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Lo Spartano Pausania è un grande uomo, ma volubile in ogni circostanza della vita. È celebre la battaglia presso Platea, nella quale, essendo Pausania il comandante in capo, il Medio Mardonio, un uomo valoroso e pieno di senno, grazie alle truppe non grandi degli alleati Greci, viene messo in fuga. L'animo di Pausania, per via della vittoria insperata, è gonfiato dalla superbia e viene reso smodatamente ingordo di gloria. Così, egli colloca presso l'oracolo di Delfi una statua d'oro, (proveniente) dal bottino, che recava questa iscrizione: Pausania sterminava i barbari presso Platea, e donava al dio di Delfi questa statua. Ma viene aspramente rimproverato dagli Spartani, i quali cancellano le arroganti parole di Pausania e ne scrivono altre: infatti consegnano al ricordo tutti i nomi degli alleati Greci che sconfiggevano i Persiani. Dopo la vittoria presso Platea, gli Spartani mandano Pausania, con le truppe degli alleati, alle isole dell'Egeo: Pausania scaccia dalle isole le guarnigioni dei barbari, ma, a causa dell'eccessiva arroganza, è in odio a tutti gli alleati.
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L'impero romano ha origine da Romolo, che fondò una piccola città sul monte Palatino. Accolse nella cittadinanza una moltitudine di confinanti. Il sovrano e la sua gente non avevano spose: pertanto, invitò ad uno spettacolo di giochi i popoli vicini alla città di Roma, e rapì le loro ragazze. A causa dell'oltraggio delle donne rapite, esplose una guerra: (Romolo) vinse gli abitanti di Cenina, gli abitanti di Antemna, i Crustumini, i Sabini, i Fidenati, i Veientani. Successivamente, fu nominato re Numa Pompilio, il quale istituì leggi e consuetudini per i Romani. Succedette a Numa Tullo Ostilio, che vinse gli Albani, i Veientani e i Fidenati, e ingrandì la città. Còlto da un fulmine, bruciò insieme alla propria casa. Anco Marzio, nipote da parte della figlia di Numa, ottenne il potere. Lottò contro i Latini, annetté alla città il monte Aventino e il Gianicolo. Poi prese la reggenza Tarquinio Prisco: duplicò il numero dei senatori, realizzò mura e fognature, iniziò ad edificare il Campidoglio. Dopo Tarquinio Prisco, assunse il governo Servio Tullio, che assoggettò i Sabini ed annetté alla città il Quirinale, il Viminale, l'Esquilino. L. Tarquinio il Superbo sconfisse i Volsci, soggiogò la città di Gabi e Suessa Pomezia, concluse la pace con gli Etruschi ed eresse sul Campidoglio il tempio di Giove.
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Quindi dopo molti re, secondo l'ordine di successione, il regno di Media pervenne ad Astiage. Questo vide per mezzo di un sogno una vite nata dall'unica figlia che possedeva, dai tralci della quale veniva oscurata l'intera Asia. Il sovrano medo, atterrito dal responso degli indovini, non concesse sua figlia in matrimonio né ad un uomo illustre, né ad un concittadino, ma a Cambise, un uomo modesto proveniente dall'ignota gente dei Persiani. Ma neppure in questo modo lasciò da parte le angosce del sogno. Una volta nato, il neonato è affidato ad Arpago, un amico del re, perché sia ucciso. Questo diede al pastore del bestiame del re il bambino, che venne abbandonato nel mezzo di un bosco tenebroso. Casualmente, nel medesimo periodo era nato un figlio anche al pastore. Pertanto, la moglie del pastore seppe dell'abbandono del figlio del re e con acutissime suppliche reclamò il bambino per sé. Sopraffatto dalle preghiere della donna, il pastore fece ritorno nel bosco e, vicino al neonato, trovò una cagnetta che offriva le mammelle al piccolino. Mosso a compassione, così come aveva visto commosso l'animale, portò il bambino all'ovile. La cagnetta procedeva nervosamente insieme al pastore. La moglie accolse con estrema contentezza il bambino, e sul viso del neonato apparvero vitalità e felicità. La moglie disse allora a suo marito: Alleverò e nutrirò il bambino. La nutrice si chiamò poi Spargo, perché così i Persiani chiamano il cane. Il bambino, che in seguito era destinato a privare il nonno del regno, ricevette il nome di Ciro.
M. Cato Pompeii filium multis verbis obiurgabat: Tuus pater, cum iuvenis erat, vidit rem publicam ab
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M. Catone ammoniva il figlio di Pompeo con molti discorsi: Tuo padre, quando era giovane, ha visto lo Stato afflitto da cittadini scellerati e spietati, poiché quelli onesti o erano stati assassinati oppure, puniti con l'esilio, erano lontani dalla patria e dalla città. Pertanto, spinto dal desiderio di gloria e dalla grandezza d'animo, un privato cittadino e un giovinetto, con truppe modeste, restituì la libertà all'Italia, oppressa e prostrata, e alla città dei Romani; tuo padre, quindi, con eccezionale velocità riconquistò con le armi la Sicilia, l'Africa, la Numidia e la Mauritania. Egli era privo di una considerevole ricchezza paterna e del prestigio degli antenati, né era dotato di clientele, o della nobiltà del nome. Tu, per contro, sei ben fornito sia della nobiltà che del prestigio, della grandezza d'animo e della scrupolosità del padre. Il figlio di Pompeo, incoraggiato dalle parole dell'uomo retto, partì da Utica per la guerra in Mauritania.
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Dafne, figlia del fiume Peneo, vive prosperamente in una frondosa foresta, presso le rive di un fiume. La ninfa è libera: corre attraverso i prati smisurati, e coglie molte rose e viole. Apollo giunge nella foresta, e vede la ninfa. Ma lì c'è anche Cupido, figlio di Citerea e dio dell'amore: siede sui rami di un faggio, e scaglia contro Apollo delle frecce dorate. Le frecce dorate di Cupido suscitano l'amore, quelle di piombo suscitano l'odio. Così Apollo è ferito dalle frecce, e immediatamente ama intensamente la bella ninfa: (ne) elogia la capigliatura bionda e lunga, si rallegra della bellezza e dell'eleganza, e stabilisce di rapire la ninfa. Ma la bella Dafne disdegna Apollo e, impaurita, corre velocemente attraverso la foresta frondosa. Il vento soffia, e muove la bionda e lunga capigliatura della ninfa. Alla fine Dafne giunge al fiume Peneo, e osserva le spumeggianti acque del torrente: lacrime calde rigano le gote della ninfa, e cadono nelle acque del torrente. Allora gli dei delle foreste vengono spinti alla misericordia, e trasformano Dafne in alloro. Apollo ama anche l'albero: accarezza i rami dell'alloro, dà baci al tronco. Perciò l'alloro è sacro al dio: una corona d'alloro abbellisce le chiome bionde del dio.
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