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Prometeo, figlio di Giapeto, per primo plasma degli uomini dal fango. Successivamente Vulcano, dal fango, plasma la figura di una fanciulla. Minerva dà l'anima alla fanciulla, e tutti gli altri dèi dànno ciascuno un dono. Gli dèi e le dèe chiamano la fanciulla Pandora. Pandora viene data in matrimonio ad Epimeteo, il fratello di Prometeo. Precedentemente gli uomini chiedevano il fuoco dagli dèi, e non lo sapevano conservare nel tempo; successivamente, Prometeo nasconde il fuoco in un bastoncino e lo porta sulla terra. Per questa ragione Mercurio, messaggero degli dèi, giunge sulla terra e dice a Prometeo: O sciocco Prometeo, tu offendi gli dèi e le dèe, infatti rubi agli dèi e alle dèe il fuco divino; per via del tuo sacrilegio verrai legato ad una roccia sul Caucaso con catenacci di ferro, e un'aquila feroce divorerà ogni giorno il tuo cuore, ma, durante la notte, il tuo cuore ricrescerà. Mercurio dice parole dure, e con le calzature alate, vola via attraverso il cielo, verso l'Olimpo. Dopo molti anni, Ercole, figlio di Alcmene, uccide l'aquila feroce, e libera Prometeo.
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L'imperatore Nerone era all'incirca di statura normale, di corpo chiazzato e puzzolente, di capigliatura biondiccia, di viso bello, di sguardo affilato, di collo grosso, di addome sporgente, di gambe lunghe e di florida salute. Da fanciullo si dedicava pressappoco a tutte le discipline, ma la madre lo allontanava dalla filosofia, e il precettore lo allontanava dalla conoscenza degli antichi oratori. E così, propenso all'arte poetica, componeva poesie volentieri e senza sforzo. Recitava anche le tragedie, vestito con le maschere degli eroi e degli dèi, e parimenti delle eroine e delle dèe. Tra tutte le altre cose, impersonava il matricida Oreste, Edipo acciecato, Ercole impazzito. Nerone aveva un desiderio grande, ma sconsiderato, di immortalità e di fama imperitura: egli toglieva a molti luoghi il vecchio nome e ne assegnava uno nuovo dal suo nome (chiamava il mese di Aprile "Neroneo", e Roma "Neropoli"). Nerone, però, amava soprattutto la popolarità, e si sforzava anche di vincere le gare di recitazione o atletiche, ma era un uomo dalla scarsa intelligenza e dal brutto aspetto; dunque riportava la vittoria soltanto grazie all'inganno e ai crimini.
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In Spagna citeriore scoppiò una guerra di grandi dimensioni. Q. Fulvio Flacco occupava quella provincia. Al principio della primavera guidò l'esercito nella Carpetania, e collocò l'accampamento presso la città di Ebura. Dopo pochi giorni i Celtiberi posero l'accampamento sotto un'altura, non lontano dal nemico. A quel punto il pretore romano M. Fulvio mandò in perlustrazione verso l'accampamento dei nemici il fratello, insieme alle truppe dei cavalieri alleati. Alla fine i Celtiberi, usciti dall'accampamento insieme a tutte le truppe di fanti e di cavalieri, schierarono l'esercito e si posizionarono all'incirca a metà distanza tra i due accampamenti. La pianura era completamente piatta, e adeguata al combattimento. Qui i nemici iberici rimasero in attesa (lett. : "aspettando"). Il pretore trattenne i suoi dentro la palizzata. Per qualche giorno i Celtiberi mantennero l'esercito schierato nel medesimo luogo. Quindi se ne restarono inoperosi nell'accampamento, dato che non si combatteva. Pochi giorni dopo, L. Acilio, per ordine del pretore, accerchiò con l'ala sinistra il monte che stava alle spalle dei nemici; da lì accorse all'accampamento dei Celtiberi. Flacco, all'alba, invia il prefetto alleato C. Scribonio verso la palizzata dei nemici insieme a cavalieri scelti dell'ala sinistra; allorché i Celtiberi avvistarono i cavalieri, tutta la cavalleria si riversa fuori dall'accampamento. Scribonio, come era stato comandato, non appena udì il primo scalpitìo della cavalleria, volse i cavalli e torna indietro all'accampamento. I nemici li inseguirono immediatamente: in un primo momento (soltanto) i cavalieri erano all'inseguimento, poco dopo anche le colonne di fanti. Pertanto, appena i nemici vennero allontanati a sufficienza dalla difesa del loro accampamento, l'esercito schierato proruppe dall'accampamento e si avventò senza indugio contro l'accampamento dei Celtiberi. L'inaspettato avvenimento sbigottì i nemici, e l'accampamento venne preso quasi senza combattere (lett. : "senza combattimento").
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Psiche vede un boschetto fitto di alberi alti ed immensi, vede una sorgente trasparente con acqua limpida; nel mezzo del boschetto sacro, accanto al luogo dove sgorga la sorgente (lett. : "accanto allo sgorgare della sorgente"), c'è un'abitazione regale, costruita non da mani umane, ma dalle arti divine. È l'abitazione, sontuosa e incantevole, di un dio. Colonne d'oro, infatti, sorreggono elevatissimi soffitti a cassettoni, finemente intarsiati di cedro e d'avorio, le pareti sono tutte rivestite da un bassorilievo d'argento. Di sicuro un uomo eccezionale, o meglio un semidio, anzi, indubbiamente un dio è stato colui che ha modellato l'argento con tanta maestria. E per giunta i pregiati pavimenti si distinguono in diversi stili di pittura: davvero felici, quelli che camminano sulle gemme e i gioielli. D'altra parte tutte le altre zone della dimora, preziose in maniera inestimabile, e i muri interi, formati da blocchi d'oro, brillano di luce propria: l'abitazione, infatti, risplende d'oro; così risplendono le camere, così i porticati, così le porte. Psiche, attratta dalla delizia di simili luoghi, fa ingresso nell'abitazione. In casa c'è una notevole ricchezza, eppure quel tesoro del mondo intero non è difeso da nessun catenaccio, da nessuna serratura, da nessun custode.
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Scipione trasferì tutte le truppe al di là dell'Ebro. Qui stabilì di assalire Cartagine Nuova, città opulenta per le proprie risorse e colma di ogni equipaggiamento militare dei nemici (là si trovavano le armi, là il denaro, là gli ostaggi della Spagna intera). L'accampamento fu posto attorno alla città; all'accampamento fu contrapposta, alle spalle, una palizzata (la parte anteriore, infatti, era difesa per natura). Scipione completò i lavori di fortificazione, e schierò anche le navi nel porto, come mostrando un assedio dal mare. Pertanto i Cartaginesi avanzarono fino all'accampamento romano. Si combatté aspramente: i rinforzi, ripetutamente inviati dall'accampamento, misero in fuga i nemici. Per tutta la città, in verità, ci fu scompiglio: numerose postazioni di guardia vennero disertate, a causa della paura e del fuggifuggi. Le mura vennero sguarnite di difensori in molti punti: pertanto Scipione avanza sotto la città con grande coraggio, e i Romani a gara si arrampicano sulle mura. I Cartaginesi avevano ormai subissato le mura di uomini armati, e un gran numero di dardi era a disposizione. I Romani erano trattenuti dall'altezza delle mura, perciò Scipione inviò numerosi soldati in un'altra area della città: difattinell'altra area fu semplice l'assedio e, successivamente, la salita sulle mura; il muro infatti non era stato dotato di un'opera di fortificazione, né vi era stata collocata nessuna postazione di soldati armati, o nessuna difesa. Nel luogo in cui penetrarono nella città senza combattere (lett. : "senza combattimento"), da lì i Romani proseguono verso la porta intorno alla quale era stata concentrata tutta la battaglia, si avventano sui nemici alle spalle e prendono la città.
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