- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Cum e Cilicia decedens Rhodum venissem et eo mihi de Q. Hortensi morte esset adlatum, opinione omnium maiorem animo cepi dolorem. nam et amico amisso cum consuetudine iucunda tum multorum officiorum coniunctione me privatum videbam et interitu talis auguris dignitatem nostri conlegi deminutam dolebam; qua in cogitatione et cooptatum me ab eo in conlegium recordabar, in quo iuratus iudicium dignitatis meae fecerat, et inauguratum ab eodem; ex quo augurum institutis in parentis eum loco colere debebam. Augebat etiam molestiam, quod magna sapientium civium bonorumque penuria vir egregius coniunctissimusque mecum consiliorum omnium societate alienissimo rei publicae tempore exstinctus et auctoritatis et prudentiae suae triste nobis desiderium reliquerat; dolebamque quod non, ut plerique putabant, adversarium aut obtrectatorem laudum mearum sed socium potius et consortem gloriosi laboris amiseram. Etenim si in leviorum artium studio memoriae proditum est poetas nobilis poetarum aequalium morte doluisse, quo tandem animo eius interitum ferre debui, cum quo certare erat gloriosius quam omnino adversarium non habere?
Quando arrivai a Rodi, tornando dalla Cilicia e lì mi fu riferita la morte di Quinto Ortensio, provai nell’animo un dolore maggiore dell'opinione di tutti. Infatti per la perdita dell’amico mi vedevo privato sia di una relazione piacevole sia di uno scambio di molti favori e mi dispiaceva che la dignità del nostro collegio (fosse) sminuita per la morte di un tale augure. Fra questi pensieri ricordavo la mia cooptazione da parte sua nel collegio, nel quale, giurando, aveva comprovato la stima (e la) mia dignità e da lui fui consacrato; perciò dovevo rispettarlo come un padre, secondo la tradizione degli auguri. Accresceva il mio cruccio il fatto che - in tanta penuria di cittadini saggi e buoni - quell'uomo insigne, e a me così legato da una piena comunanza di idee politiche, venuto a mancare in un mo mento di gravissima crisi dello stato, ' ci aveva lasciato un doloroso rimpianto della sua autorità e della sua lungimirante accortezza; e mi rammaricavo per avere perduto non - come i più ritenevano - un avversario o un detrattore dei miei meriti, ma piuttosto un alleato compartecipe di una gloriosa fatica. Infatti se a proposito di arti meno importanti si tramanda che poeti illustri ebbero a dolorsi della morte di poeti loro contemporanei con quale animo avrei mai dovuto sopportare la scomparsa di colui cimentarsi col quale era più glorioso che non avere assolutamente rivali?
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Huius dissimilis in tribunatu reliquaque omni vita civis improbus C. Licinius Nerva non indisertus fuit. C. Fimbria temporibus isdem fere sed longius aetate provectus habitus est sane, ut ita dicam, luculentus patronus: asper maledicus, genere toto paulo fervidior atque commotior, diligentia tamen et virtute animi atque vita bonus auctor in senatu; idem tolerabilis patronus nec rudis in iure civili et cum virtute tum etiam ipso orationis genere liber; cuius orationes pueri legebamus, quas iam reperire vix possumus.
Ben diverso da lui nel tribunato, e pessimo cittadino in tutto il resto della vita, Gaio Licinio Nerva non fu tuttavia privo di facondia. All'incirca nello stesso periodo, ma di età molto più avanzata, Gaio Fimbria venne ritenuto un difensore, per così dire, di grido: era aspro, velenoso, nell'insieme troppo bollente e impetuoso; e tuttavia, per la sua scrupolosità, il suo temperamento energico e la sua condotta di vita, godeva di autorevolezza come ispiratore delle decisioni del senato; fu anche un discreto avvocato, non inesperto del diritto civile, franco nell'eloquenza come lo era per temperamento; quando eravamo ragazzi leggevamo i suoi discorsi, che ormai solo a stento si possono trovare.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
M. Tullius Cicero salutem dicit P. Servilio collegae. C. Curtius Mithres est ille quidem, ut scis, libertus Postumi familiarissimi mei, sed me colit et observat aeque atque illum ipsum patronum suum. Apud eum ego sic Ephesi fui, quotienscumque fui, tamquam domi meae; multaque acciderunt in quibus et benevolentiam eius erga me et fidem experirer. Itaque si quid aut mihi aut meorum cuipiam in Asia opus est, ad hunc scrivere consuevi et huius opera et fide uti. Peto igitur a te, ut huic commodes, in ea controversia quam habet de fundo cum quodam Colophonio, et in ceteris rebus. Si et mea commendatione et sua probitate assecutus erit ut de se bene existimes, omnia se ademptum esse arbitrabitur. Ut igitur eum recipias in fidem habeasque in numero tuorum, te vehementer etiam atque etiam rogo. Ego quae te velle quaeque ad te pertinere arbitrabor omnia studiose diligenterque curabo.
Marco Tullio Cicerone saluta il collega Publio Servilio. C. Curzio Mitra è indubbiamente, come sai, quel liberto di Postumio, mio intimo amico, ma mi tratta e mi rispetta così come il suo stesso patrono. Io così fui presso quel di Efeso, ogni volta che andavo, (ero) come a casa mia; molte cose accaddero a quelli e ho sperimentato la sua benevolenza e la sua fiducia verso di me. Quindi, se mai qualcosa occorresse in Asia a me, o a qualcuno dei miei (cari amici), fui solito scrivere a lui per disporre sia del suo aiuto, sia della (sua) fiducia. Dunque, ti chiedo di favorire quello in questa controversia che ha con uno di Colofone sulla (proprietà) di un terreno e in tutte le altre cose. Se avrà ottenuto sia per la mia raccomandazione, sia per la sua onestà che tu fornirai un giudizio favorevole su di sé, crederà che egli stesso ha ottenuto ogni cosa. Ti prego vivamente con ogni insistenza che lo accolga nella (tua) protezione e che lo annoveri tra i tuoi. Io curerò con zelo ed attenzione tutto ciò che tirerrò che tu desideri e che ti riguardi.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Singulari vir ingenio Aristoteles et paene divino scribit Eudemum Cyprium, familiarem suum, iter in Macedoniam facientem Pheras venisse; in eo igitur oppido ita graviter aegrum Eudeum fuisse, ut omnes medici diffiderent. Eudemo visus est in quiete egregia facie iuvenis dicere fore ut perbrevi convalesceret, paucisque diebus interiturum esse Alexandrum tyrannum quinquennioque post eum domum esse rediturum. Atque id quidem scribit Aristoteles consecutum esse, convaluisse Eudemum et ab uxoris fratribus interfectum esse tyrannum; quinto autem anno exeunte, cum esset spes ex illo somnio in Cyprum illum ex Sicilia esse rediturum, proeliantem eum ad Syracusas occidisse; ex quo ita illud somnium esse interpretatum, ut, cum animus Eudemi e corpore excesserit, tum domum revertisse videatur.
Aristotele, uomo di singolare intelligenza, direi quasi divina, scrive che Eudemo di Cipro, suo parente, dovendo intraprendere un viaggio verso la Macedonia, arrivò a Fere; dunque in quella città Eudemo si ammalò così gravemente che tutti i medici avevano preso ogni speranza. Un giovane di bell'aspetto apparve in sogno ad Eudemo, dicendo che in breve tempo sarebbe guarito e in pochi giorni sarebbe morto il tiranno Alessandro e dopo cinque anni sarebbe tornato a casa. uesto certamente, scrive Aristotele, successe: Eudemo guarì e il tiranno fu ucciso dai fratelli della moglie; ma dopo il quinto anno, pur essendoci speranza a causa di quel sogno che sarebbe tornato a Cipro dalla Sicilia, combattendo fu ucciso a Siracusa. Per questo così interpretò quel sogno, che essendo l'anima di Eudemo andata via dal corpo, allora sembrò che sarebbe tornata a casa. _
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
testo iniziale: Quoniam non eadem officia omnibus aetatibus tribuenda sunt, sed alia sunt officia iuvenum, alia senum, pauca nobis de hac re dicenda sunt. Fine: danda vero iis opera ut et amicos et iuventutem et maxime rem publicam quam plurimum consilio et prudentia adiuvent.
Poichè non gli stessi compiti sono da attribuirsi a tutte le età, ma alcuni sono compiti dei giovani, altri dei vecchi, dobbiamo dire poche cose su questa distinzione. I giovani devono soprattutto rispettare gli anziani e tra questi devono scegliere i migliori, sul cui consiglio e autorevolezza i giovani facciano affidamento: infatti l'inesperienza della giovinezza deve essere formata e sorretta dalla saggezza degli anziani. Inoltre la giovinezza deve essere tenuta lontana dai piaceri e deve essere esercitata nella fatica e nella sopportazione sia dell'animo che del corpo, affinché la loro operosità abbia vigore sia nelle questioni militare che civili. E anche quando avranno rilassato gli animi e si saranno dato all'allegria, per preservare la moderazione, si tengano lontani dalla sfrenatezza. Inoltre gli anziani devono ridurre le fatiche fisiche del corpo, al contrario devono accrescere gli esercizi della mente: devono adoperarsi perché giovino quanto più agli amici, alla gioventù e soprattutto allo Stato con l'avvedutezza e la saggezza.