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La terra è produttiva di lino; di lì provengono le vesti per i più. Il mare riversa sulle spiagge gemme e perle numerose; né quelli hanno altra maggior fonte di ricchezza, da quando hanno diffuso il mercato dei vizi fra le popolazioni straniere. A causa di questa cosa sono ricchissimi. Con un tessuto di lino ricoprono i corpi fino ai piedi; cingono i piedi con dei sandali, le teste con panni di lino; dalle orecchie pendono pietre preziose; ornano con l'oro anche gli avambracci e le braccia. Pettinano i capelli più frequentemente di quanto si radano, il mento è sempre non sbarbato.
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G. Mario è stato console per sette volte, pretore, tribuno della plebe, questore, augure, tribuno militare. Ha condotto la guerra contro Giugurta, il re della Numidia; durante il primo e il secondo consolato ha portato davanti al proprio carro Giugurta come prigioniero. I Romani lo hanno nominato console per la terza volta mentre egli era assente. In qualità di console per la quarta volta egli (Mario) ha sbaragliato l'esercito dei Teutoni. Come console per la quinta volta ha spezzato i Cimbri e ha riportato per la seconda volta il trionfo sui Teutoni. Da console per la sesta volta ha ristabilito lo Stato sconvolto dai contrasti di un tribuno della plebe e di un pretore, i quali, in armi, hanno invaso il Campidoglio. Ad oltre settant'anni, dopo che era stato allontanato dalla patria nel corso delle lotte civili, reintegrato per mezzo delle armi, è stato console per la settima volta.
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Mercurio, il figlio di Giove e di Maia, viveva nell'Olimpo insieme agli dèi e alle dèe, e, con il suono della sua lira, allietava i banchetti degli abitanti del cielo. Egli era il messaggero degli dèi, e svolgeva senza sosta le mansioni di messaggero. Era anche il dio del commercio, dell'inganno, dei sogni e dei pascoli. A lui erigevano templi ed altari soprattutto gli abitanti dell'Arcadia. Ai crocicchi delle strade c'erano sue statue. Ogni anno, per via delle concessioni del dio, gli abitanti dell'Arcadia lo abbellivano con ghirlande. Egli, inoltre, con la mano destra impugnava il caduceo, e guidava le anime verso i luoghi degli Inferi. E così, gli dèi del cielo e gli dèi dell'oltretomba lo apprezzavano nella stessa misura.
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Un cervo da un bosco fugge in una fattoria vicina, e si ferma in una stalla. Un bue dice al cervo: Perché corri verso la morte, sotto il tetto degli uomini? Ma il cervo: Almeno voi abbiate pietà: domani me ne andrò. Di lì a poco, nella stalla entrano molti uomini, ed anche il fattore, ma non vedono il cervo. L'animale selvatico rende grazie ai buoi pacifici, ma uno risponde: Se verrà il padrone la tua vita si troverà in grande pericolo. Poi il padrone ritorna dalla cena, e si avvicina alla mangiatoia: presto avvista le corna del cervo, e manda a morte l'animale selvatico.
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Dato che nel Senato si discuteva in merito alla Terza Guerra Punica, Marco Porcio Catone, già vecchio, ritenne che Cartagine dovesse essere distrutta, e negò che, se quella fosse rimasta in piedi, la repubblica potesse essere salva. Poiché però la cosa, dato che Scipione Nasica lo contrastava, non convinceva facilmente i senatori, da allora, tutte le volte che in Senato parlò riguardo a qualche cosa, aggiunse sempre: Penso questo; inoltre penso che Cartagine debba essere distrutta. Infine portò in Senato un fico fresco, del quale i senatori apprezzarono la bellezza. Catone chiese loro: Quando ritenente che questo fico sia stato colto dall'albero? A quelli, che dichiaravano che il fico sembrava recente, disse: Sappiate che tre giorni orsono è stato colto a Cartagine; a tal punto poco distiamo dal nemico. Quella cosa turbò gli animi dei senatori, e venne dichiarata guerra ai Cartaginesi.
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