi fuissemus! certe nihil aut non multum in vita mali vidissemus. Quod si nos ad aliquam alicuius commodi aliquando recuperandi spem fortuna reservavit, minus est erratum a nobis; si haec mala fixa sunt, ego vero te quam primum, mea vita, cupio videre et in tuo complexu emori, quoniam neque di, quos tu castissime coluisti, neque homines, quibus ego semper servivi, nobis gratiam rettulerunt. Nos Brundisii apud M. Laenium Flaccum dies XIII fuimus, virum optimum, qui periculum fortunarum et capitis sui prae mea salute neglexit neque legis improbissimae poena deductus est, quo minus hospitii et amicitiae ius officiumque praestaret: huic utinam aliquando gratiam referre possimus! habebimus quidem semper. Brundisio profecti sumus a. d. II K. Mai. : per Macedoniam Cyzicum petebamus. O me perditum! O afflictum! Quid enim? Rogem te, ut venias? Mulierem aegram, et corpore et animo confectam. Non rogem? Sine te igitur sim? Opinor, sic agam: si est spes nostri reditus, eam confirmes et rem adiuves; sin, ut ego metuo, transactum est, quoquo modo potes ad me fac venias. Unum hoc scito: si te habebo, non mihi videbor plane perisse. Sed quid Tulliola mea fiet? iam id vos videte: mihi deest consilium. Sed certe, quoquo modo se res habebit, illius misellae et matrimonio et famae serviendum est. Quid? Cicero meus quid aget? iste vero sit in sinu semper et complexu meo. Non queo plura iam scribere: impedit maeror. Tu quid egeris, nescio: utrum aliquid teneas an, quod metuo, plane sis spoliata. Pisonem, ut scribis, spero fore semper nostrum. De familia liberanda nihil est quod te moveat: primum tuis ita promissum est, te facturam esse, ut quisque esset meritus; est autem in officio adhuc Orpheus, praeterea magno opere nemo; ceterorum servorum ea causa est, ut, si res a nobis abisset, liberti nostri essent, si obtinere potuissent, sin ad nos pertineret, servirent praeterquam oppido pauci. Sed haec minora sunt. Tu quod me hortaris, ut animo sim magno et spem habeam recuperandae salutis, id velim sit eiusmodi, ut recte sperare possimus. Nunc miser quando tuas iam litteras accipiam? quis ad me perferet? quas ego exspectassem Brundisii, si esset licitum per nautas, qui tempestatem praetermittere noluerunt. Quod reliquum est, sustenta te, mea Terentia, ut potes. Honestissime viximus, floruimus: non vitium nostrum, sed virtus nostra nos afflixit; peccatum est nullum, nisi quod non una animam cum ornamentis amisimus; sed, si hoc fuit liberis nostris gratius, nos vivere, cetera, quamquam ferenda non sunt, feramus. Atqui ego, qui te confirmo, ipse me non possum. Clodium Philetaerum, quod valetudine oculorum impediebatur, hominem fidelem, remisi. Sallustius officio vincit omnes. Pescennius est perbenevolus nobis, quem semper spero tui fore observantem. Sicca dixerat se mecum fore, sed Brundisio discessit. Cura, quoad potes, ut valeas et sic existimes, me vehementius tua miseria quam mea commoveri. Mea Terentia, fidissima atque optima uxor, et mea carissima filiola et spes reliqua nostra, Cicero, valete. Pr. K. Mai. Brundisio.
Vi scrivo meno di quanto potrei, perché, se ogni istante è miserabile per me quando poi scrivo a voi o leggo le vostre lettere, allora mi struggo in lacrime, da non poter resistere. Oh, se avessi meno desiderato la vita! Non avrei certamente veduto alcuno o molti mali nella vita stessa. Se dunque la fortuna mi ha risparmiato per qualche speranza di ricuperare prima o poi un poco di felicità, il mio errore non è stato grande; ma se queste sventure sono definitive, desidero vederti al più presto, o vita mia, e fra le tue braccia morire, dal momento che né gli dei, da te purissimamente onorati, né gli uomini, da me sempre serviti, ci contraccambiarono. Sono rimasto a Brindisi, presso Marco Lenio Flacco, tredici giorni. Persona ottima, egli trascurò, per salvarmi, il rischio di perdere i bene e la testa, e non si lasciò dissuadere dalla pena che commina una legge iniquissima, dal compiere i sacri doveri dell'ospitalità e dell'amicizia. Magari un giorno possa io contraccambiargli il beneficio! La riconoscenza sarà comunque eterna. Partii da Brindisi il 30 aprile, diretto a Cizico attraverso la Macedonia. Sono un uomo rovinato, un uomo abbattuto! Come potrei chiederti di raggiungermi, donna malata e stremata nelle forze fisiche e morali? Non te lo chiederò? Rimarrò dunque senza di te? Penso di fare così: se esistono speranze di un mio ritorno, rafforzale e datti da fare in questo senso; se, come temo, la partita è chiusa, cerca di raggiungermi a qualsiasi costo. Questo solo sappi bene: se ti avrò con me, non mi sembrerà di aver perso tutto. Ma che avverrà della mia piccola Tullia? Vedete ormai voi, io non so che ben fare. In ogni caso, è certo che quella poverina deve tener conto sia del suo matrimonio che della sua reputazione. E poi, che farà il mio Cicerone? Egli sì vorrei fosse sempre sulle mie ginocchia, fra le mie braccia. Non posso scrivere oltre, a questo punto; me lo impedisce lo sconforto. Cosa tu faccia lo ignoro, se possiedi qualcosa o, come temo, sia stata spogliata di tutto Pisone, come scrivi, spero sarà sempre dei nostri. Quanto alla liberazione degli schiavi, non c'è motivo di preoccuparti. Anzitutto ai tuoi fu promesso che avresti agito verso ciascuno secondo i suoi meriti, e ligio al suo dovere è tuttora Orfeo, nessun altro assolutamente. Quanto ai rimanenti servi, la cosa sta così: che se ci fossero alienati, divengano nostri liberti, qualora possano ottenerlo; se dipendessero ancora da noi, ci servano, a eccezione di pochissimi. Ma queste sono faccende di minor conto. Quanto alle tue esortazioni di confidare e sperare di riprender vita, vorrei fosse cosa in cui potessimo sperare legittimamente. Ora, infelice, quando più riceverò una tua lettera? Chi me la porterà? L'avrei aspettata a Brindisi, se non l'avessero permesso i marinai, mentre non vollero lasciarsi sfuggire il bel tempo. Per il resto, vivi, o mia Terenzia, col medesimo decoro, come puoi fare. Siamo vissuti floridamente, fummo abbattuti non da una colpa, ma da un merito: nessuna colpa abbiamo commesso, tranne quella di non aver abbandonato la vita insieme ai suoi ornamenti. Ma se fu più gradevole ai nostri figli che noi vivessimo, sopportiamo tutto il resto, per quanto sia insopportabile! Eppure io, che cerco di farti coraggio, non posso darne a me stesso. Ho rimandato indietro Clodio Filetero, elemento fedele, perché angustiato dal male agli occhi. Sallustio supera tutti in zelo; Pescennio è devotissimo a me, e spero sarà sempre riguardoso verso di te. Sicca mi aveva promesso di stare con me, ma poi è partito da Brindisi. Cerca, come puoi, di star sana e, credi che io mi turbo più per la tua infelicità che per la mia. Terenzia mia, fedelissima e ottima moglie, e mia carissima figliola, e tu, speranza mia superstite, Cicerone, state bene. Brindisi, 30 Aprile
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Un furto fallito di Verre ad Agrigento
Autore: Cicerone
Versione da littera litterae n. 1 pag. 207
Clamor a vigilibus fanique custodibus tollitur; qui primo cum obsistere ac defendere conarentur, male mulcati clavis ac fustibus repelluntur. Postea convulsis repagulis ecfractisque valvis demoliri signum ac vectibus labefactare conantur. Interea ex clamore fama tota urbe percrebruit expugnari deos patrios, non hostium adventu necopinato neque repentino praedonum impetu, sed ex domo atque ex cohorte praetoria manum fugitivorum instructam armatamque venisse. Nemo Agrigenti neque aetate tam adfecta neque viribus tam infirmis fuit qui non illa nocte eo nuntio excitatus surrexerit, telumque quod cuique fors offerebat arripuerit. Itaque brevi tempore ad fanum ex urbe tota concurritur. Horam amplius iam in demoliendo signo permulti homines moliebantur; illud interea nulla lababat ex parte, cum alii vectibus subiectis conarentur commovere, alii deligatum omnibus membris rapere ad se funibus. Ac repente Agrigentini concurrunt; fit magna lapidatio; dant sese in fugam istius praeclari imperatoris nocturni milites.
Un urlo si leva dalle guardie e dai custodi del tempio: i quali, prima tentando di opporsi e difendere il tempio, malmenati, vengono cacciati con bastoni e e spranghe.
Dopo, divelti i chiavistelli e manomessi i battenti, tentano di distruggere la statua e smuoverla con leve. Nel frattempo, si diffuse in tutta la città la voce che i dei della patria erano stati catturati, non con un inaspettato arrivo dei nemici, né con un improvviso assalto dei banditi ma che proveniva dalla corte pretoriana e dalla patria l'esercito di schiavi, armato e schierato. Ad Agrigento non vi fu nessuno di età tanto avanzata né di energie tanto deboli, che in quella notte animato da quel messaggio non s’alzasse, e non afferrasse l'arma che la sorte offriva a ciascuno. Dunque in breve tempo si accorse al tempio da tutta la città. Già da più di un’ora moltissimi uomini si affannavano a tirar giù la statua; quella nel frattempo non vacillava da nessuna parte, sebbene gli uni provassero a smuovere) con leve poste al di sotto, gli altri a trascinar verso di sé dopo averla legata con funi a tutte le membra. Ecco che improvvisamente gli abitanti di Agrigento accorrono; si verifica una grande sassaiola; i soldati notturni di codesto famosissimo governatore si danno alla fuga.
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Testo latino Cicero Attico suo salutem dicit. Cum sciam quo die venturus sim, te certiorem faciam. . Impedimenta exspectanda sunt quae Anagnià veniunt, sed familia (la servitù) aegra est. Litterae mihi ab Octaviano redditae sunt. Veteranos, qui sunt Casilini et Calatiae, perduxit ad suam sententiam. Nec mirum est: quingenos denarios dat. Plane hoc spectat: ut bellum cum Antonio geratur. Itaque video paucis diebus nos in armis fore. Quem autem sequamur? Octavianus a me postulat ut clam colloquatur mecum vel Capuae vel non longe a Capua. Puerile quidem hoc est, si id putat clam fieri posse. Docui per litteras id nec opus esse nec ullo loco clam fieri posse. Misit ad me Caecinam quendam, qui nuntiavit Antonium cum legione una ad Urbem pergere. Octavianus consultabat utrum Romam proficisceretur an Capuam teneret an iret ad tres legiones Macedonicas, quas sperat suas esse. Equidem suasi ut Urbem peteret. Nunc ruri sum et consilium tuum exquiro: Romam venio an hic maneo an Arpinum fugiam? Hoc igitur explica.
Cicerone saluta il suo (amico) Attico. Quando saprò in quale giorno starò per venire te lo farò sapere. Si devono aspettare i bagagli che giungono da Anagni, la servitù è indisposta. Le lettere mi sono state recapitatate da Ottaviano. Ha guadagnato dalla sua parte i veterani, che si trovano a Casilino e Calazia. Non fa meraviglia: offre cinquecento denari ciascuno. Considera ciò chiaramente: per dirigere le operazioni militari con Antonio. Perciò io considero che tra qualche giorno saremo in guerra. Lo seguiremo? Ottaviano mi chiede di parlare di nascosto con me o a Capua o non lontano da Capua. Questo è sciocco, se pensa che ciò possa avvenire di nascosto. Ho messo al corrente tramite lettera che ciò non è necessario né in alcun luogo possa di nascoto avvenire. Ha mandato da me un certo Cecina, il quale ha raccontato che Antonio di dirige con una legione a Roma. Ottaviano rifletteva se partire per Roma o raggiungere Capua o andare alle tre legioni Macedoniche che spera siano sue. Certamente sono convinto di partire per Roma. Ora mi trovo in campagna ed chiedo il tu oparere: vengo a Roma o resto qui o fuggirò ad Arpino? Chiarisci(mi) dunque questo.
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Vetus est haec opinio, iudices, quae constat ex antiquissimis Graecorum litteris ac monumentis (dalle testimonianze scritte), insulam Siciliam totam esse Cereri et Liberae consecratam. Hoc cum ceterae gentes sic arbitrantur, tum ipsis Siculis ita persuasum est (gli stessi Siciliani ne sono talmente convinti) ut in animis eorum insitum atque innatum esse videatur. Nam et natas esse in iis locis deas et fruges in ea terra primum repertas esse arbitrantur et raptam esse Liberam, quam eandem Proserpinam vocant, ex Hennensium nemore, qui locus, quod in media est insula situs, umbilicus Siciliae nominatur. Quam cum investigare et conquirere Ceres vellet, dicitur infIammasse taedas iis ignibus qui ex Aetnae vertice erumpunt, quas sibi cum ipsa praeferret (e protendendole dinanzi a sé), orbem omnem peragrasse terrarum.
È antica tradizione, che si fonda su antichissimi documenti e testimonianze dei Greci, che l’isola di Sicilia sia tutta quanta consacrata a Cerere ed a Libera. Gli stessi Siciliani ne sono convinti a tal punto che ciò sembra essere impresso nei loro animi ed innato. Infatti ritengono che queste dee siano originarie di questi luoghi e ritengono anche che in tale regione si sia avuta per la prima volta la scoperta dei cereali, e che Libera, che essi chiamano anche Proserpina, sia stata rapita dagli abitanti di Enna dal bosco, luogo che, poiché si trova in mezzo all’isola, è chiamato della Sicilia. Si tramanda che Cerere, volendo seguire le tracce di lei (Proserpina) ed andare in cerca della stessa, accendesse delle fiaccole, che portò con sé per tutto il suo viaggio nel mondo, con il fuoco che erompe dal cratere dell’Etna.
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De humatione et sepultura Socrates quid senserit, apparet in eo libro in quo Plato eius mortem descripsit. Cum enim de immortalitate animorum disputavisset et iam mortis tempus urgeret, rogatus a Critone quem ad modum sepeliri vellet, dixit: “Multam vero operam, amici, frustra consumpsi: Critoni enim nostro manifestum nondum est me hinc avolaturum esse neque mei quicquam relicturum esse”. Durior Diogenes, eadem is quidem sentiens, sed ut Cynicus asperius, proici se iussit inhumatum. Tum amici: “Volucribusne et feris?”; is respondit : “ Quomodo mihi, nihil (“nulla, acc. ) sentienti, ferarum laniatus nocebit?”. Praeclare Anaxagoras, qui, cum Lampsaci mortem occumberet, quaerentibus amicis velletne (congiuntivo imperfetto del verbo irregolare volo) Clazomenas, in patriam, auferri (inf. Pres. Passivo da Aufero), dixit: “Minime: undique enim ad inferos tantundem viae est”.
Ciò che Socrate pensò sulla tumulazione e sulla sepoltura, viene scritto in quel libro dove Platone parla della sua morte. Poiché parlava dell'immortalità delle anime e già era tempo di morire, Critone domandò come volesse essere sepolto, e disse: "ho fatto o Amici, molte cose in vero senza (averne) voglia: il nostro Critone infatti non sa bene che io me ne volerò via di qua e non lascerò niente di me". Più duro Diogene, udendo la stessa cosa, ma, essendo Cinico, rispose che disse di voler essere inumato. Allora gli amici allibirono; egli rispose: "Che cosa mi recherà danno, che io possa sentire?" Il famosissimo Anassagora, che, vedendo la morte di Lampsaco, voleva essere portato via dagli amici da Clazomene, disse: "(Non ti nuocerà) per niente: infatti agli inferi c'è ovunque una strada che porta in ogni luogo".
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