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Trasibulo, figlio di Licio, vive ad Atene. Dopo la guerra del Peloponneso, Atene, in base ai piani degli Spartani, viene governata da trenta tiranni, ma i tiranni vengono disprezzati dagli abitanti di Atene, perché, per una parte, cacciano i cittadini di Atene dalla patria, per un'altra parte, li uccidono, confiscano le ricchezze degli abitanti, e le danno ai propri amici, parenti, figli. Per questa ragione Trasibulo, per mezzo dell'intelligenza e del coraggio, libera Atene dai tiranni: infatti dichiara guerra ai tiranni, e perciò viene amato e apprezzato dagli abitanti. Trasibulo dapprima si reca in una fortezza nell'Attica, a File, di lì giunge nel Pireo e, con l'aiuto degli abitanti, fortifica la Munichia. La Munichia viene attaccata per due volte dalle truppe dei tiranni, ma grazie alle truppe ausiliarie degli alleati di Atene, i tiranni vengono respinti con disonore, perdono gli armamenti e le salmerie, sono costretti a tornare ad Atene, dove successivamente vengono colpiti da Trasibulo. A Trasibulo, in virtù dei meriti, viene data dal popolo una corona d'oro e l'uomo ringrazia con le parole. Trasibulo, con i soldati della flotta, giunge presso la Cilicia, e, nella tenda, viene ucciso dai barbari.
Fracti bello Danai immanem equum divina Palladis arte aedificant, sectaque abiete costas intexunt ..
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Sfiancati dalla guerra, i Greci fabbricano un immenso cavallo con la divina arte di Atena e, con un abete tagliato, intrecciano i fianchi; fingono un voto per il ritorno; la voce si diffonde. Vi racchiudono segretamente, nel lato nascosto, degli uomini scelti, sorteggiati, e colmano interamente le smisurate cavità e la pancia con i soldati armati. Tenedo è in vista, isola famosa, ricca di risorse finché perduravail regno di Priamo: i Greci, spintisi qui, si nascondono sulla spiaggia deserta; i Teucri, scorto il vuoto accampamento dei nemici, i luoghi disertati e la spiaggia abbandonata, spalancano le porte e ammirano la grandezza del cavallo. Tanti, temendo un inganno, desiderano gettare in mare il dono sospetto, oppure perforare ed esplorare i cavi recessidel ventre. Il popolo, dubbioso, si divide in fazioni opposte. Dalla sommità della rocca accorse là, primo tra tutti, il sacerdote Laocoonte, e si rivolse ai Troiani: Racchiusi nel cavallo di legno si celano i Greci; non credete al cavallo, o Troiani! Temo i Greci, anche se recano doni. Avendo parlato così, con le vigorose energie vibrò una grossa lancia contro il fianco e contro il ventre rigonfio del cavallo. La lancia restò conficcata vibrando, e le profonde cavità rimbombarono. In seguito, mentre Laocoonte immola un enorme toro sugli altari, due serpenti gemelli dall'isola di Tenedo si dirigono, con le smisurate spire, verso le spiagge; i Troiani, agghiacciati dall'orrore, fuggono disordinatamente. I serpenti aggrediscono Laocoonte; e dapprima tutti e due i serpenti avvolgono in una stretta i piccoli corpi dei figli del sacerdote, e divorano a morsi le membra sventurate; quindi, i serpenti afferrano il sacerdote e lo avvincono con le enormi spire; e subito, avvolti due volte i fianchi, uccidono Laocoonte.
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Un lupo famelico divora una preda in maniera troppo ingorda, e, alla fine, non senza danno: mentre mangia gli alimenti vivi, un piccolo osso appuntito si conficca profondamente nella gola del lupo. Il lupo ulula per il grande tormento, e non trova un sollievo del dolore. Così ora il lupo, con parole dolci e una ricompensa, cerca di corrompere una per una, le bestie che poco prima spaventava con la minaccia di una morte orrenda, affinché estraggano il piccolo osso; ma invano, perché tutte temono l'inganno. Alla fine, una gru viene convinta da un solenne giuramento: presta il lungo collo alla profonda gola dell'animale feroce, e pratica al lupo la rischiosa operazione. A quel punto, chiede la ricompensa, secondo il patto, ma il lupo dice: Sei irriconoscente, o gru, perché estrai il collo illeso dalla nostra gola, e, non soddisfatta, chiedi una ricompensa. Colui che desidera dai disonesti la ricompensa di un merito, sbaglia due volte: innanzitutto, perché aiuta individui non degni (d'aiuto), poi, perché non può uscirne senza danno.
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I Fidenati decretano di fare la guerra contro i Romani. Razziano il territorio che sta tra Roma e Fidene; di là, dirigendosi a sinistra, poiché il Tevere era d'impedimento dalla parte destra, compiono devastazioni con grande agitazione degli abitanti delle campagne, e il repentino scompiglio dai campi fu riferito in città come un segnale di guerra. Romolo conduce fuori le truppe, posiziona l'accampamento a un miglio da Fidene. Vi lascia una piccola guarnigione e, uscito con tutte le truppe, sistema una parte delle truppe in un'imboscata: partito insieme a gran parte dei fanti e a tutta la cavalleria, cavalca verso i nemici. All'improvviso, per ordine di Romolo, la cavalleria finge la fuga. I nemici, riversandosi repentinamente dalle porte traboccanti, seguono i Romani e vengono trascinati sul luogo dell'imboscata. Da lì i romani, balzati fuori di colpo, assalgono le truppe dei nemici; accrescono il terrore, giungendo dall'accampamento, le coorti di soldati che erano state lasciate in difesa. In tal modo i Fidenati, sbigottiti dal reiterato terrore, fuggono e ritornano in città. Incalzandoli alle spalle, i Romani inseguono i Fidenati e fanno irruzione nella città.
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I consoli facevano la guerra contro i Liguri. I nemici erano feroci; né alcuna altra provincia incitava maggiormente i soldati al valore. I luoghi erano montuosi ed impervi, le strade difficoltose, anguste, minacciate da imboscate; i nemici, svelti e rapidi e imprevedibili; nessun posto era sicuro o senza pericolo; l'assedio delle fortezze fortificate, indispensabile, e insieme difficile e rischioso; i nemici ponevano tutta la speranza nelle armi e, a causa della mancanza di mezzi della propria patria, facevano incursioni nelle vicine campagne. Il console C. Flaminio, espertissimo dell'arte di guerra, dopo che affrontò molte battaglie con buon esito contro i Friniati Liguri, accolse la resa della popolazione e le sottrasse le armi. I nemici, puniti perché non consegnavano le armi con autentica lealtà, lasciarono i villaggi e si rifugiarono sul monte Augino. Il console li seguì in tutta fretta. Per altro, annientati una seconda volta, i nemici fuggirono a precipizio per luoghi impraticabili e scoscesi dirupi. Così, passarono al di là dell'Appennino. Poi le legioni li inseguirono. Qui, presto, i nemici capitolarono (lett. : "cedettero alla resa"). A quel punto furono cercate le armi da ogni parte con maggiore attenzione, e tutte vennero requisite.
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