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Nullum est dubium quin civitates, optime constitutae legibus et moribus, ad amplissima munera rei publicae sint promoturae eos viros, qui excellant inter omnes consilio, prudentia, fortitudine, quibus sine virtutibus nulla potest regi res publica. Est enim civitas quasi corpus hominis, cuius in capite nisi insit consilium, nemo dubitare potest quin futurum sit ut numquam perspiciatur recte faciendi vel non faciendi ratio, quae una ad optatos exitus omnia dirigit nostra vel dicta vel facta. Cum hac arctissime coniuncta est prudentia, quae vivendi ars et dici et haberi potest. Ipsa constat ex scientia rerum bonarum et malarum, quae maxima debet esse in iis, qui rei publicae praesunt, ut civibus via demonstretur, qua possint ea appetere, quae cum communi omnium civium utilitate coniuncta sint, ea declinare, quae saluti totius civitatis nocitura videantur. si quaeris quidnam effectura sit fortitudo, invenies fortitudinem esse rerum magnarum eam appetitionem, qua vel minimae civitates ad maximam omnium rerum facultatem provehantur.
Non vi è alcun dubbio che le città, assai bene organizzate da leggi e costumi, promuoveranno alle più alte cariche dello stato quegli uomini, che si distinguono fra tutti per saggezza, prudenza, coraggio, virtù senza le quali nessuno stato può essere amministrato. Una città è infatti come il corpo di un uomo, se nella testa del quale non vi si trova senno, nessuno può dubitare che accadrà che la ragione, che sola dirige tutte le nostre parole o azioni ai fini desiderati, mai riconoscerà chiaramente di agire o non agire giustamente. Assai strettamente associata a questa è la prudenza, che può essere e definita e stimata l'arte del vivere. La stessa consta della conoscenza delle cose buone e cattive, che grandissima deve essere in coloro che sono a capo dello stato, affinché ai cittadini venga indicata la strada, per mezzo della quale essi possano cercare di raggiungere quelle cose che sono connesse con l'utilità pubblica di tutti i cittadini, possano schivare quelle cose che sembra danneggeranno l'incolumità di tutta la città. Se chiedi che mai produrrà il coraggio, scoprirai che il coraggio è quel desiderio di grandi cose, per mezzo del quale per esempio le piccolissime città progrediscono ad una straordinaria abbondanza di grandi cose.
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Una questione per Socrate
Autore: Cicerone
Versione da Nova Lexis 2 nr. 1 a pag. 19
Cum a discipulo Socrates interrogaretur nonne beatissimum putaret Archesilaum, Perdiccae filium, qui tum potentissimus erat, respondit: "Haud scio quid dicam et quomodo iudicem. Numquam enim cum eo collocutus sum nec qui sint eius mores nescio". Cui discipulus: "Cur haec? Aliter ergo id scire non potes?". "Nullo modo qualis sit homo iudicare possum, nisi quid sentiat audivero". "Tu igitur ne de Persarum rege quidem potes dicere beatusne sit?". "Quomodo ego id possum, cum ignorem quam sit doctus, quam sit bonus?". "Quid? In qua re putas sitam esse beatam vitam? Vel quae putas necessaria esse ad beatam vitam?". "Ego prorsus existimo bonos beatos, improbos miseros esse". "Miserum ergo Archelaum arbitraris esse?". "Nescio utrum beatus an miser sit, cum eum non noverim. At, si iniustus et improbus, certe miser et infelix est".
Interrogato da un discepolo se non considerava felicissimo Archesilao, figlio di Perdicca, che a quel tempo era molto potente - Socrate rispose: "Non saprei che dire o secondo quali parametri giudicare; in effetti non gli ho mai parlato e non conosco affatto quali siano le sue abitudini". E il discepolo di tutta risposta : "E che c'entra? ? Non potresti saperlo in un altro modo, dunque?". "Non posso in alcun modo giudicare che uomo sia senza aver ascoltato come la pensa". "Insomma, tu - neanche a riguardo del re di Persia - sei in grado di affermare se sia felice?" "In che modo potrei, se ignoro la sua dottrina e la sua bontà quanto sia?". "Che? Tu ritieni che una vita felice consista in ciò ? Ovvero, quali cose tu ritieni necessarie ad una vita felice?". "Io ritengo - in modo perentorio - che i buoni siano felici, e i cattivi infelici". "Dunque, tu consideri Archelao infelice?". "Non so se è felice o infelice, dato che non lo conosco! Comunque, se è ingiusto e cattivo, di certo è misero e infelice!".
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Un severo monito ai catilinari
Autore: Cicerone
Nunc illos, qui in urbe remanserunt, atque adeo qui contra urbis salutem omniumque vestrum in urbe a Catilina relicti sunt, quamquam sunt hostes, tamen, quia sunt cives, monitos etiam atque etiam volo. Mea lenitas adhuc si cui solutior visa est, hoc expectavit, ut id, quod latebat, erumperet. Quod reliquum est, iam non possum oblivisci meam hanc esse patriam, me horum esse consulem, mihi aut cum his vivendum aut pro his esse moriendum. Nullus est portis custos, nullus insidiator viae; si qui exire volunt, conivere possum; qui vero se in urbe commoverit, cuius ego non modo factum, sed inceptum ullum conatumve contra patriam deprehendero, sentiet in hac urbe esse consules vigilantis, esse egregios magistratus, esse fortem senatum, esse arma, esse carcerem, quem vindicem nefariorum ac manifestorum scelerum maiores nostri esse voluerunt.
Ora, a coloro che sono rimasti in città, anzi a coloro che Catilina ha lasciato in città a minacciare la città stessa e la vita di tutti voi, voglio dare ancora una volta un avvertimento; sono nemici, è vero, ma cittadini di nascita. L'indulgenza che ho mostrato finora, se poteva sembrare debolezza, era finalizzata a smascherare quel che stava nascosto. Ma ormai non posso più dimenticare che questa è la mia patria, che io sono il vostro console, che devo vivere con voi o morire per voi. Non ci sono guardie alle porte, non ci sono insidie per strada: se vogliono partire, posso far finta di niente. Ma se qualcuno creerà disordini in città, se lo scoprirò non solo ad attuare, ma solo a tentare un'azione eversiva, imparerà a sue spese che a Roma ci sono consoli attenti, magistrati egregi, un Senato forte, armi, un carcere voluto dai nostri antenati per punire gli empi reati che siano stati colti in flagrante.
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Archia deve avere la cittadinanza romana
versione latino cicerone
testo latino non disponibile la traduzione si.
Dunque tante persone reclamano, anche dopo la morte, uno straniero, che fu un poeta; e noi rifiuteremo Archia, che è vivo e già ci appartiene, per sua scelta e per la legge? Non dimentichiamo che Archia ha messo più volte la sua arte e il suo talento per celebrare la grandezza e il prestigio del popolo Romano. Quando infatti era ancora un ragazzo, trattò delle campagne contro i Cimbri e piacque persino a Caio Mario, che pure sembrava alquanto insensibile alla poesia. D'altra parte, nessuno è così ostile alle Muse da non sopportare che l'eterna lode delle sue imprese sia affidata facilmente alla poesia. Si dice che il famoso Temistocle, il sommo ateniese, interrogato su quale voce ascoltasse più volentieri declamare, abbia risposto: 'Quella di colui dal quale il suo valore sarebbe stato declamato nel modo migliore'. Allo stesso modo Mario predilesse L. Plozio dal cui ingegno credeva potessero essere celebrate le sue imprese.
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Nullum est dubium quin civitates, optime constitutae legibus et moribus, ad amplissima munera rei publicae sint promoturae eos viros, qui excellant inter omnes consilio, prudentia, fortitudine, quibus sine virtutibus nulla potest regi res publica. Est enim civitas quasi corpus hominis, cuius in capite nisi insit consilium, nemo dubitare potest quin futurum sit ut numquam perspiciatur recte faciendi vel non faciendi ratio, quae una ad optatos exitus omnia dirigit nostra vel dicta vel facta. Cum hac arctissime coniuncta est prudentia, quae vivendi ars et dici et haberi potest. Ipsa constat ex scientia rerum bonarum et malarum, quae maxima debet esse in iis, qui rei publicae praesunt, ut civibus via demonstretur, qua possint ea appetere, quae cum communi omnium civium utilitate coniuncta sint, ea declinare, quae saluti totius civitatis nocitura videantur. si quaeris quidnam effectura sit fortitudo, invenies fortitudinem esse rerum magnarum eam appetitionem, qua vel minimae civitates ad maximam omnium rerum facultatem provehantur.
Non vi è alcun dubbio che le città, assai bene organizzate da leggi e costumi, promuoveranno alle più alte cariche dello stato quegli uomini, che si distinguono fra tutti per saggezza, prudenza, coraggio, virtù senza le quali nessuno stato può essere amministrato. Una città è infatti come il corpo di un uomo, se nella testa del quale non vi si trova senno, nessuno può dubitare che accadrà che la ragione, che sola dirige tutte le nostre parole o azioni ai fini desiderati, mai riconoscerà chiaramente di agire o non agire giustamente. Assai strettamente associata a questa è la prudenza, che può essere e definita e stimata l'arte del vivere. La stessa consta della conoscenza delle cose buone e cattive, che grandissima deve essere in coloro che sono a capo dello stato, affinché ai cittadini venga indicata la strada, per mezzo della quale essi possano cercare di raggiungere quelle cose che sono connesse con l'utilità pubblica di tutti i cittadini, possano schivare quelle cose che sembra danneggeranno l'incolumità di tutta la città. Se chiedi che mai produrrà il coraggio, scoprirai che il coraggio è quel desiderio di grandi cose, per mezzo del quale per esempio le piccolissime città progrediscono ad una straordinaria abbondanza di grandi cose.