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Magna iam eloquentia est utendum atque ita velut superiore e loco contionandum, ut homines mortem vel optare incipiant vel certe timere desistant. Nam si supremus ille dies non vitae extinctionem, sed commutationem adfert loci, quid optabilius? Sin autem perimit ac delet omnino, quid melius quam in mediis vitae laboribus abdormiscere et ita coniventem somno consopiri sempiterno? Quod si fiat, melior Enni quam Solonis oratio. Hic enim noster: " Nemo me lacrimis decoret? inquit? nec funerea fletu faxit". At vero ille sapiens: " Mors mea ne careat lacrimis: linquamus amicis maerorem, ut celebrent funerea cum gemitu". Nos vero, si quid tale acciderit, ut a deo denuntiatum videatur ut exeamus e vita, laeti et agentes gratias pereamus emittique nos e custodia et levari vinclis arbitremur, ut aut in aeternam et plane in nostram domum remigremus aut omni sensu molestiaque careamus; sin autem nihil denuntiabitur, eo tamen simus animo, ut horribilem illum diem aliis nobis faustum putemus nihilque in malis ducamus, quod sit vel a dis immortalibus vel a natura parente omnium constitutum. Non enim temere nec fortituito sati et creati sumus, sed profeto fuit quaedam vis quae generi consuleret humano nec id gigneret aut alerei, quod cum exanclavisset omnes labores, tum incideret in mortis malum sempiternum: portum potius paratum nobis et perfugium putes. Quo utinam velis passis pervehi liceat! sin reflantibus ventis reiciemur, tamen eodem paulo tardius referamur necesse est. quod autem omnibus necesse est, idne miserum esse uni potest? Habes epilogum, ne quid preatermissum aut relictum putes.
Bisogna usare una grande eloquenza e per esempio si deve arringare dalla tribuna oratoria in modo che gli uomini o comincino a cercare la morte o certamente rinuncino a temerla. Infatti se quell'estremo giorno della vita arreca non l'annullamento ma un cambiamento di luogo, cosa c'è di più desiderabile? se invece annienta e cancella completamente, cosa c'è di meglio che assopirsi nel bel mezzo delle attività della vita e così, chiudendo gli occhi, addormentarsi in un sonno senza risveglio? E se ciò accade, sarebbe migliore il discorso di Ennio che quello di Solone. Costui infatti a noi: '' Nessuno mi onori con le lacrime, '' disse, '' né faccia funerali con lamenti ''. Mentre quell'altro sapiente: '' La mia morte non sia priva di lacrime: lasciamo il lutto agli amici, affinché celebrino i funerali con lamenti''. Quanto a noi, se in qualche circostanza crediamo di vedere un segno che ci manda la divinità per farci andar via da questa vita, obbediamo lieti e riconoscenti, e pensiamo che questo significa per noi la liberazione dal nostro carcere e lo scioglimento dalle catene che ci tenevano legati, significa la possibilita o di tornare alla dimora eterna e veramente nostra, o di trovarci liberi dalla sensibilità e da ogni pena. Se invece non avremo nessun segno, disponiamo il nostro spirito in modo da poter ritenere felice per noi questo giorno per gli altri così orribile, senza considerare male ciò che gli dei immortali o la madre di tutti, la natura, hanno stabilito. Non è stato a caso, e senza un fine ben determinato, che noi siamo stati generati e messi al mondo: c'è stata indubbiamente una forza che ha il compito di pensare al genere umano, una forza che non avrebbe prodotto e nutrito una creatura per farle patire fino all'ultimo ogni sorta di pene, e poi precipitarla nel male eterno della morte. Considera piuttosto, la morte, come un porto, un rifugio predisposto per noi. "Oh, potessimo entrarci a vele spiegate! Ma se anche il vento contrario ci respinge, è sempre li che dobbiamo inevitabilmente arrivare, tutt'al più con un pò di ritardo. e quello che è un destino ievitabile per tutti come può essere motivo di infelicità per uno solo? Eccoti l'epilogo, a meno tu non ritenga che io abbia trascurato o omesso qualche cosa
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Quamquam id quidem cum saepe alias, tum Pyrrhi bello a C. Fabricio consule iterum et a senatu nostro iudicatum est. Cum enim rex Pyrrhus populo Romano bellum ultro intulisset cumque de imperio certamen esset cum rege generoso ac potente, perfuga ab eo venit in castra Fabricii eique est pollicitus, si praemium sibi proposuisset, se, ut clam venisset, sic clam in Pyrrhi castra rediturum et eum veneno necaturum. Hunc Fabricius reducendum curavit ad Pyrrhum idque eius factum laudatum a senatu est. Atqui si speciem utilitatis opinionemque quaerimus, magnum illud bellum perfuga unus et gravem adversarium imperii sustulisset, sed magnum dedecus et flagitium, quicum laudis certamen fuisset, eum non virtute, sed scelere superatum. Utrum igitur utilius vel Fabricio, qui talis in hac urbe qualis Aristides Athenis fuit, vel senatui nostro, qui numquam utilitem a dignitate seiunxit, armis cum hoste certare an venenis? Si gloriae causa imperium expetendum est, scelus absit, in quo non potest esse gloria: sin ipsae opes expetuntur quoquo modo, non poterunt utiles esse cum infamiaSatis persuasum esse debet, nihil esse utile, quod non honestum sit.
Ebbene, se guardiamo l’apparenza e l’opinione comune dell’utilità, un solo disertore avrebbe tolto di mezzo (sustulisset) quella grande guerra e un pericoloso nemico dell’impero, ma sarebbe stato (sottinteso erat) grande disonore e vergogna che fosse vinto (superatum sottintende esse, predicato di un’infinitiva) non con il coraggio, ma con un tradimento (ablativi di strumento) colui (eum, soggetto dell’infinitiva) con il quale (quicum è forma alternativa per quocum) c’era stata contesa per la fama. Dunque sarebbe stato più utile o per Fabrizio, il quale fu in questa città così come fu Aristide ad Atene, o per il senato, il quale mai separò l'utilità dalla dignità, combattere contro il nemico con le armi o con il veleno? Se si deve aspirare alla supremazia per la gloria, ci si astenga dal delitto, nel quale non può esserci gloria, se al contrario si cerca di ottenere la potenza (opes, opum, plurale di ops, opis) in qualunque modo, essa non potrà essere utile se unita all’infamia Fabrizio lo fece ricondurre da Pirro e questa sua azione fu lodata dal senato. Infatti, (enim, non etiam) poiché il re Pirro aveva mosso guerra al popolo romano senza essere stato provocato e c’era una contesa per il potere con un re nobile e potente, un disertore giunse da lui nell’accampamento di Fabrizio e gli fece l’offerta che, se Fabrizio gli avesse promesso una ricompensa, egli stesso, come di nascosto era venuto, così di nascosto sarebbe tornato nell’accampamento di Pirro e lo avrebbe ucciso con un veleno. D’altra parte ciò senza dubbio, come spesso altre volte, così è stato giudicato da Fabrizio console per la seconda volta e dal nostro senato nella guerra contro Pirro. Bisogna essere profondamente persuasi che non c’è nulla di utile che non sia (relativa di tipo consecutivo, con verbo al congiuntivo) onesto.
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Si per L. Metellum licitum esset, iudices, matres illorum miserorum sororesque veniebant. Quarum una, cum ego ad Heracleam noctu accederem, cum omnibus matronis eius civitatis et cum multis facibus mihi obviam venit, et ita me suam salutem appellans, te suum carnificem nominans, fili nomen implorans, mihi ad pedes misera iacuit quasi ego eius excitare ab inferis filium possem. Faciebant hoc itidem ceteris in ciuitatibus grandes natu matres et item parui liberi miserorum; quorum utrumque aetas laborem et industriam meam, fidem et misericordiam uestram requirebat. Itaque ad me, iudices, hanc querimoniam praeter ceteras Sicilia detulit; lacrimis ego huc, non gloria inductus accessi, ne falsa damnatio, ne carcer, ne catenae, ne uerbera, ne secures, ne cruciatus sociorum, ne sanguis innocentium, ne denique etiam exsanguia corpora mortuorum, ne maeror parentum ac propinquorum magistratibus nostris quaestui posset
Traduzione
Se Lucio Metello lo avesse consentito, o giudici, erano pronte a presentarsi qui le madri e le sorelle di quegli infelici. Una di queste, mentre io mi stavo avvicinando a Eraclea, mi venne incontro con tutte le donne sposate di quella città alla luce di molte fiaccole, e rivolgendosi a me con l'appellativo di salvatore, chiamando te suo carnefice, invocando fra le lacrime il nome del figlio, l'infelice si prostrò ai miei piedi, quasi che io potessi risuscitare suo figlio dai morti Allo stesso modo facevano così in altre città le grandi donne nobili e i piccoli figli degli umili, l'età di entrambi i quali richiedeva la mia fatica e il mio impegno e la vostra attenzione e pietà. Giudici, e così la Sicilia mi portò fra tutte le altre cose questo lamento spinto dalle lacrime e non dalla gloria sono arrivato fin qui affinché ne una falsa condanna né il carcere, né le catene, né le frustate, né le scuri, né la tortura dei compagni, né il sangue degli innocenti e neppure infine i corpi esangui dei morti, neppure il pianto dei genitori e degli amici potesse essere usato come strumento di guadagno dai nostri magistrati.
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Quam ob rem magnopere te hortor, mi Cicero, ut non solum orationes meas, sed hos etiam de philosophia libros, qui iam illis fere se aequarunt, studiose legas, --vis enim maior in illis dicendi, sed hoc quoque colendum est aequabile et temperatum orationis genus. Et id quidem nemini video Graecorum adhuc contigisse, ut idem utroque in genere elaboraret sequereturque et illud forense dicendi et hoc quietum disputandi genus, nisi forte Demetrius Phalereus in hoc numero haberi potest, disputator subtilis, orator parum vehemens, dulcis tamen, ut Theophrasti discipulum possis agnoscere. Nos autem quantum in utroque profecerimus, aliorum sit iudicium, utrumque certe secuti sumus.
Equidem et Platonem existimo si genus forense dicendi tractare voluisset, gravissime et copiosissime potuisse dicere et Demosthenem si illa, quae a Platone didicerat, tenuisset et pronuntiare voluisset, ornate splendideque facere potuisse; eodemque modo de Aristotele et Isocrate iudico, quorum uterque suo studio delectatus contempsit alterum.
Perciò ti esorto vivamente, o mio Cicerone, a leggere con amore non solo le mie orazioni, ma anche questi miei libri filosofici, che ormai le uguagliano per mole e per numero: certo in quelle vi è un maggior vigore di stile, ma è ben degno d'esser coltivato questo mio stile di scrittura piana e pacata. Francamente, a quanto mi è dato di vedere, nessuno dei Greci ha avuto finora la fortuna di riuscire allo stesso modo nell'uno e nell'altro genere, coltivando a un tempo quel genere che è proprio del foro, e questo, più tranquillo, che è proprio del ragionare, anche se non si può includere nel numero di costoro Demetrio di Falereo, ragionatore sottile, oratore poco vigoroso, ma tuttavia piacevole, per cui si può riconoscere in lui un discepolo di Teofrasto. Quanto a me, quale sia stato il mio contributo nell'uno e nell'altro genere, non sta a me giudicare; in realtà io ho praticato entrambi i generi. Personalmente sono convinto che Platone, se avesse voluto trattare il genere forense, sarebbe diventato un potentissimo ed eloquentissimo oratore, e che Demostene, se avesse assimilato del tutto le dottrine apprese da Platone, e avesse voluto esporle, l'avrebbe fatto con molta eleganza e splendore; e lo stesso giudizio esprimo su Aristotele e Isocrate; purtroppo sia l'uno che l'altro, innamorato ciascuno della propria disciplina, tenne in poco conto quella dell'altro.
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Est autem quaedam animi sanitas, quae in insipientem etiam cadat, cum curatione et perturbatione medicorum conturbatio mentis aufertur. Et ut corporis est quaedam apta figura membrorum cum coloris quadam suavitate eaque dicitur pulchritudo, sic in animo opinionum iudiciorumque aequabilitas et constantia cum firmitate quadam et stabilitate virtutem subsequens aut virtutis vim ipsam continens pulchritudo vocatur. Itemque viribus corporis et nervis et efficacitati similes similibus quoque verbis animi vires nominantur. Velocitas autem corporis celeritas appellatur, quae eadem ingenii etiam laus habetur propter animi multarum rerum brevi tempore percursionem. Illud animorum corporumque dissimile, quod animi valentes morbo temptari non possunt, corpora possunt; sed corporum offensiones sine culpa accidere possunt, animorum non item, quorum omnes morbi et perturbationes ex aspernatione rationis eveniunt. Itaque in hominibus solum existunt; nam bestiae simile quiddam faciunt, sed in perturbationes non incidunt. Inter acutos autem et inter hebetes interest, quod ingeniosi, ut aes Corinthium in aeruginem, sic illi in morbum et incidunt tardius et recreantur ocius, hebetes non item. Nec vero in omnem morbum ac perturbationem animus ingeniosi cadit; non enim in ulla ecferata et immania; quaedam autem humanitatis quoque habent primam speciem, ut misericordia aegritudo metus. Aegrotationes autem morbique animorum difficilius evelli posse putantur quam summa illa vitia, quae virtutibus sunt contraria. Morbis enim manentibus vitia sublata esse possunt, quia non tam celeriter sanantur quam illa tolluntur.
Vi è poi un'altra sanità dell'animo, che può possedere anche l' insipiente, quando, mercé la cura medica, è libero! da malattie dello spirito. E come c'è del corpo una ben tagliata conformazione delle membra congiunta con una dolcezza di colorito e si dice 'bellezza, così riguardo all'animo il costante equilibrio delle opinioni e dei giudizi, congiunto con una saldezza incrollabile, conseguenza della virtù e comprendente in sé la essenza stessa della virtù, si chiama bellezza. Con parole pure simili si nominano le forze dell'animo simili a quelle del corpo, ai suoi nervi, alla sua attività. Quella che riguardo al corpo chiamasi agilità, riguardo all'animo dicesi celerità; essa si considera nel tempo stesso come pregio dell'ingegno per la capacità dell'animò di pensare in breve tempo a molte cose. . - Fra l'animo e il corpo una differenza è che Piùdifficilmente colpa, quelli dell ani mo no, perché tutte le sue malattie e i suoi turbamenti nascono dal trascurare la ragione. Perciò hanno luogo soltanto negli uomini; poiché i bruti sono soggetti a qualcosa di simile, ma scevri da turbamenti. Tra le persone che hanno acume e quelle ottuse possa la differenza che, come si comporta il bronzo di Corinto rispetto alla ruggine, così gli uomini d'ingegno si ammalano molto tardi e si guariscono molto presto, quelli d'ingegno ottuso invece no. Né l'animo dell'uomo d'ingegno è soggetto ad ogni malattia, poiché molte sono addirittura selvagge, alcune al primo aspettò soltanto hanno l'apparenza di sentimenti umani, come la compassione, l'afflizione, il timore. Le infermità e le malattie dell'animo si crede possano sradicarsi più difficilmente dei vizi gravissimi, opposti alle virtù. Difatti, pur rimanendo le malattie, i vizipossono essere tolti, perché quelle non si guariscono con la stessa rapidità con cui quelli si tolgono. Eccoti quello che, con brevità e precisione, gli Stoici discutono intorno alle passioni e chiamano logica, perché si discute con molta esattezza. Giacché il mio discorso ha preso il largo, come da scogli aspri e irti di punte, nella restante disputa avanziamo a vele spiegate, purché io abbia spiegato le cose abbastanza chiaramente, tenuto conto dell'oscurità dell'argomento.