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Dopo lungo tempo, a Roma, nel Circo Massimo, c'era un sanguinoso spettacolo di caccia per il popolo. Nel circo c'era grande abbondanza di animali feroci: il leone aveva prestanza ed imponenza di corpo, e ferocia di volto. Quando la belva vede Androclo da lontano, si avvicina in maniera calma e poco alla volta all'uomo sventurato, scuote la coda giocosamente, alla maniera dei cani, e, con la lingua, accarezza delicatamente il corpo dell'uomo. Androcolo, stupito e lieto, riconosce l'animale feroce. A quel punto l'imperatore libera di fronte al popolo l'uomo e l'animale.
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Gli dèi immortali diedero agli uomini l'amicizia. Alcuni antepongono la ricchezza, altri la buona salute, altri le cariche pubbliche, ma tutte queste cose sono effimere e precarie, e sono riposte non tanto nei nostri priani, quanto nell'imprevedibilità della Sorte. Coloro che, al contrario, pongono nella virtù il bene più prezioso, ragionano senza dubbio rettamente, ma questa stessa virtù fa nascere e conserva l'amicizia: infatti non c'è nessuna amicizia, senza la virtù. Avere un amico è delizioso: nelle circostanze favorevoli l'amico gioirà insieme a te, nelle avversità soffrirà insieme a te.
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Catullo invitò ad una cena il proprio amico Fabullo. A lui inviò una missiva nella quale era stato scritto: Tra pochi giorni presso di me, o mio Fabullo, cenerai bene. Ma dovrai rispettare questa indicazione: porta una cena abbondante e buona, non venire a casa mia da solo, ma porta con te una candida fanciulla. Mi mancano il vino e il sale. La tasca del tuo Catullo è piena di ragnatele. E non dimenticare l'umorismo: i tuoi scherzi mi divertono. In cambio riceverai pure delizie: infatti io di darò un unguento che Venere in persona ha donato alla mia fanciulla, e non appena tu lo annuserai, sarai tutto naso. Resti a casa oppure viene a cena? Cosa desideri? Perché indugi? Alla fine Catullo, esultante, accolse l'amico che si avvicinava a casa sua.
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Bada specialmente a non perforarti le orecchie, a non colorarti le gote con la biacca o con il belletto, a non appesantire il collo con le perle e con l'oro, a non gravare con pietre preziose la testa, a non rendere rossicci i capelli. All'aspetto, metti davanti la saggezza: è più bella (pulchrior) la conformazione dell'animo che quella del corpo. Apprendi inoltre a lavorare la lana, a dirigere la conocchia, a posare il cesto in grembo, a far roteare il fuso, a dirigere col pollice il filo dell'ordito. Disprezza i panni di seta, i fiocchi di lana dei Seri, e l'oro che si piega in collane. Procurati indumenti tali che grazie ad essi sia tenuto lontano il freddo, non tali che per mezzo di essi si mettano a nudo (nudentur) dei corpi vestiti.
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La casa Romana aveva molte stanze, che erano disposte intorno all'atrio. Il vestibolo era l'entrata della casa, di qui si accedeva all'atrio. Nel mezzo dell'atrio c'era una vasca e, attraverso il cortile interiore, veniva raccolta la pioggia. Davanti all'atrio c'era il salotto (tablinum), dove la famiglia si riuniva e cenava. Spesso ai banchetti partecipavano molti convitati. Questi banchetti potevano durare dall'ora nona sino alla metà della notte. Ai lati del vestibolo erano distribuite le stanze da letto per il riposo. Di fianco al salotto c'era il giardino, dove dagli schiavi venivano coltivate molte piante ed alberi.
- Terra lini ferax est; inde plerisque sunt vestes. Plurimas gemmas margaritasque mare litoribus ...
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- Cervus e silva in propinquam villam fugit et in stabulum consistit ...